Tra sardicidio e decolonizzazione. Decolonizzare l’inclusione in Sardegna

C’è un equivoco di fondo che attraversa molte iniziative interculturali in Sardegna: l’idea che il “vivere insieme” sia un fatto neutro, spontaneo, quasi naturale. Si parte cioè da un dato sbagliato che poi comporta una sorta di strabismo culturale. Si intende l’integrazione delle comunità migranti come un processo di generico adattamento in un contesto normalizzato, positivo, strutturalmente non compromesso. Ma questo è appunto sbagliato, perché la realtà sarda è un contesto che vive profonde contraddizioni e una condizione radicata di progressivo impoverimento economico, politico e culturale fino ad arrivare ad una vera e propria tendenza a quello che altrove ho definito – con grande indignazione dei benpensanti – “sardicidio” o “genocidio bianco”.
I dati sono noti a tutti. Ultimo in ordine di tempo, come se non bastassero già gli allarmi lanciati dai rapporti della Caritas e delle Acli e i nudi e crudi dati Istat, arriva il rapporto del Centro Studi di Confindustria Sardegna, intitolato “Il costo dello spopolamento: demografia e capacità produttiva in Sardegna“, che «illustra le dinamiche negative che attanagliano l’isola e quantifica economicamente l’impatto del declino demografico sulla capacità produttiva regionale». Il rapporto, tra le altre cose, ci ricorda che nel 2024 il numero medio di figli per donna è sceso a 0,91, il valore più basso di tutto il continente europeo, il che ha portato ad un perdita netta di due miliardi di capacità produttiva.
E non si tratta solo di numeri, ma di una profonda spirale di decadenza e annichilimento che nel giro di alcuni decenni porterà all’agonia della millenaria civiltà dei sardi.
Sassari come spazio coloniale interno
Credo che in questo contesto sia molto interessante l’evento “Vivere insieme in pace – Paris in paghe” promosso dalle associazioni Sa Domo de Totus e dalla Gambia Society che si terrà a Sassari il 16 maggio 2026 all’Ex Ma, dalle 15 alle 20. Questa iniziativa ha infatti il merito di mettere in collegamento due questioni che abitualmente viaggiano separate: l’incontro tra soggettività subalterne dentro uno spazio segnato da rapporti di potere storici, coloniali e neocoloniali, quindi migranti e nuovi sardi come soggettività in lotta in cerca di un orizzonte comune.
La Sardegna non è uno sfondo neutro. È una terra che porta inscritto nel proprio corpo sociale il segno di una lunga storia di subordinazione. In questo senso, quando comunità provenienti da Gambia, Senegal, Mali, Marocco, ecc si incontrano con la comunità sarda, non si incontrano “culture” astratte, ma storie materiali di marginalizzazione e prospettive di emancipazione dalla subalternità.
E qui si apre una possibilità politica.
Perché ciò che viene chiamato “dialogo interculturale” può facilmente ridursi a una forma addomesticata di integrazione: un dispositivo che celebra le differenze senza mettere in discussione le gerarchie. Ma può anche diventare – se preso sul serio – un momento di riconoscimento reciproco tra subalterni in un laboratorio politico meticcio di rilancio della questione coloniale e decoloniale sarda.
Il limite dell’intercultura promossa dalla sinistra imperiale
Il laboratorio di narrazione previsto – lo scambio di storie, esperienze e prospettive – rischia, se non problematizzato, di restare dentro una grammatica politica liberal e coloniale propria della sinistra imperiale: conoscere l’altro per tollerarlo o assimilarlo al proprio paradigma. Ma la tolleranza è una categoria verticale, cioè presuppone sempre qualcuno che concede spazio e qualcun altro che lo riceve.
Il punto, invece, non è conoscersi per convivere pacificamente dentro l’ordine esistente. È riconoscere che quell’ordine è ciò che produce marginalità, migrazione forzata, impoverimento e dipendenza. E, nel caso specifico della Sardegna, si tratta di un ordine profondamente coloniale.
