Sardegna chiama Sardegna a congresso

Domenica 14 settembre, in località S. Anna (Marrubiu, OR), si è tenuto il primo congresso dell’associazione politica Sardegna chiama Sardegna. Nata tre anni fa come auto-mobilitazione di un gruppo di persone trentenni, molte rientranti da esperienze fuori dall’isola, stanche della politica corrente, Sardegna chiama Sardegna è cresciuta con adesioni di varia provenienza (civismo, indipendentismo disperso, sinistra delusa), sopravvivendo al primo, inevitabile processo di consolidamento e alla partecipazione alle elezioni regionali del 2024 (in cui faceva parte della coalizione che candidava alla presidenza Renato Soru). Mancava la formalizzazione della sua natura di organizzazione politica a tutti gli effetti. Il congresso è servito a completare questo passaggio.
L’assise si è articolata in due momenti principali: la mattina, il lavoro per tavoli tematici e poi la sintesi sul documento congressuale finale (poi votato dall’assemblea delle persone iscritte); il pomeriggio, le relazioni finali dei due portavoce eletti (Cristiana Cacciapaglia e Danilo Lampis) e gli interventi delle delegazioni ospiti.
Oltre ai due portavoce, è stato eletto il presidente dell’organizzazione, nella persona di Maurizio Onnis (sindaco di Villanovaforru), e l’intero direttivo, chiamato Gruppo di cura.
I lavori congressuali si sono svolti nella modalità partecipativa scelta fin dal principio da ScS come cifra metodologica della propria attività interna (ma non solo) e hanno visto la partecipazione di alcune decine di persone.
La sessione pomeridiana è stata aperta dalla relazione di Danilo Lampis, amministratore comunale a Ortueri. Un discorso ampio e denso di contenuti, che ha spaziato dalla situazione sarda allo scenario internazionale. In questo quadro, ScS viene collocata sul fronte autodeterminazionista e democratico radicale, alla ricerca di una sintesi tra le varie istanze emancipative oggi sul terreno, da quelle sociali, a quelle territoriali, dal piano della lotta contro neo-colonialismo ed estrattivismo economico, alla difesa delle minoranze. Ha evocato, a sostegno della propria collocazione, una sorta di philum storico-politico che va da Giommaria Angioy a Michela Murgia, passando per Gramsci e Antoni Simon Mossa. In questo senso, come ha sottolineato Lampis, ScS non aspira ad essere una formazione ecumenica o equidistante, ma si colloca su un versante preciso della contesa politica odierna.
Più che guardare all’indipendentismo ereditato dal secolo scorso, nelle parole di Lampis ScS prende atto della crisi terminale della forma stato-nazione e apre a una visione confederalista, in cui si coniughino larghe autonomie locali con un quadro di regole e di istituzioni condivise a livello continentale, tenendo conto del passaggio epocale dalla globalizzazione a guida USA al difficile e conflittuale quadro multipolare oggi in formazione. Che comunque ScS, si desume, guarda con favore. Significativi l’esplicito rifiuto della cooptazione da parte delle forze politiche egemoni in Sardegna e la condanna dei metodi clientelari. Rinnovato l’appello alla battaglia civile per una revisione della vigente legge elettorale regionale e al rinnovamento statutario da affidare a un’apposita assemblea popolare “costituente”.
Alla relazione di Danilo Lampis ha fatto eco, in chiusura, quella dell’altra portavoce, Cristiana Cacciapaglia, consigliera comunale di minoranza a Bosa. Con toni e un linguaggio diversi, Cacciapaglia ha ribadito le linee portanti dei programmi di ScS, evocando l’allegoria del bosco come organismo collettivo dinamico, benché ben radicato nella terra. Inevitabile il tema della partecipazione attiva alla sfera politica della gioventù sarda, da coinvolgere con nuovi metodi e nuovi linguaggi. Anche nel suo discorso è emersa la collocazione politica radicale, democratica, ecologista ma non nel senso banale e “borghese” del termine, attenta alle minoranze e alla questione di genere, così come la critica al meccanismo socio-economico dominante.
Tra le due relazioni congressuali, gli interventi delle numerose delegazioni ospiti. Per l’ambito indipendentista erano presenti Sardigna Natzione e Liberu, oltre a vari ex militanti di altre formazioni. ANS ha portato il suo saluto e il suo augurio con le parole (in sardo, la prima e tra i pochi a farlo) di Noemi Obinu. Per i Rossomori de Sardigna ha parlato la segretaria nazionale Lucia Chessa. Era presente anche un giovane delegato del PsdAz, che, oltre alla difesa dell’azione politica della giunta Solinas, ha comunicato in anteprima assoluta la decisione del partito di uscire dalla coalizione di centrodestra per tenersi “le mani libere”. In realtà, niente di sconvolgente: è una caratteristica storica del PsdAz, da che rinacque, nel secondo dopoguerra.
Presente Daniela Falconi, presidente dell’ANCI Sardegna: al centro del suo discorso, il problema della desertificazione demografica e sociale dell’isola, già toccato nella relazione di Danilo Lampis e poi ripreso da altri interventi. Ha partecipato Renato Soru, per Progetto Sardegna, con l’appello a non sottovalutare la possibilità di elezioni regionali ravvicinate, dopo le sentenze relative alla decadenza della presidente Todde attese per questo autunno. Sono intervenute le delegazioni di diversi partiti di sinistra, sia esterni (Rifondazione comunista) sia interni alla coalizione del campo largo (Sinistra futura ed Europa verde): tutti hanno sottolineato una certa vicinanza con le tesi di ScS, anche a dispetto della diversa scelta riguardo le alleanze.
