600 MW, metaniere e PNRR: la Sardegna sacrificata a un disegno deciso a Roma

L’ultimo appello del popolo di Pratobello, rivolto alla giunta regionale per ottenere una semplice calendarizzazione, ha ricevuto una risposta solo dopo quindici mesi dalla presentazione. Un tempo che difficilmente può essere interpretato come un semplice ritardo amministrativo e che conferma una linea politica già evidente negli atti degli ultimi mesi. Solo ieri la proposta di legge è stata incardinata in commissione, un passaggio che arriva in un contesto in cui la posizione dell’esecutivo appare ormai chiara: non è orientata a sostenere la richiesta del territorio.
La stessa direzione emerge con forza nell’accordo su Fiume Santo, dove si prevede l’insediamento di un data center che richiederebbe circa 600 MW di nuova potenza. Una quantità di energia che non può essere garantita dalle rinnovabili intermittenti e che, di fatto, impone una base fossile stabile.
La Sardegna non ha gas. Non dispone di giacimenti, non ha rigassificatori operativi, né infrastrutture interne adeguate. Qualsiasi progetto basato sul gas presuppone quindi importazioni via metaniere, nuovi impianti di rigassificazione, nuove dorsali e contratti di lungo periodo con operatori privati.
E c’è un ulteriore elemento che rende il quadro ancora più incoerente: se le infrastrutture non saranno pronte in tempo, il gas dovrà viaggiare su gomma da Oristano, con un flusso continuo di autobotti che attraverserebbero l’isola. Un paradosso totale per un progetto presentato come “transizione energetica”: più traffico pesante, più emissioni, più rischi, più costi. Un modello che aumenta l’inquinamento invece di ridurlo.
In questo scenario si osserva una convergenza politica trasversale. Da un lato Pichetto Fratin, esponente del centrodestra; dall’altro Alessandra Todde, espressione del campo largo. Entrambi hanno ricoperto ruoli di governo durante l’esecutivo Draghi, periodo in cui è stata definita una parte significativa dell’impostazione energetica nazionale. La partecipazione della Città Metropolitana e delle principali associazioni di categoria conferma che non si tratta di una scelta territoriale, ma dell’attuazione di un indirizzo politico nazionale. Un indirizzo che arriva da lontano e che ha origine a Roma.
Anche il livello locale presenta elementi di continuità: il sindaco di Porto Torres, figura centrale nel territorio, proviene professionalmente da Terna, uno degli attori chiave della rete energetica nazionale.
Al territorio viene proposta la consueta narrazione: posti di lavoro legati alle bonifiche e due nuove attività produttive — una per il supporto al diporto e una per la cantieristica navale. In cambio, però, la Sardegna dovrebbe accettare un’infrastruttura basata sul gas, con costi elevati, impatti ambientali significativi e una dipendenza strutturale dall’esterno.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento: l’assessorato all’industria dovrebbe reperire circa 75 milioni di euro per completare il quadro finanziario dell’operazione, mentre il valore complessivo dell’intervento rimane ancora da chiarire.
Roma incassa la realizzazione di un’infrastruttura strategica per il sistema energetico statale; la Sardegna riceve promesse.
Il silenzio su Pratobello e l’accelerazione su Fiume Santo non sono episodi isolati: sono parte di un’unica traiettoria politica. Una traiettoria che non nasce nei territori, ma li attraversa e li utilizza.
Una scelta colonizzatrice, tesa a favorire l’appropriazione dei finanziamenti , in particolare quelli del PNRR, mentre ai sardi restano i costi, l’inquinamento e la dipendenza dall’esterno.
Immagine: Gianni Careddu
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