Se si frequentano gli eventi sull’integrazione promossi dalla sinistra imperiale ci si rende subito conto di un fatto: la narrazione imperante non è quella del “dialoghiamo perché noi e voi dobbiamo liberarci insieme rispetto ad una condizione di subalternità”, ma si da piuttosto nella forma di un “noi aiutiamo voi ad integrarvi in un contesto neutro e astratto, come se ci trovassimo a Milano o a Roma”.
Infatti appena si smette di parlare di questioni legate ai permessi di soggiorno, alla legislazione statale profondamente escludente e alle questioni legali legate ai vari diritti civili negati ai migranti e si inizia a discutere della vita qui in Sardegna da un punto di vista lavorativo, sociale, culturale, si nota subito che l’interesse scema e il calore civico si raggela.
Semplicemente quell’ambiente politico è disinteressato a costruire un progetto di integrazione nella liberazione dal dominio coloniale, perché quell’ambiente politico fondamentalmente è cieco nei confronti della propria condizione di colonizzati e quindi ragiona solo in termini di diritti civili individuali, non di progetti di emancipazione comunitaria, collettiva e nazionale. Tanto meno ragione nei termini di un fronte comune contro la colonizzazione.
Alcune premesse storiche
Ciò avviene a causa di una radicale rimozione storica delle condizioni subalterne della Sardegna. La sinistra liberal-coloniale rimuove infatti gli snodi storici della storia della Sardegna e adotta soltanto gli eventi della storia generale o di quella italiana adattandola grossolanamente al nostro contesto, come accade per esempi nel caso della resistenza italiana. La traiettoria storica della Sardegna, a partire dai due fatti storici originari la subalternità moderna della Sardegna, vale a dire la sconfitta della “Sarda Rivolutzione” e la successiva fusione perfetta del 1847, è segnata da quella che viene definita – usando le categorie di Gramsci – “modernizzazione passiva”. A differenza di uno sviluppo endogeno, questa transizione verso il capitalismo e l’industrializzazione è stata guidata da forze esterne — lo Stato e il capitale continentale — e mediata da una classe politica locale subalterna che ha barattato la sovranità per una posizione ancillare di potere.
Tale meccanismo ha generato una subalternità multidimensionale che permea ogni aspetto della vita isolana. In estrema sintesi possiamo ricondurre i meccanismi della subalternità a tre grandi gradi. La Subalternità Economica è caratterizzata dall’estrattivismo di risorse, dalla dipendenza dai trasferimenti statali e dall’orientamento dell’economia verso mercati esterni. Tutto questo produce sottosviluppo artificiale e distruzione del tessuto produttivo locale.A questa si accompagna la Subalternità Politica che consiste attualmente in un modello formalmente autonomistico ma sostanzialmente asservito alle logiche predatorie decise in contesti extra isolani. Non meno importante è la Subalternità Culturale che assume il ruolo di dispositivo di rimozione della lingua e della cultura sarda ridotte a subcultura. I principali canali di subalternizzazione culturale sono ovviamente la scuola, l’Università e i media.
Verso un sardismo meticcio
È qui che il concetto di sardismo meticcio diventa decisivo. Come argomentato nel mio articolo Sardismo meticcio, i subalterni e la deoccidentalizzazione della Sardegna, non si tratta di diluire l’identità sarda in un multiculturalismo indistinto, ma di ridefinirla a partire dalla sua posizione subalterna e dalla sua apertura alle altre soggettività oppresse.
Significa riconoscere che:
- la condizione sarda non è eccezionale, ma condivisa con molti popoli del Sud globale;
- le migrazioni non sono “emergenze”, ma effetti strutturali del sistema coloniale;
- l’incontro tra sardi e migranti può diventare un terreno di alleanza e sinergia decoloniale fino alla fusione in un unico laboratorio di fuoriuscita dalla minorità coloniale.
