Il fallimento dell’Autonomia speciale sarda in tre concetti

L’anniversario dell’approvazione dello Statuto Speciale sardo, il 26 febbraio, quest’anno ha curiosamente coinciso con l’avvento in Sardegna di Conte, accolto dalla Presidente della Regione con il solito servilismo. Il M5S sta usando la Sardegna come luogo di estrazione politica nell’ottica del suo progetto di egemonizzare il centrosinistra. La penosa e fallita adunata chiamata ieri dalla Presidente, contro il governo sulla questione dei 41 bis, la metterei in questo stesso quadro e ho trovato significativa la parte del suo discorso in cui ha detto che ora “la piazza” deve “sostenere i nostri parlamentari”.
Si capisce bene in che termini lei e la classe politica sarda concepiscono la mobilitazione popolare: come una platea a loro sostegno. Nessun ruolo attivo, nessuna organizzazione dal basso ma una chiamata a supporto. Per tutte le altre mobilitazioni vale il “i legislatori siamo noi”. Ed è stato spettacolare vedere tutta una sfilza di partiti aderenti a una chiamata pseudosardista e dai toni vagamente anticolonialisti – che si sciolgono appena qualcuno di questi rilascia una qualche dichiarazione – dopo aver contribuito in vario modo a tutte le “servitù coloniali” che abbiamo. Ricordiamoci che il programma del campo largo ha sposato la retorica della sostenibilità delle basi militari. Tutto ciò ci ricorda in che accidenti di stato (o Stato!) si trovano le istituzioni autonome in mano a questa gente: più un potere SUI sardi che un potere DEI sardi. Insomma, una perfetta immagine del fallimento dell’autonomia regionale del 1948.
La dominazione dei partiti italiani ha svuotato e depotenziato un’autonomia già nata con diversi limiti. Attraverso la politologa Sonia Alonso ho scoperto che diversi studiosi (ad es. Rudolph e Thompson) hanno scritto del “paradosso del successo” dei partiti periferici. Secondo questa tesi, la conquista/concessione di poteri regionali, quindi la realizzazione della principale domanda dei partiti regionalisti o periferici, ha avuto conseguenze elettoralmente negative per questi stessi partiti: con una forma di autonomia cresce la collaborazione tra partiti regionalisti e statali, per cui i primi perdono l’immagine di partiti di opposizione al sistema; i partiti di riferimento statale possono usare le istituzioni autonome e fanno strategicamente propri diversi punti programmatici dei regionalisti, i quali così vedono indebolire la propria immagine e il proprio ruolo di organizzazione di difesa degli interessi regionali.
Questo ovviamente non sempre si è verificato – e infatti Alonso contesta la tesi – ma in Sardegna credo proprio di sì a guardare il declino del PSdAz, i cicli del sardismo, il fallimento delle collaborazioni tra partiti sardi e italiani al governo, l’uso strumentale di una retorica sardista da parte dei partiti di riferimento statale di destra e sinistra, la ricezione di alcuni temi dell’indipendentismo degli anni 2000 e l’addomesticamento di una parte dello stesso da parte del sistema. La situazione è aggravata dall’incapacità delle organizzazioni di obbedienza sarda di sapersi inserire in uno spazio politico centrato sull’asse destra-sinistra, finendo per essere inquadrate – a torto o a ragione – come movimenti “identitari” e dunque essere poste ai margini.
Insieme alla contraddizione tra istituzioni autonome e partiti non autonomi, l’altro grande male che ha ridotto notevolmente la democrazia in Sardegna e quasi annullato il senso stesso dell’autonomia come conquista democratica è stata la dipendenza economica o, meglio, aver posto quest’ultima di fatto a fondamento stesso dell’autonomia regionale con il famoso art.13 dello Statuto che attribuisce allo Stato, con il “concorso” della Regione, il compito di disporre “un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell’Isola”.
La questione, per me, è di lunga durata e la Rinascita è stata una “modernizzazione passiva” come altre ne abbiamo avute nella storia, dalla rivoluzione urbana del Medioevo in poi; così come il comportamento della classe dirigente sarda mi sembra abbia elementi persistenti. Ma è un discorso troppo lungo da fare qui. L’economista sardo Gavino Alivia in un articolo del 1951, a modo suo, ha un po’ anticipato questo concetto scrivendo di “asincronicità” fra progresso economico e autonomia economica, evidenziando come in certi Paesi, analogamente alla Sardegna, l’assenza di una propria classe imprenditoriale e dirigente ha fatto sì che l’aumento della ricchezza non abbia potuto prodursi senza un regresso nell’autonomia politica. Nel caso della Rinascita non abbiamo avuto un regresso nell’autonomia formale ma un suo svuotamento di fatto, ben rappresentato dal declino elettorale del PSdAz nei primi 30 anni di autonomia, cioè quando i partiti statali e l’italianizzazione culturale/stigmatizzazione del sardo – sull’onda dell’entusiasmo per il Piano – raggiunsero ampio consenso.
Il politologo Nicholas Van de Walle, nello studiare gli aiuti allo sviluppo in Africa, ha utilizzato il concetto di “ventriloquismo politico“, ripreso poi dall’economista William Easterly, tra i maggiori critici della politica di aiuto allo sviluppo e che – da un punto di vista liberale – ha mostrato tutte le distorsioni che questi “Piani” comportano per le società riceventi. Secondo Van de Walle i governi delle società riceventi, vista la loro posizione di debolezza nei confronti dei donatori, sono costretti a elaborare le proprie richieste tenendo in prima considerazione gli interessi degli Stati e del capitale straniero, più che quelli della propria comunità. Per questo è come se parlassero usando la lingua dello Stato del Nord globale, come manovrati da un ventriloquo: dicono ciò che i Paesi donatori vogliono sentire al fine di ottenere la loro assistenza economica. Mi sembra che – pur in un contesto diverso ma sempre tenendo conto dell’esistenza di un’asimmetria e lasciandomi la licenza di semplificare abbastanza – possa calzare bene con quanto avvenuto in Sardegna con la petrolchimica per lo sviluppo dell’isola: una classe politica del tutto subalterna ha accettato gli orientamenti dominanti in favore della scelta dei poli industriali, più utile al capitale esterno che agli interessi delle nostre comunità, finendo nel lungo periodo per erodere le possibilità di uno sviluppo endogeno.
Il lieto fine non c’è e la condizione sarda è sempre più disperante – non solo per la drammatica situazione demografica (e anche su questo Alivia ci ha detto molto) – visto che, a differenza del passato, si è ormai persa ogni speranza di cambiamento in positivo e – essendo venuta meno la dimensione più alta della militanza e dell’azione per la collettività – la politica è dominata quasi per intero da elettoralismo e opportunismo. Forme organizzative e militanti che sarebbero necessarie per cambiare le cose sono sempre più improponibili nella pratica.
Il mio auspicio rimane però sempre quello per una Sinistra situata in Sardegna, auto-organizzata, in favore di democrazia economica e autodeterminazione politica, capace di agire in interazione con altri movimenti a livello internazionale per un progetto federale aperto.
RIFERIMENTI CITATI.
Alivia Gavino, “Autonomia e progresso economico”, in Bollettino degli interessi sardi, VI, 1, 1951, pp. 7-10
Alonso Sonia, Challenging the State: Devolution and the Battle for Partisan Credibility : a Comparison of Belgium, Italy, Spain, and the United Kingdom, Oxford University Press 2012.
Van de Walle Nicholas, Overcoming Stagnation in Aid-Dependent Countries, Center for Global Development 2005.
Immagine: cronachesarde.com















