Meledu subra sa colonizatzione energetica

La Sardegna del duemila rischia di andare incontro e di precipitare rovinosamente verso un drammatico futuro distopico. Oggi, segnatamente per la vicenda delle Pale eoliche e dei campi fotovoltaici che si sono abbattuti e, ancora si abbattono e si abbatteranno sulla Sardegna, implacabili come un castigo di Dio, in un ciclonico turbinio di sopraffazioni e inaudite illegalità: di fatto vengono e verranno sospese persino le già deboli e flebili competenze dello Statuto speciale della Sardegna.
Ma questa volta è soffiato e ancora continua a soffiare in Sardegna un vento nuovo di resistenza e di opposizione. che si sono espresse nella mobilitazione della raccolta delle firme (ben 210.729 ) per la legge di iniziativa popolare “Pratobello 2024”. Essa potrebbe rappresentare l’inizio di un percorso capace di ridefinire il futuro dell’isola e iniziare a spostare gli equilibri di forza subalterni tra centro e periferia.
Con “Pratobello 2024” ancora una volta i Sardi, come tante volte nella loro millenaria storia, fin dai tempi della dominazione cartaginese e, soprattutto romana, costantemente “resistono” alle ruberie, agli sfregi e agli stupri ancora oggi inferti da chie benit dae su mare: speculatori o meglio veri e propri colonizzatori, faccendieri, affaristi e predatori incalliti, invasivi, invadenti e sbrigativi, che sono entrati (e i più), vogliono entrare in casa nostra. Senza permesso. Al di fuori e contro la nostra volontà.
Piani di assalto studiato nelle casseforti delle banche d’affari mondiali, congegnato nelle diplomazie europee ma messi a punto “accolti” e “legalizzati” nei Palazzi romani. E, ahimè con il beneplacito o, comunque la connivenza e collusione e subalternità dei “basisti” e vassalli locali.
I furones, sono predatori venuti da tutto il Pianeta, d’oltreoceano e d’oltralpe, che hanno deciso di mettere a ferro e fuoco, ogni angolo di questa terra promessa, votata al ruolo di genio naturale, trasformata per scelte scalmanate e devastanti in terra di ulteriori servitù: come se non bastassero quelle militari o quelle carcerarie.
Vengono in Sardegna per sfruttare e depredare le nostre risorse, deprivandocene: vento e sole, terra e mare. Suolo e sottosuolo. Per devastare manomettere e squassare il nostro territorio: imbruttendo il nostro paesaggio. Violentando l’ambiente. Sradicando gli alberi. Peraltro senza alcun ritorno neppure in termini economici e finanziari per la Sardegna e i Sardi. Per produrre energia “verde”, pulita e bella e pronta all’Italia, ma soprattutto al Nord. E consegnare i colossali profitti dei mostri delle Pale e dei campi eolici a imprese e fondi finanziari di mezzo mondo.
In un meccanismo di sfruttamento coloniale più nefasto che con la industrializzazione petrolchimica con cui “Issos si pigant su ranu e a nois lassant sa palla“. In questo caso invece “Issos si pigant su ranu e a nois lassant s’aliga“: sic et simpliciter!
Con la mistificazione della transizione energetica e dell’uscita dal fossile con le energie verdi – vera e propria mascheratura ideologica – vogliono occupare e sequestrare il nostro territorio, attraverso un nuovo Editto delle Chudende che così sintetizzò mirabilmente in una quartina il frate cappuccino di Ozieri Gavino Achea,:
Tancas serradas a muru
fattas a s’afferra afferra
si su chelu fit in terra
che l’aian serradu puru.
Con infiniti espropri di Stato, estorcendo la terra a contadini, pastori e cittadini.
Nel contempo vogliono interrare la nostra storia, la nostra cultura, la nostra identità linguistica e persino antropologica. Occorre infatti ricordare che Il territorio non è solo un luogo, uno spazio fisico. È un complesso di identità geografiche, ambientali e paesaggistiche. Ma soprattutto storiche e archeologiche. Artistiche e architettoniche. Letterarie e linguistiche. Antropologiche.
Con l’assalto delle Pale e delle distese fotovoltaiche ci sarebbe un vero e proprio scempio e scasso della Identità complessiva dei Sardi, che sarebbe gravemente non solo ferita ma brutalmente devastata e manomessa, forse irrimediabilmente.