Dall’Integrazione all’Interazione
In questo scenario di conflitto aperto, il tema dell’inclusione delle comunità migranti e degli ospiti deve essere radicalmente riformulato. L’approccio liberale e “progressista” (ammesso e non concesso che ormai si possano separare questi approcci) parla di “integrazione”, presupponendo che esista un sistema sano, democratico e accogliente in cui i nuovi arrivati debbano inserirsi. Chiunque abbia mai partecipato ad un evento organizzato dalla sinistra liberal-coloniale sa di cosa parlo.
Esiste un momento preciso in cui si finisce di discutere di questioni di straordinaria e certificata importanza per i migranti (permessi di soggiorno, lavoro, legislazione repressiva verso i migranti, copertura sanitaria) e si inizia a parlare di questioni che riguardano tutti, migranti e non: lavoro, scuola, emigrazione, repressione culturale. Qui lo sguardo di chi organizza cambia e diventa orientalista. È lo sguardo del privilegiato che guarda il disgraziato dall’alto del suo privilegio. Questo perché solitamente gli organizzatori di questi eventi non sono soggetti impegnati nella lotta contro la colonizzazione militare, energetica, giuridica, culturale che subisce la Sardegna, ma frazioni di quelle elites che dalla medesima colonizzazione traggono sussidi e privilegi di ogni tipo.
Insomma, quando si inizia a parlare di questioni che potrebbero saldare gli interessi di migranti e sardi (per esempio la necessità dei migranti di poter salvaguardare la propria lingua e unirsi alle rivendicazioni dei sardi impegnati nella battaglia per difendere la propria identità linguistica), lo sguardo della sinistra liberal-coloniale si fa strabico e i migranti non trovano quello che spesso cercano: solidarietà nella lotta, ma solo un’insopportabile atteggiamento di superiorità da parte del colonizzato sardo (ma inconsapevole e privilegiato) verso il colonizzato migrante (non privilegiato).
Per questo dobbiamo cambiare paradigma. Se la Sardegna è un territorio soggetto a una struttura coloniale, l’integrazione non è che un processo di assimilazione alla subalternità.
Il Tranello dell’Inclusione
Chiedere l’integrazione dei migranti nella “cittadinanza italiana” in Sardegna significa chiedere loro di diventare parte di quella stessa struttura che opprime il popolo ospitante. La retorica dell’inclusione è spesso utilizzata dalla sinistra imperiale per neutralizzare la portata rivoluzionaria della presenza migrante, trasformando persone dotate di vissuti di resistenza in utenti passivi di servizi sociali o in forza lavoro a basso costo.
Probabilmente tutto questo avviene mediante grammatiche politiche inconsce (Tarizzo, Calemme), ma il risultato non cambia.
La vera sfida decoloniale non è rendere le comunità ospiti “uguali” ai cittadini “italiani” residenti in Sardegna, ma invitare queste comunità a unirsi al conflitto per la liberazione della colonia Sardegna, a partire dalla difesa dei servizi essenziali (ospedali, scuole, infrastrutture), ma anche dalla riconquista della nostra storia rivoluzionaria, dal contrasto alla colonizzazione energetica e alla colonizzazione militare. Non si tratta insomma di inserire l’ospite in un contesto pacificato, perché quel contesto non esiste: la Sardegna è un campo di battaglia politico, economico e culturale e chi sceglie di viverci deve anche scegliere da che parte stare: con i colonizzati o con il colonizzatori.
Interazione tra Comunità in Lotta
L’alternativa all’integrazione è l’interazione tra comunità in lotta. Questo significa riconoscere che il migrante che scappa dal neocolonialismo in Africa o dalla guerra in Medio Oriente e il sardo che lotta contro le basi militari o la speculazione energetica condividono lo stesso nemico: il sistema di colonialismo internazionale e il suprematismo occidentale.
E oggi questo sistema assume un volto orrendo e terribile: la guerra, il riarmo, il genocidio, l’aggressione imperialista.
Altro che “sardismo” allineato con le posizioni dell’occidente come ama ripetere qualche losco avvelenatore di pozzi.
