Pelle bianca, Maschera nera e le due Sardegne, di lotta e di governo – S’Imprenta

S’Imprenta – Rassegna stampa dalla colonia
Come ogni sabato mattina su S’Indipendente
Esistono due Sardegne che non comunicano tra loro: una unionista (autonomista inclusa), l’altra indipendentista e anti-colonialista.
Una parte, per ora elettoralmente maggioritaria (chi si astiene è irrilevante), non è stata scalfita dalle sue convinzioni e continua a sostenere FdI, i 5S, il PD, Vannacci: tutte facce della stessa medaglia coloniale.
L’altra Sardegna, invece, ha preso coscienza del proprio status coloniale.
Quattro anni di lotta continua, in ogni angolo della Sardegna sono un precedente unico nella storia degli ultimi cento anni, che non può non aver lasciato il segno nella società sarda.
L’intensità crescente della lotta è dovuta alla consapevolezza storica di aver colmato il limite di sopportazione coloniale sotto questa infornata costante di nuove servitù (energetiche, militari, mafioso-carcerarie, minerarie, turistiche, ecc) e il più grande furto di terra sarda.
Torno sulla questione maschere, non con gli occhi del sociologo-antropologo (che non sono) ma dal punto di vista dei simboli nella comunicazione politica.
I simboli sono potentissimi strumenti nella comunicazione: vale per le statue, la toponomastica, gli inni, le bandiere.
Più di una persona ha notato che una parte della squadra spagnola ha avvertito l’esigenza di mostrare la propria bandiera nazionale (dai giornali coloniali italiani definita “regionale”), oltre a quella statale.

Il sindaco di Mamoiada, Barone, sentenzia contro il gruppo di Mamuthones a Lu Fenosu: “non condividiamo l’iniziativa di singoli che a titolo personale sostengono cause di natura ideologica”. Meditava in silenzio quando le maschere o gli abiti tradizionali venivano utilizzati per il marketing turistico o per compiacere il politico che viene dal continente? Il risveglio improvviso, l’arrocco in difesa, avviene quando tocca il potere italico, inequivocabilmente in decadente putrefazione.
Nell’ultimo congresso di Forza Italia in Sardegna, addirittura gli abiti tradizionali sono stati indossati da cameriere (donne) per servire dolci sardi a quella sagoma di Tajani.

