Ambiente

130 Articoli

Architettura

3 Articoli

Cinema

8 Articoli

Cultura

149 Articoli

Economia

9 Articoli

Giustizia

8 Articoli

Interviste

49 Articoli

Lingua

45 Articoli

Mondo

26 Articoli

Musica

4 Articoli

Notizie

60 Articoli

Persone

15 Articoli

Politica

217 Articoli

S'Imprenta

136 Articoli

Sanità

13 Articoli

Senza Categoria

1 Articoli

Società

17 Articoli

Sport

5 Articoli

Storia

91 Articoli

Trasporti

3 Articoli

Non perdere le ultime da S'Indipendente!

Omaggio sardo a Frantz Fanon nel centenario dalla sua nascita

20 luglio 1925 – 2025.

Diversi militanti indipendentisti di diverse nazionalità, specie negli anni’70, hanno avuto nella lettura di Fanon un’esperienza comune di rivelazione della propria condizione nel contesto europeo. L’autore della prefazione al libro più celebre dello psichiatra rivoluzionario, Jean-Paul Sartre – il filosofo che più ha influenzato Fanon – pensò allo stesso modo che ci fossero delle affinità tra differenti colonialismi in differenti contesti, come si può evincere dall’altra celebre prefazione che scrisse al libro di Gisele Halimi sul Processo di Burgos che si svolse per condannare un gruppo di militanti baschi di ETA nella Spagna franchista.

Il Fanon che ho sempre sentito più vicino a me, alla mia condizione di sardo, non è quello del “mondo compartimentato” e della violenza caratterizzante il colonialismo in Algeria, ma è quello “Martinicano” o antillano che vive in famiglia e nella società l’esperienza dell’alienazione culturale e della stigmatizzazione della lingua creola; il razzismo che attribuiva ai neri ogni stereotipo negativo legato alla loro natura selvaggia e violenta, spingendo lui e altri afrodiscendenti delle Antille a identificarsi con i francesi. Penso al Fanon che visse la confusione identitaria dell’arruolamento come “Francese delle Indie Occidentali” in un battaglione delle Antille per poi essere integrato nel corpo militare “nero” africano dei tiratori senegalesi – noti per essere “selvaggi e coraggiosi” – al servizio della Francia, acquisendo – attraverso questa classificazione ambigua al limite tra l’appartenenza alla Francia e la condizione di nero che gli viene ribadita malgrado la volontà di sbarazzarsene – consapevolezza del razzismo intrinseco del rapporto coloniale, abbandonando l’identificazione nei “valori” civici della “vera Francia repubblicana”, concludendo che fosse un errore aver combattuto per la causa francese e iniziando a sostenere idealmente l’indipendenza delle Antille dalla Francia, criticando la nascita del dipartimento d’Oltremare come una forma di neocolonialismo.

Nel leggere “Pelle nera, maschere bianche” credo sia difficile non immedesimarsi, non notare delle affinità autoevidenti nel complesso del colonizzato da lui studiato. Penso in particolare al capitolo “Il nero e il linguaggio” sul rapporto tra la lingua dominata creola e la lingua dominante della nazione civilizzatrice metropolitana, entro il più ampio rapporto tra due culture, nel riferimento allo sforzo dei martinicani nel parlare un ottimo francese per ottenere riconoscimento. Con la rimozione della storia e civiltà nera, il nero deve indossare l’abito che gli ha fatto il bianco e comportarsi da buon nero, rimanere attaccato alla sua immagine: è costretto a farsi bianco per obbligare il bianco a riconoscere la propria umanità. Fanon definì il popolo martinicano come “europeo per inconscio collettivo”, avendo fatto propri tutti i pregiudizi, i miti e la cultura popolare degli europei sviluppando dunque un atteggiamento negrofobo. Si sente nero nella misura in cui vede in sé aspetti negativi, mentre si sente bianco all’opposto, vive in una condizione ambigua. Gli antillani non hanno un proprio valore e cercano il riconoscimento dell’Altro, bianco francese, a loro opposto. Simbolo di ciò sarebbero le statue a celebrazione della Francia disseminate per tutta la sua isola natale, in cui il nero è rappresentato in atto di ringraziamento verso il bianco. Fanon ha chiaro che non si tratta di un problema che riguarda la natura dei neri: per liberarsi da questa “neurosi” è necessario agire per cambiare le strutture sociali, lottare contro lo sfruttamento e tendere all’universale rifiutando la condizione che gli è stata imposta..