L’interazione avviene nel momento in cui le comunità ospiti non vengono “assistite”, ma coinvolte come soggetti attivi (agency) nelle rivendicazioni del territorio.
In questa direzione va l’iniziativa “Paris in paghe” organizzata a Sassari da una associazione decoloniale come Sa Domo de Totus e dalla comunità gambiana che – usando le parole del suo presidente Osman Fatty – si riconosce come “afro sarda”. Ciò che rende africana e sarda questa comunità non è solo l’origine e l’attuale regione di residenza, ma l’unità della lotta contro la colonizzazione in cui sono impegnati i popoli africani e quello sardo. Questo crea un fronte comune anche da un punto di vista culturale, perché l’identità sarda, lungi dall’essere un recinto etnico, diventa un progetto politico aperto a chiunque scelga di schierarsi con la terra contro chi la sfrutta e la opprime.
Il sardismo meticcio
Il termine “sardismo meticcio”, coniato da me, rappresenta la sintesi di questa nuova visione. Esso si distacca dal sardismo (e dall’indipendentismo) classico di matrice borghese o identitaria per abbracciare una prospettiva decoloniale aperta ma non cosmopolita e non neutra.
L’identità del sardismo meticcio non deriva da un certificato di nascita o da una purezza linguistica, ma è l’esito della lotta stessa. È dalla lotta che si crea l’identità, non il contrario. In questo senso, la Sardegna diventa “palestinese, mediterranea, araba, africana” perché si riconosce nel Sud del Mondo a partire dalle sue più immediate e cogenti necessità storiche e rompe i ponti con l’Occidente suprematista non per solidarietà verso il colonizzato, ma come atto di fedeltà alla causa della sua stessa liberazione.
Questa identità meticcia si manifesta in momenti di rottura simbolica e pratica:
- La partecipazione dei nuovi sardi alle manifestazioni contro l’occupazione militare della Sardegna.
- La solidarietà attiva con la resistenza palestinese, vista come lotta avanzata contro il sistema coloniale occidentale che trova nello stato Israeliano il suo volto più feroce.
- La costruzione di reti di mutuo soccorso che scavalcano le istituzioni statali.
- La lotta per la pace attraverso la costruzione di un fronte comune per la pace e contro il riarmo.
De-occidentalizzare la Sardegna
Il sardismo meticcio mira alla de-occidentalizzazione della società sarda. Questo non significa rifiutare la tecnologia o la modernità, ma rifiutare il modello di sviluppo occidentale basato sulla crescita infinita, sull’estrattivismo, sulla gerarchia razziale e culturale e sulla presenza sempre più esplicita di zone di sacrificio, come ha recentemente candidamente ammesso il presidente di Confindustria Emanuele Orsini a proposito della colonizzazione energetica. Significa rimettere al centro la vita, la cura del territorio e la democrazia diretta, partendo dai territori e dalle esperienze di chi li vive.
Significa in sostanza dismettere il belletto del privilegiato sardo abituato a ragionare da continentale e iniziare a ragionare non in termini di “voi” e “noi”, ma di un “noi collettivo” affermando un’idea semplicissima: sardo non è chi è nato in Sardegna, chi ha i geni della longevità o chi ha preso la residenza in quest’isola. Sardo è chi si ribella al sistema coloniale mondiale e alle sue declinazioni in questa terra. Indipendentemente da lingua, cultura, religione e cittadinanza. Insomma non è più la nazione che si ribella alla colonizzazione (vecchio nazionalismo sardista), ma è nella ribellione di tutte le comunità subalterne che attraversano lo spazio geografico e culturale della Sardegna che ritroveremo la nazione.
Immagini: Cristiano Sabino



2 commenti
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Bene meda, Cristiano: cundivido cantu as iscritu! (e mi ndhe l’apo copiadu)
Mi ndhe allegro e pesso chi est s’orientamentu chi depimus impostare e cuncordare si resessimus a cambiare cust’istratzu de «Statuto di autonomia» de sa RAS: una economia pro sa vida vida e una civiltade de paghe.
Grazie