Genocidio e questione sarda: il senso di colpa della persona sarda italiana

Premessa doverosa visti i toni accesi, quasi personali, che hanno caratterizzato la discussione sull’argomento: io non conosco l’autore del primo articolo sull’argomento, cioè Cristiano Sabino. Non so neppure che faccia abbia, non ci siamo mai scambiati neanche due parole e lo stesso vale per tutti gli intervenuti nei post che ho potuto leggere sui social. Questo non è uno scritto in difesa di chicchessia, se non in difesa della mia identità in quanto sarda. Non faccio e non ho mai fatto parte di nessuna associazione, partito, setta o quant’altro. Non sono neanche socia ANS, che ringrazio comunque per la stima, l’amicizia e l’ospitalità. Vi prego, quindi, di leggere per comprendere e non per trovare parole da strumentalizzare. Qualsiasi persona dovesse sentirsi punta da questa vaghezza, sarà costretta a un caffè chiarificatore (offerto da lui/lei/loro/altro). Ma se fossi in voi lo eviterei, sono molto più petulante dal vivo.
Ripartiamo dalle basi: nel 1944 Raphael Lemkin coniò il termine “genocidio”. Questa sua idea comprendeva non solo l’uccisione di un gruppo specifico di persone, ma anche la cancellazione della loro “anima”, ovvero della loro cultura. Vale a dire della lingua, della produzione artistica, dei simboli, del culto, delle tradizioni, della memoria storica, della scuola. Quindi da una parte abbiamo un’eliminazione corporea, forse più veloce, dall’altra l’eliminazione del cuore di un popolo, del suo collante, della sua identità, di quello che rende quel popolo proprio quello e non un altro: un lento stillicidio, se vi piace di più. La sostanza non cambia.
Arriviamo al 1948, quando l’ONU con la Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide dà la definizione più nota e giuridicamente vincolante a livello internazionale di “genocidio” come una serie di atti posti in essere contraddistinti dall’intento speciale di distruzione (un dolus specialis unico nel diritto penale internazionale) tra i quali: uccisione di membri del gruppo; causare gravi danni fisici o mentali; infliggere condizioni di vita calcolate per portare alla distruzione fisica; misure volte a prevenire nascite; trasferimento forzato di bambini.
In una prima bozza di questa Convenzione era menzionata esplicitamente fra quegli atti anche la distruzione culturale, allora perché non si trova nella versione finale della Convenzione? Cos’è successo? Forse perché la distruzione culturale non era abbastanza dolorosa? No. Perché la legge non dà patenti di dolore e spesso è uno specchio insufficiente della realtà. Gli Stati hanno votato per rimuovere quella parte che prevedeva tra gli atti, ad esempio, la proibizione dell’uso della lingua del gruppo in scuole o nella vita quotidiana (vi ricorda qualcosa?), la distruzione di biblioteche, musei, monumenti storici, luoghi di culto, istituzioni culturali. Le motivazioni dichiarate per tale rimozione sono una maggiore chiarezza del trattato, rendere più semplice l’operatività della legge, l’esistenza di altri strumenti legislativi a tutela dei diritti umani e delle minoranze. Fino a qui tutto bene, più o meno.
Adesso vediamo quali Stati hanno votato a favore della rimozione di questo aspetto della definizione giuridica internazionale di genocidio. Sono venticinque: Unione del Sudafrica, Regno Unito, Stati Uniti d’America, Australia, Belgio, Bolivia, Brasile, Canada, Cile, Danimarca, Repubblica Dominicana, Francia, Grecia, India, Iran, Liberia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia, Panama, Perù, Siam, Svezia, Turchia.
Notate per caso, tra questi Stati, qualcuno che avrebbe potuto avere un interesse particolare nel rendere la categoria giuridica penale internazionale di genocidio il più esclusiva possibile? Notate per caso qualche paese colonialista che ha effettivamente compiuto nell’ambito delle proprie campagne coloniali e amministrazioni neocoloniali un genocidio culturale? Notate per caso qualche Stato, tra questi, che avrebbe potuto avere un interesse personale nel richiedere delle prove assolutamente specifiche e difficili da ottenere per sostenere un reato penale a livello internazionale di genocidio?
Allora vi chiedo di usare la vostra onestà intellettuale: pensate che la scarsa frequenza con la quale si riconosce un genocidio sia perché onoriamo e portiamo rispetto al forte dolore e alla cancellazione di un popolo, perché ci illudiamo che siano fatti così gravi e pertanto difficilmente ripetibili, oppure possiamo pensare che ammettere la punibilità di un genocidio culturale avrebbe mandato in crisi il mondo moderno e contemporaneo in cui la gran parte dei popoli ha subito e subisce una cancellazione genocidiaria culturale a vantaggio di pochi?
