Superyacht da sei miliardi a largo della Sardegna, ma che cosa resta a terra?

In Gallura navigano yacht dal valore stellare, spesso di proprietà di magnati internazionali, famiglie reali e fondi offshore. Secondo il report presentato dal Cipnes Gallura a Milano, a luglio 2025 sono transitati oltre 1.350 superyacht da oltre 24 metri, per un valore complessivo di circa 6 miliardi di dollari. Una vetrina di lusso galleggiante che fa brillare gli occhi alle istituzioni regionali, impegnate a rivendicare presunti meriti in termini di promozione del “sistema Sardegna”. Ma dietro la narrazione ottimista e i numeri in crescita (+23 per cento rispetto al 2024 nello stesso periodo), che alimentano l’immagine di una Sardegna sempre più centrale, si aprono domande che i grafici non possono contenere: quali benefici reali porta questo traffico marittimo d’élite ai territori? Chi guadagna davvero? E chi resta escluso?
Turismo di lusso e territorio: due mondi separati
La Gallura è oggi al centro di una dinamica che contrappone due modelli di sviluppo: da un lato, la vocazione identitaria e comunitaria di molti paesi dell’interno e delle coste meno esposte alla speculazione; dall’altro, l’economia dell’extraterritorialità, fatta di yacht, elicotteri, ville bunkerizzate e servizi “chiavi in mano” per super ricchi che passano senza lasciare tracce. I porti servono da stazioni di sosta e non da spazi di relazione.
La crescita delle presenze nautiche non si è tradotta in un potenziamento sostanziale del tessuto lavorativo gallurese. La filiera del lusso, che include chef stellati, servizi di concierge e yacht crew, raramente coinvolge in modo strutturale i lavoratori del posto. Aumenta invece il divario tra chi serve e chi consuma.
Lavoro, casa, identità: il rovescio della Costa Smeralda
Mentre a Milano si parla di miliardi, in Gallura aumentano gli affitti brevi e cala l’accesso all’abitazione per i residenti. Giovani e famiglie locali faticano a trovare casa o a sostenere i costi di una vita quotidiana diventata sempre più subordinata al calendario turistico. Il modello della Costa Smeralda – sviluppato negli anni Sessanta come enclave esclusiva – continua a fare scuola, ma senza ripensamenti: oggi rischia di trasformarsi in un recinto dorato sempre più impermeabile al resto dell’isola. Persino la formazione accademica, come il corso in ingegneria navale promosso da UniOlbia, rischia di essere funzionale più alle esigenze del sistema nautico globale che a quelle del territorio. I giovani sardi che si specializzano potrebbero essere impiegati ovunque tranne che in Gallura, se le imprese locali non cresceranno insieme all’industria che orbitano.
Serve allora un’analisi politica che non si limiti a contare yacht e dollari, ma interroghi i meccanismi di redistribuzione. Chi decide dove si investe? Chi partecipa alla pianificazione del territorio? Quali visioni di futuro si stanno costruendo, e per chi?
Immagine: sardiniapost.it