Ad essere colpiti sarebbero soprattutto i paesi, accelerando lo spopolamento già in atto, e con essi soprattutto i pastori e contadini, cui sarebbero sottratti ulteriori spazi ma cui causerebbero anche danni enormi. A tal proposito voglio ricordare quanto sostenuto dal dottor Domenico Scanu, presidente Medici per l’Ambiente- Isde Sardegna, secondo il quale le pale eoliche, oltre che generare campi elettromagnetici e rumore, hanno già ridotto la produzione del latte.
Con un ulteriore crisi delle campagne e della pastorizia e dunque lo spopolamento dei paesi, soprattutto quelli dell’interno, la Sardegna si ridurrebbe a forma di ciambella: con uno smisurato centro abbandonato, spopolato e desertificato, anzi, funereo. Cimiteriale. Senza più uno stelo d’erba: popolato da distese infinite di pannelli cinesi e mostri eolici. Sarebbe questa la transizione ecologica?
E le comunità di paese, spogliate di tutto: in morienza. Di contro, con le coste sovrappopolate e ancor più inquinate e devastate dal cemento e dal traffico. Coste da cui “ammirare”, anche loro, un bel po’ di Pale, con i nuovi parchi eolici offshore.
E i Sardi? Con Ottana e la sua industrializzazione si voleva trasformare i pastori in operai, tutti rigorosamente con la tuta al posto della mastruca. E oggi? Tutti lavapiatti e camerieri? Neppure: perché non è detto che a subirne gli effetti nefasti non sia anche il turismo e l’appetibilità della nostra Sardegna. Per cui i giovani, ancor più di oggi sarebbero senza avvenire e senza progetti. E tutti, senza più un orizzonte né un destino comune. Senza sapere dove andare né chi siamo. Girando in un tondo senza un centro: come pecore matte.
Una Sardegna ancor più colonizzata e dipendente. Una Sardegna degli speculatori, dei predoni e degli avventurieri economici e finanziari di mezzo mondo, di ogni risma e zenia.
Una Sardegna ridotta a un territorio, uno spazio anonimo: senza storia e senza radici, senza cultura e senza lingua. Con la cancellazione delle pur tiepide competenze autonomistiche e della stessa coesione comunitaria.
Una Sardegna disincarnata e sradicata. Ancor più globalizzata e omologata. Senza identità. Senza popolo. Senza più alcun codice genetico e dunque organismi geneticamente modificati (OGM). Ovvero con individui apolidi. Cloroformizzati e conformisti. Omologati.
Come scrive Eliseo Spiga nel suo suggestivo e potente romanzo, “Capezzoli di pietra” (Zonza Editori): Ormai il mondo era uno. Il mondo degli incubi di Caligola. Un’idea. Una legge. Una lingua. Un’eresia abrasa. Un’umanità indistinta. Una coscienza frollata. Un nuragico bruciato. Un barbaricino atrofizzato. Un’atmosfera lattea. Una natura atterrita. Un paesaggio spianato. Una luce fredda. Citt villaggi campagne altipiani nazioni livellati ai miti e agli umori di cosmopolis.
Che vorrebbe un solo mondo (One world), e per di più un mondo uniforme, l’odiosa, omogenea unicità mondiale, l’aveva chiamata David Herbert Lawrence in “Mare e Sardegna”. Anzi una sfera rigida e astratta nell’empireo e non invece tanti mondi, ciascuno col proprio movimento e con un suo essere particolare e inconfondibile.
Quell’unità e quel pensiero “unico” che abolisce le stagioni, sospende il tempo, rende insignificante il contrasto fra il caldo e il freddo, ammutolisce la politica, mette al bando l’idea stessa del cambiamento. Omologando destra, sinistra e centro; annullando progressivamente le specificità; ibernando nella bara della tecnica, del calcolo economico, della mercificazione, della globalizzazione le identità politiche, sociali, etniche.
Sarebbe un etnocidio: una sciagura e una disfatta etno-antropologica-culturale e civile, prima ancora che economica e sociale.
Immagine: algheronotizie.com