Il senso delle proteste per la Palestina era proprio questo. Dire che finché la Palestina non sarà libera nessuno di noi sarà libero, cosa significa per voi? Stavamo protestando contro un sistema di colonialismo, imperialismo e capitalismo o contro cosa? Rendere la Palestina un unicum di dolore non serve a nulla, né a loro né al resto del mondo. Di popolo eletto ne abbiamo già avuto uno, di narrazione sulla Shoah e sulla sua natura imparagonabile ne abbiamo già avuta una. A cosa è servito? A discutere per anni se fosse calzante o meno la categoria di genocidio nel caso palestinese, nonostante la verità fosse davanti agli occhi di tutti.
Trovo agghiacciante che si sia scesi a un livello tale di discussione perché si è osato pensare al di fuori degli schemi precostituiti. Non si è mica detto che quello che è successo e succede in Palestina non è valido, non esiste, non è genocidio, che in Sardegna gli facciamo concorrenza. Perché, in questo caso, moltiplicare i diritti significa sottrarli? Tra l’altro il concetto di genocidio culturale è assolutamente valido e studiato in ambito sociologico, antropologico e storico. Che non sia (ancora) riconosciuto a livello giuridico con quella specificità è solo il riflesso del contesto storico e politico che ha portato a quella decisione nel 1948 e che ci dice che da allora gli equilibri di potere non sono cambiati.
Non era il caso di usare la parola “genocidio” adesso? È troppo presto? Io non credo che sia questo il motivo dell’indignazione, tra vent’anni sarà la stessa cosa se non affrontiamo il nodo della questione che, secondo me, è il fatto che pure chi è indipendentista, pure chi si sente esclusivamente sardo, pure chi è sardo prima di essere italiano è cresciuto all’ombra del tricolore. Abbiamo un passaporto italiano, godiamo di numerosi privilegi che ci conferisce l’italianità statale; pertanto, sentiamo anche il senso di colpa di questo privilegio che ci impone, soprattutto per chi si schiera ideologicamente a sinistra, di chinare il capo laddove c’è una questione più grande, un genocidio più genocidio.
Ma noi non possiamo pensare di trasformare le vicende di popoli e contesti diversi nella gara a chi ha perso di più, proprio perché rischiamo di non vedere né il resto del mondo, né noi stessi e di fare il gioco di chi ha deciso che atti così gravi sono rari e difficilissimi da provare! Ma chi si sognerebbe mai di mettere in competizione una persona che ha subito una molestia sessuale con una che ha subito violenza sessuale, quando la prima è molto spesso preludio della seconda, quando molestia e violenza sono il risultato di uno stesso sistema. Ma la questione sarda e quella palestinese in che ambito rientrano, non è forse lo stesso?
Le parole che ha pronunciato Francesca Albanese a Seneghe, che abbiamo citato tutti, sul fatto che la Sardegna è l’unica terra in Italia che può comprendere davvero la questione palestinese, le usiamo solo fino a un certo punto? Non c’è nulla di male nel riflettere su cosa sia un genocidio, se non lo si fa per negare la storia altrui, ma per prenderne esempio e aprire gli occhi. “Per non dimenticare” ma davvero. Dov’è il poco rispetto? A me sembra invece molto rispettoso imparare, riconoscere e rifiutare qualsiasi forma di genocidio. Piantiamola con questi paletti ideologici, imposti tra l’altro da chi li ha compiuti i genocidi nel senso sociologico, antropologico e storico del termine oltre che nel senso giuridico.
Nella mia vita ho avuto la fortuna, come già ho raccontato, di confrontarmi con persone non sarde italiane e questo è stato di grande impatto per la formazione della mia identità e della mia coscienza. Non solo, ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare per lunghi periodi sia persone africane nate e cresciute in Africa, sia persone appartenenti alla diaspora africana in Italia. Io per loro ero e sono bianca, in quanto italiana, la mia sardità non è mai stata percepita. Io per loro, quando mi è stata negata la possibilità di affittare una casa in Veneto in quanto sarda, ho subito una semplice discriminazione, non sono stata vittima di razzismo, perché quello è sistemico, non episodico.
E in effetti è un caso che esista una nostra diaspora, è un caso l’isolamento, è un caso la disoccupazione, lo spopolamento, lo sfruttamento delle risorse, la sanità morente. Sono tutti casi e certamente non possono essere conseguenze di rapporti di potere sistemici. Per favore: non mi venite a dire che è vittimismo perché la condizione è la stessa in tutto il Meridione, il fatto che la situazione sia diffusa non è una prova che non esista, anzi. Il dolore non è speciale, non è una medaglia.
