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Nudda ischia de sa vida

«Non sapevo nulla della vita.»

Non sapevo nulla della vita, è la frase di apertura di due opere a cui sono molto affezionato : Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni e Lèpiu, brano degli Askra. Il secondo, figlio della prima, è stato per me una chiave di lettura decisiva per interpretare e rileggere il libro di Sergio Atzeni. Entrambe si aprono con la stessa frase, che alla fine della lettura e di ogni ascolto, mi fa risuonare come un diapason. Non sapevo nulla della vita, come a dire che per saperne qualcosa, abbiamo la necessità di riempire il vuoto di consapevolezza che ci separa dal capire chi siamo e chi siamo stati.

Passavamo sulla terra leggeri è una danza di ago e filo: rammenda e integra frammenti di storia talvolta gettati addosso come se non fossero nostri, senza profondità né prospettiva. Noi, insieme a ciò che sappiamo di noi stessi, siamo il filo; l’ago è la fantasia di Atzeni, che ci ricorda con forza che siamo figli tanto delle glorie quanto delle botte, in una dimensione di integrazioni continue che ci invita a guardarci senza infingimenti.

La frase iniziale – «Non sapevo nulla della vita» – è una premessa potentissima, da masticare lungo tutta la lettura. Io non ci sono riuscito subito: l’ho recuperata più tardi, attraverso Lèpiu degli Askra, che riprendendo con sensibilità l’opera di Atzeni, dà le chiavi di lettura per una comprensione più profonda. Entrambi i testi partono dallo stesso verso, ma la conclusione è diversa: se in Atzeni si apre un cammino di consapevolezza, in Lèpiu il passo è appesantito da dolore, memoria e rabbia.

I custodi del tempo

Atzeni ci fa custodi del tempo, attraverso la solennità del rituale di trasmissione e del giuramento, col richiamo e invito alla massima presenza,  all’ascolto e all’abnegato esercizio di memorizzazione di un segreto che ci mette al mondo, da ripetersi ogni notte per non disperderne la più sottile sfumatura da tramandare nel tempo. É una responsabilità enorme eppure non pesa, è il racconto di un racconto, di una verità necessaria che ha attraversato i secoli: dai primi abitanti della Sardegna fino ad oggi, perfettamente integrata nel presente del tempo della narrazione, naturale.

Nois nde fimus cussos chi depiant gollire e difender

su tempus pro no ismentigare in prejone

ingullitos dae mare. Lèpios.

Noi siamo quelli che devono raccogliere e difendere il tempo,
per non dimenticarlo in cattività, ingoiati dal mare. Leggeri.

Così gli Askra distillano in pochi versi il ruolo di custodi del tempo.


Le narrazioni

Nella parte centrale, Lèpiu mette in luce la difficoltà del percorso di riappropriazione storica e culturale. Le narrazioni dominanti ed esterne introiettate diventano i falsi appigli di una coscienza fittizia di noi stessi, col risultato della percezione di un’assenza di prospettiva, capace a sua volta di renderci schiavi dell’inazione.

Mai prus sos ogros ant a poder sonniare su chelu.

Cuados sos sèculos suta de su tempus.

Fintzas onzi ammentu cucuzat de nèula s’istòria furada

de òmine istranzos chi ant semper iscritu àteras manos.

Mai più gli occhi potranno sognare il cielo,
Secoli nascosti sotto il tempo.
Perfino la memoria ricopre di nebbia la storia rubata
che hanno sempre scritto altre mani.

Così Atzeni, fa commentare ad Antonio Setzu, uno dei protagonisti del libro, Custode del Tempo, la ricostruzione di uno storico sabaudo che descrive i sardi come un “non popolo”, abitante di una terra in prestito senza nessuna continuità storica e culturale. Una narrazione chiaramente finalizzata all’appropriazione e allo sfruttamento materiale dei territori.

“Mi sono chiesto quali motivi potessero spingere lo storico a confondere in modo tanto contorto una verità tanto semplice: abbiamo combattuto per mille anni.