La delegata del gruppo Europa verde ha esplicitamente offerto a ScS una sponda istituzionale, in Consiglio regionale, per le proposte della neonata organizzazione. Tra gli altri interventi, da segnalare quello di Lidia Fancello, portavoce in Sardegna del gruppo Autonomie e Ambiente, a sua volta collegato con L’EFA (European Free Alliance, l’organizzazione dei partiti indipendentisti e autonomisti dei paesi UE). Su sollecitazione di ScS, le delegazioni ospiti hanno enfatizzato i punti di convergenza o di sostanziale accordo tra i propri programmi e quelli dell’organizzazione ospitante, ma non sono mancate puntualizzazioni sugli elementi di dissenso o di parziale distanza. Alcune organizzazioni impossibilitate a presenziare hanno inviato messaggi di vicinanza e di augurio: Sardegna-Palestina, Entula e Confederazione Sindacale Sarda.
La copertura mediatica dell’evento c’è stata. Più dalla parte del gruppo editoriale Unione sarda, va detto. Essendo un evento politicamente rilevante, in un momento di stasi e di attendismo della politica sarda nel suo complesso, era legittimo aspettarsi maggiore attenzione. Ma qui entrano in gioco i limiti e le mancanze del sistema informativo sardo e non è un tema che possiamo affrontare in questa sede. Va comunque rilevato.
Sardegna chiama Sardegna si presenta dunque sulla scena politica isolana col piglio agguerrito di chi si sente forte di nuove idee e nuove metodologie, nonché capace di portarle avanti. L’età media delle persone iscritte, sensibilmente più bassa di quella consueta nelle altre organizzazioni, garantisce un certo vantaggio in termini di dinamismo, competenze ed energia. Entusiasmo ed energia sono termini usati nelle relazioni dei portavoce e, al di là dell’evidente stanchezza, a fine giornata se ne percepiva la consistenza.
I materiali congressuali e la registrazione video della giornata saranno resi disponibili nei canali comunicativi di ScS.
Il fatto che questa formazione sia riuscita a sopravvivere ai primi anni di attività e anzi oggi faccia un salto di qualità organizzativo è il segnale di una vitalità politica non così diffusa né scontata, nella prostrata Sardegna di oggi. L’augurio è che possa essere un fattore di crescita della qualità della politica sarda in generale (oggettivamente bassissima, come si può facilmente constatare) e anche uno stimolo per altre forze sociali e culturali a non cedere alla rassegnazione. Il momento storico attuale è estremamente delicato e c’è bisogno di forze giovani e di una nuova proiezione democratica e autodeterminazionista calata ben dentro le dinamiche attuali, onde non precipitare come collettività umana in una dolorosa agonia civile e sociale da cui sarebbe estremamente difficile risollevarsi.
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Leggendo di questo primo congresso di Sardegna chiama Sardegna, non posso non provare un moto di sincera commozione. In un’epoca in cui la politica sembra spesso ridotta a sterili giochi di palazzo e la partecipazione civica appare in declino, vedere un gruppo di giovani trentenni – molti dei quali rientrati dall’estero – che decide di non arrendersi alla mediocrità del presente è qualcosa che scalda il cuore.
C’è qualcosa di profondamente autentico in questa storia: persone che, invece di limitarsi a lamentarsi della “politica corrente”, hanno scelto di sporcarsi le mani, di mettersi in gioco, di costruire un’alternativa dal basso. Tre anni di crescita, di consolidamento, di partecipazione democratica vera – quella fatta di tavoli tematici e discussioni partecipative, non di proclami dall’alto.
Colpisce la maturità con cui guardano al futuro: non nostalgie ottocentesche di un indipendentismo anacronistico, ma una visione confederalista che sa leggere i tempi, che comprende come il mondo stia cambiando e come la Sardegna possa trovare il suo posto in questo nuovo equilibrio multipolare.
E poi c’è quella frase che risuona come un campanello d’allarme necessario: il rischio di “precipitare come collettività umana in una dolorosa agonia civile e sociale da cui sarebbe estremamente difficile risollevarsi”. Parole dure, ma oneste. Perché è questo il momento che stiamo vivendo: un crocevia storico dove o si trova il coraggio di rinnovarsi o si scivola nell’irrilevanza.
Il fatto che diverse forze politiche abbiano partecipato, pur nelle loro differenze, dimostra che c’è davvero spazio per un dialogo nuovo, per una politica che sappia unire invece che dividere. E questo mi fa sperare che anche chi, come me, osserva da fuori possa trovare il modo di contribuire a questo cambiamento.
Perché forse è questo ciò di cui abbiamo tutti bisogno: non perfetti salvatori della patria, ma la consapevolezza che ognuno di noi può e deve essere parte attiva di una trasformazione che non può più aspettare. Che sia attraverso il sostegno diretto a realtà come Sardegna chiama Sardegna, che sia con forme diverse di impegno civico, l’importante è non rimanere spettatori passivi di un declino che non è inevitabile.
Il mio sincero augurio va a questa giovane organizzazione, ma soprattutto a tutti noi: che possiamo trovare il coraggio di essere protagonisti del cambiamento che vogliamo vedere, invece di aspettare che altri lo facciano per noi. La democrazia partecipativa non è solo un metodo politico, è una responsabilità condivisa che inizia dal momento in cui decidiamo di non voltarci dall’altra parte.