Io a quelle persone nere ho risposto: “Sì, è vero, sono stata solo discriminata” e ancora: “Sì, è vero, sono bianca e italiana” perché ubi maior minor cessat e la mia identità non è poi così importante al cospetto di problematiche ben più gravi, poi io sono ideologicamente di sinistra e paragonare i miei “white problems” a quelli sarebbe razzista. Ormai si parla con tranquillità del fatto che la Sardegna sia una colonia, ma vi chiedo, se un domani una persona, che ha subito un colonialismo un po’ più colonialismo di quello sardo, ci dicesse che al massimo abbiamo vissuto e viviamo un’assimilazione culturale, cosa faremmo? Queste sono domande che ci dobbiamo fare: perché il colonialismo sì, il razzismo forse un pochino perché è stata scritta una teoria della razza, ma comunque ho il privilegio del passaporto italiano, il genocidio… NO! Folli! Nemmeno a ragionarci.
Io lo comprendo che è difficile muoversi in questo limbo di identità minoritaria e pseudo-privilegi messi assieme a marolla, io lo so che non abbiamo una memoria storica di quello che ci è stato fatto, però ritengo che mettere dei limiti alla ricerca di sé stessi e della propria storia sia assolutamente controproducente. Non è vero che non abbiamo bisogno della categoria “genocidio” per analizzarci, che poi si possa scartare dopo averla guardata in faccia è un altro paio di maniche. Io ho fame di capire me stessa e la mia identità e non intendo scusarmi per questo. Io uso tutte le categorie che voglio e osservo nel mondo. Mi prendo tutto, perché non sto rubando niente a nessuno, non sto gareggiando con nessuno, né sto mancando di rispetto a nessuno per il semplice fatto che esisto e il mio popolo ha una storia.
Si diceva che non faccia bene parlare di “genocidio” per la questione sarda, perché si spaventano le persone e si allontanano dalla causa. Allora va bene, indoriamo la pillola, mettiamo la testa sotto la sabbia e continuiamo ad accontentarci di qualche bocconcino qua e là, di quello che riusciamo a strappare a fatica, perché comunque siamo sardi italiani privilegiati.
Ma chi si proclama indipendentista è convinto che il passaporto italiano lo protegga? Perché mi sono chiesta se il rifiuto dell’associazione della categoria meramente filosofica di “genocidio” alla questione sarda sia per una convinzione che questo non sia stato attuato nell’isola o se non sia forse una convinzione che in quanto italiani bianchi non ci possa succedere. Quel velo di sicurezza occidentale sulla nostra intoccabilità, quel razzismo subdolo, quella convinzione strisciante che in fondo noi siamo meglio dei popoli che l’hanno subito.
Cosa accadrebbe se veramente qualcuno decidesse di riprendere possesso delle risorse sarde, se la Sardegna gestisse indipendentemente e non solo autonomamente il suo territorio? Pensiamo forse che il mondo occidentale che ci ospita, perché fino ad adesso siamo stati conniventi nella cessione delle nostre risorse, ci direbbe: “Oh ma certo, prego, fate pure! Ecco anche un bel tappeto rosso per voi.” Nella visione di Lemkin il genocidio culturale può esistere senza l’eliminazione fisica, ma è un preludio a questa, un preparare il terreno. Tuttavia, fare la guerra costa, se il popolo colonizzato collabora perché scomodarsi? Potenzialmente si può protrarre il genocidio culturale in eterno, spargendo qualche contentino qua e là, finché l’identità di un popolo scompare nel silenzio generale.
Forse ci siamo dimenticati che il genocidio, il razzismo, il colonialismo, l’etnocidio, lo stillicidio o quello che preferite vengono attuati tutti per lo stesso motivo, che non è del semplice odio campato per aria, ma è un’inferiorizzazione delle persone atta all’approfittarsi delle loro risorse. Il popolo di cui mi interessano le risorse diventa sterminabile. Dico che è perché è stupido, incivile, primitivo, aggressivo e ha bisogno di aiuto, ma in realtà mi interessano le sue ricchezze. Magari si poteva usare questo fil rouge invece dell’intento specifico unico nel suo genere, comprovato e riprovato con estrema difficoltà fai una giravolta falla un’altra volta, per dargli un peso a livello giuridico.
Per concludere, vi dico a sa sarda e spretta manera: acabeidda. Piantatela di strumentalizzare la questione sarda per la vostra ideologia o per i vostri screzi personali. Piantatela di ingabbiare le persone sarde che stanno cercando di capire chi sono e che lo fanno usando anche l’attualità politica. Piantatela di usare il senso di colpa per scoraggiarle, come fanno i colonizzatori, perché questa è violenza.
Menzione d’onore a @memadorgiu su Instagram: “Genocidio o colonialismo italiano in Sardegna? A mimi mi paret una mariposa” o come avrebbe detto mia nonna paterna: “Stai messo così male che se ti sputo in faccia ti rinfresco.”
Immagine: psicoadvisor.com