“Ho meditato, disse Antonio Setzu. Credo il motivo sia questo: gli uomini dei Savoia, mentre lo storico savoiardo scriveva, profanavano i monti della resistenza. Armati in nome del re occupavano i pascoli e i frutteti. Incendiavano i boschi, avanzavano coi cani e i fucili. Tutto quel che recintavano con muri di pietra era dichiarato loro proprietà da una legge savoiarda. Distruggevano il sistema di gestione collettivo della terra, ereditato dalla notte del tempo. Toglievano al popolo i mezzi elementari di sussistenza: il pascolo, il coltivo. I sardi dei villaggi di montagna, che sparavano contro i costruttori di muri a secco, venivano chiamati banditi, ricercati, uccisi, perché difendevano quel ch’era loro per diritto fin dalla notte del tempo. I giudici decidevano nelle grotte, come ai peggiori tempi di Roma.

Lo scempio

Dae su mare disisperu aisentaimus

traitores sa terra a furare. Sos bentos

chentza de prus logu, ziraimus in tundu

abbaidande sos fogos in intro de sas biddas.

Dromimus pro non connoscher su fatu.

Dal mare aspettiamo di disperazione che i traditori ci rubino la terra, i venti.
Senza più posto giriamo in tondo guardando i fuochi dentro i paesi.
Dormiamo per non conoscere il destino.

Lèpiu termina con un altissimo grido di dolore, versi che in poche righe racchiudono sofferenze e fatalità profondissimi. Sentimenti che i sardi conoscono bene in relazione al proprio presente e alla propria identità.
Che la si affronti agendo su di sé o sulla realtà, passando per una faticosa presa di coscienza, o mettendo in campo meccanismi di rimozione e negazione, che lasciano covare le contraddizioni sotto una cenere fatta di attrazione e senso del ridicolo, fa parte della nostra esperienza comune.

In questi versi c’è la denuncia dello scempio materiale che la Sardegna subisce da secoli, fino al land grabbing (l’accaparramento delle terre) contemporaneo: colonie penali, esercitazioni militari, industrie inquinanti e per noi poco redditizie, turismo incontrollato, l’imposizione di una produzione energetica sproporzionata rispetto ai bisogni dell’isola. Un attacco costante al territorio e alla popolazione e i suoi modi di vivere, attraverso la rottura sistematica dei legami che uniscono le  comunità ai luoghi.

Lo scempio culturale si aggiunge ed è conseguenza di quello materiale, con l’immagine de su ballu tundu  che in questo contesto comunica un senso di derealizzazione: il legame a una cultura nazionale continuamente combattuta nei secoli, con lo smantellamento del tessuto sociale, la razzializzazione, il soffocamento dei diritti linguistici. Un terreno che crea le sabbie mobili della vergogna di sé in quanto sardi, nonché base per altre spoliazioni.

L’antidoto

«Dormiamo per non conoscere il fato», scrivono gli Askra. Atzeni, invece, indica l’antidoto alla rassegnazione nell’impermanenza della storia, che non si è mai fermata e mai potrebbe.
Rispetto ai millenni, la storia contemporanea è solo un passaggio fra i tanti che abbiamo attraversato, ritrovandoci ancora qua, dove sempre siamo stati.

Passavamo sulla terra leggeri si conclude infatti con questo passaggio

«Potrai aggiungere spiegazioni nuove dei fatti antichi narrati nella storia che ti è affidata e raccontare avvenimenti memorabili del trentennio della tua custodia, purché con chiarezza e concisione. Noi custodi del tempo, dal giorno della perdita della libertà sulla nostra terra, abbiamo preferito finire la storia a questo punto.»

Il messaggio che ci trovo dentro, e faccio mio, è che Il presente è il passaggio storico che abitiamo: la realtà che dobbiamo scrivere, il momento in cui aprire gli occhi e aggiungere avvenimenti nuovi della nostra storia da tramandare ai prossimi custodi del tempo.
La nostra storia o è dei sardi o non è.

Non sapevo nulla della vita.

A trent’anni dalla sua morte, questo vuole essere un umile omaggio a Sergio Atzeni, sardo tra sardi, passato sulla terra leggero.

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