Le basi della estendibilità a contesti altri rispetto a quello antillano li ha posti Fanon stesso affermando che un popolo colonizzato è ogni popolo in cui è sorto un complesso di inferiorità a causa della sepoltura dell’originalità culturale locale e che tutte le forme di sfruttamento sono identiche perché hanno al centro sempre l’uomo e la volontà di metterlo al suo posto; perciò, il razzismo coloniale non differisce da altri razzismi. Mi fa venire in mente ciò che ha scritto il pensatore decoloniale Walter Mignolo a proposito della ferita decoloniale che rende l’opzione decoloniale un connettore di differenti percorsi, in quanto unisce popoli diversi accomunati dal fatto di essere stati classificati come sottosviluppati economicamente e mentalmente. Per gli antillani, la ferita o il trauma principale è stata la schiavitù; per noi sardi, credo sia stata la modernizzazione passiva.

Penso sia importante anche evidenziare contro quali orientamenti Fanon elaborò il proprio affermando l’importanza della dominazione, dei rapporti economici e politici di potere nella condizione dei neri rispetto a cause intrinseche nella mentalità dei colonizzati, funzionali a colpevolizzarli. Un suo bersaglio, Octave Mannoni, riteneva che il complesso di inferiorità dei malgasci fosse pre-esistente alla colonizzazione e indipendente dai processi economici, conseguente a elementi culturali delle popolazioni che li rendeva colonizzabili. Nella sua visione, dunque, il colonialismo diventava una relazione quasi consensuale attraverso cui i colonizzati del Madagascar si affidavano ai francesi. Un suo bersaglio del periodo algerino, Antoine Porot, scrisse della mentalità primitiva, intellettualmente inferiore, degli algerini che li rendeva istintivi e inclini al crimine.

Tuttavia, Fanon non ripiegò in un ingenuo culto della cultura nera originaria e non vide come obiettivo politico la sua restaurazione. Nella sua maturazione intellettuale elaborò una critica della “negritudine”, scrisse contro l’essenzialismo identitario, il cui principale rappresentate fu Leopold Senghor, il quale ripropose di fatto lo stesso schema orientalista coloniale rovesciandolo, celebrando il nero in quanto “emozionale”, opposto alla razionalità dell’europeo. Lo psichiatra martinicano vide la necessità di affermare una soggettività nera in mediazione verso l’universale e non come un fine assoluto in sé. La decolonizzazione non doveva essere restaurazione della cultura nera originaria ma una nuova umanità; la liberazione nazionale deve avere una prospettiva universale e umanista.

Ne “I dannati della terra” Fanon descrive il processo di decolonizzazione come un processo attraverso cui la cosa colonizzata scopre la sua umanità e smette di essere un oggetto reso immobile per scrivere la sua storia. Indipendentemente dal contesto che descrive, che – ripeto – vedo molto diverso dalla mia esperienza, penso che questo testo sia un utile avvertimento contro la degenerazione dei movimenti di emancipazione nazionale e un invito all’estensione dell’analisi marxista perché sia adatta a descrivere un contesto coloniale. Fanon si pose il problema di rendere la lotta di emancipazione nazionale come parte di qualcosa di universale e il problema del “dopo”, ovvero come evitare la semplice sostituzione del vecchio potere coloniale con l’affermazione di una borghesia nazionale, incapace di dare un contenuto umanista e popolare, che riproduce gli stessi schemi, continua a guardare alla metropoli e diventa un’intermediaria del capitale occidentale in un contesto diventato neocoloniale. Distinse coscienza nazionale da nazionalismo, in quanto la prima darebbe alla lotta una dimensione internazionale. Riconobbe che il regime capitalista non può permettere di assolvere a un compito nazionale e universale al contempo. Vide l’indipendenza come una condizione possibile per assumere gli strumenti indispensabili a una trasformazione radicale della società verso l’unità africana da realizzare su spinta dei popoli, contro gli interessi della borghesia.

Non è possibile esaurire qui il pensiero di Fanon in tutta la sua importanza. Un altro aspetto interessante della sua biografia è anche la critica verso il Partito Comunista Francese, accusato da Fanon di credere nella mitologia nazionalista sulla “Algeria francese” e cui rimproverava la complicità con il regime coloniale, votando ad esempio in favore della legge marziale, sminuendo la repressione e denigrando gli indipendentisti. Un altro testo fondamentale è quello sull “Anno V della Rivoluzione algerina”, in particolare il capitolo sugli usi del velo da parte delle donne, tra rifiuto dell’assimilazione forzata dei civilizzatori francesi e partecipazione alla lotta rivoluzionaria. Altri testi importanti sono i discorsi pronunciati durante i congressi degli autori neri a Parigi e a Roma, in particolare “Razzismo e cultura” che ci insegna come il razzismo non sia un difetto o una tara culturale ma sia legato all’oppressione e allo sfruttamento, per cui non è risolvibile sul piano meramente morale.

In conclusione, Fanon è per me un antidoto contro la colpevolizzazione dei popoli subalterni e contro la tentazione di questi ultimi di sposare un essenzialismo e riprodurre gli stessi schemi oppressivi (“Il Nero antillano è schiavo di questa imposizione culturale. Dopo essere stato schiavo del Bianco, si autoschiavizza” cit.).

In Sardegna ci può insegnare a rifiutare lo sport preferito dai cosiddetti “intellettuali” italianizzati locali, ovvero – di fronte a un qualsiasi sopruso su cui si crea giusta sebbene magari immatura indignazione – ergersi a fustigatori delle mancanze intrinseche delle persone sarde, colpevoli di ogni male. Oppure, accusare i sardi di essere responsabili di accettare ogni malefatta compiuta a loro danno in quanto “passivi”, a differenza di altri popoli. Concezione che cancella tutte le storie passate e un presente fatto di lotte sarde, di individui che si sono mobilitati e hanno alzato la testa. Vi è una diffusa tendenza ad ascrivere a cause riguardanti la sardità in quanto tale ciò che riguarda invece delle complesse relazioni di potere interne all’isola come tra l’isola e l’esterno. Basti pensare a quante volte, contro l’idea di indipendenza, si tira in ballo la pessima qualità della nostra classe politica, come se fosse un risultato genetico e non fosse possibile fare emergere delle forze nuove in un processo di emancipazione nazionale e come se la mancanza di autonomia dei partiti dominanti fosse un trascurabile dettaglio rispetto all’appartenenza etnica dei suoi esponenti.

Fanon ci insegna anche a rifiutare l’auto-orientalismo e l’identitarismo che è la peggiore malattia di sardismo e indipendentismo e ciò che confina ai margini dello spazio politico una prospettiva di emancipazione sarda. Fanon scriveva che i colonizzati combattono in nome del presente e dell’avvenire, non perché un passato ricompaia o per rinchiudersi nella richiesta di riparazioni retroattive. Il suo pensiero è un monito per inserire l’indipendentismo in una prospettiva più ampia, universale e umana di cambiamento generale. Già Simon Mossa, del resto, nei suoi scritti aveva intuito come la liberazione sarda non potrà avvenire in isolamento ma entro un processo più ampio “nel quadro più vasto della lotta che combattono gli altri popoli oppressi”, rifiutando anche una idea di “sovranità nazionale che mai abbiamo conosciuto e che, il giorno in cui la conosceremo, sarà ben differente da quella del passato”.


LIBRI DI FANON

Peau noire, masques blancs, Seuil (1952).

L’An V de la révolution algérienne (1959), in italiano: “Scritti politici – Volume II”, DeriveApprodi 2007.

Les Damnés de la Terre (1961), La Découverte 2002.

Il discorso su “Razzismo e cultura” (1956) si può trovare in Pour la révolution africaine, La Découverte, 2006.

LIBRI SU FANON

D. Macey, “Frantz Fanon: A Biography”, Verso (2014)

A. Shatz, “The Rebel’s Clinic: The Revolutionary Lives of Frantz Fanon”, Apollo (2024)

L. Zeilig, “Voices of Liberation: Frantz Fanon”, Haymarket (2016)

ALTRI CITATI

G. Halimi, “Le procès de Burgos”, Gallimard (1971)

W. Mignolo, “The Darker Side of Western Modernity”, Duke University Press (2011)

A. Simon Mossa, “Le ragioni dell’indipendentismo”, Alfa Editrice (2008).

P. Hudis, Frantz Fanon: Philosopher of the Barricades, Pluto Press 2015

Immagine di copertina: associazionefanon.it

Cumpartzi • Condividi

Un commento

Lascia un commento / Cummenta

I commenti saranno sottoposti ad approvazione prima della pubblicazione.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Captcha in caricamento...