La tradizione usata per servire il dominatore. C’è di che vergognarsi profondamente di essere concittadini delle pseudo-persone che hanno ideato quel palcoscenico.
E le maschere, e in generale l’identità usate per la protesta?
Qui il discorso si complica. Vengono usate per lo scontro, non per essere assoggettate e intrappolarle in schemi coloniali.
La tradizione ha la forza di coinvolgere la popolazione in quanto lascito mitizzato delle generazioni passate.
Non agisce sul piano razionale, fa leva sull’istinto. La maschera è parte della tradizione e in essa possiamo riconoscerci come parte distinta e distante dal colonizzatore.
Scrive Frantz Fanon ne I dannati della Terra (Einaudi), pag. 196:
“Tutto concorre a risvegliare la sensibilità del colonizzato, a rendere inattuabili, inaccettabili gli atteggiamenti contemplativi o fallimentari. Come rinnova le intenzioni e la dinamica dell’artigianato, della danza e della musica, della letteratura e dell’epopea orale, il colonizzato ristruttura la sua percezione. Il mondo perde il suo carattere maledetto. Le condizioni sono riunite per l’inevitabile confronto.
Abbiamo assistito alla comparsa del moto nelle manifestazioni culturali. Abbiamo visto che quel movimento, quelle nuove forme erano legate al maturare della coscienza nazionale. Ora, questo movimento tende sempre più a oggettivarsi, a istituzionalizzarsi.
Da ciò la necessità d’una esistenza nazionale a ogni costo. […]Nella situazione coloniale, la cultura priva del doppio supporto della nazione e dello Stato deperisce e agonizza. La condizione di esistenza della cultura è dunque la liberazione nazionale, la rinascita dello Stato.”
Concetto che somiglia molto al “genocidio” (tra virgolette) di cui parlava Simon Mossa già negli anni ’60, ribattezzato dall’indipendentismo storico come “genocidio bianco” (che non c’entra nulla con il colore della pelle), e rilanciato nel dibattito presso S’Indipendente da Cristiano Sabino.
Il politologo Carlo Pala definisce l’identità un tesoretto per la causa degli indipendentisti. Certo non deve essere “usata” contro altri popoli per chiudersi, semmai contro lo stato e il potere.
Per Fanon affrontare la questione dell’identità è fondamentale per decolonizzarsi, ma non basta difendere un’identità fissa o del passato. L’identità deve trasformarsi in un progetto politico vivo e aperto e si ricostruisce nella lotta per la libertà, in una nuova elaborazione che si concretizza e sfocia nell’uomo nuovo.
Non si tratta di riconoscere un fantomatico essenzialismo, la cui teoria ormai è rigettata dalla maggior parte degli studiosi. Chi pensa a una Sardegna isolata dalle idee che circolano in tutto il mondo, e che i sardi perpetuino sempre le stesse tradizioni da millenni ha capito poco e pratica un nazionalismo auto-razzista, che teorizza i sardi fuori dal mondo, isolati e arretrati, più o meno come ci narravano con sguardo orientalista i nostri peggiori detrattori.
Ad esempio, gli ideali della rivoluzione francese attecchirono immediatamente in Sardegna, e Angioy e la Sarda Rivoluzione furono il frutto di quella fase che sconvolse il mondo di fine ‘700.
Piuttosto occorre capire le funzioni dei simboli antichi che si rinnovano in nuovi significati, dentro a un’identità non statica.
Non sto sposando la teoria etno-simbolista di Antony Smith, dico solo che alcuni pezzi del suo impianto teorico spiegano la realtà meglio di altre.
I nuraghi hanno assolto a varie funzioni nella storia, nel loro riutilizzo come templi o fortezze, dimora del capo, vedette, granai, tombe, mete turistiche. Oggi hanno trovato una nuova funzione nel preservare il territorio dall’assalto degli speculatori dell’energia.
D’altronde, anche il Carnevale non ha più lo stesso valore simbolico di un tempo, in una società sempre meno contadina e superstiziosa, rispetto a quella che invocava la pioggia chiamando Maimone.
Il punto è che i simboli hanno la capacità immediata di fare presa, più di mille ragionamenti e spiegazioni. Questo non significa negare le questioni economiche e sociali, che vanno affrontate con studio e organizzazione.
Significa caricare con la forza culturale le questioni materiali concrete, fornendo un frame cognitivo implicitamente e istintivamente sardo che si ponga contro la classe politica coloniale italica tutta, rispetto al gioco delle parti tra destra e sinistra italiana. È un indipendentismo istintivo, razionalmente irrazionale.
La questione culturale si incrocia con la questione ideologica: la lotta indipendentista deve essere di classe o nazionale? Già Simon Mossa risolse la questione, sovrapponendo e identificando la questione di classe con quella popolare sarda. I sardi sono sfruttati e sottomessi da secoli. Siamo i subalterni della storia, per lo storico americano John Day siamo una delle più vecchie dipendenze coloniali del mondo.
Da un lato i sardi oppressi, dall’altra il colonizzatore italiano. In mezzo sa borghesia compradora, i vari “Barone”, o il sindaco di Ploaghe Giammario Busellu che approva il repowering della ERG a Saccargia perché “totalmente convinto”.
Da questo punto di vista, l’alleanza tra comitati e l’Unione Sarda per salvaguardare il territorio dell’isola, culminata con la Pratobello24, altro non è stata che un’alleanza di scopo tra il popolo e una parte della borghesia sarda (Zuncheddu e il Gruppo Unione) contro un altro pezzo di borghesia (che fa capo a De Pascale, Nuova Sardegna, Fondazione di Sardegna, F2i) che sostiene l’estrazione coloniale pilotata dall’Italia. La prima controparte cui scontrarsi non è l’Italia, ma quella parte di Sardegna che sostiene l’Italia.
Se la borghesia sarda assumesse come propria la responsabilità di una lotta anticoloniale che culminasse con il “taglio della testa al re”, probabilmente si innescherebbero altre dinamiche politiche, nel post-indipendenza.
Temo che la borghesia sia più interessata al sottopotere che garantisce appalti e favori e al mantenimento dello status quo.
Certo che non si può stare solo sulla difensiva, e occorre una proposta politica alternativa che sfoci in un nuovo assetto istituzionale sardo e in un cambio di paradigma sugli aspetti economico-sociali, iniziando dalla redistribuzione della produzione dell’energia, sottraendola alle multinazionali per restituirla alle comunità.
Il rilancio di Omar Onnis della confederazione di un “blocco storico” di partiti, comitati e associazioni, riprendendo la proposta di un’agenda comune di Riccardo Pisu Maxia, va in quella direzione.
Dal mondo della resistenza
A Lu Fenosu continua il presidio di SOS Cala Finanza e Surra, il comitato Su Entu Nostu organizza per il 1 agosto un incontro a Sanluri-Villanovaforru, mentre gli espropri per la metanizzazione continuano e la Regione si vede bocciare dalla Consulta nuovamente la moratoria sulle rinnovabili.
Il gruppo SOS Cala Finanza segnala il ricorso di Tavolara Bay contro il Comune di Loiri Porto San Paolo, per l’annullamento del provvedimento.
Il lavoro su Ittiri, prima del Comitato Palas a Terra, che ha pressato il sindaco, poi dei comitati di Gallura, Nurra e Alghero, che hanno lanciato la manifestazione, ha dato i suoi frutti: la regione ha bocciato l’impianto BESS da 470 GW.
Prossima tappa, 29 luglio a Saccargia per un abbraccio collettivo alla bellezza medioevale della Basilica.

Sa Cida in 1 Minutu
Ambiente e Energia
Isili, Genoni e Nurallao contra a su fotovoltàicu speculativu Tres Comunes de su Sarcidanu s’unint pro gherrare contra a s’istallatzione de sos pannellos in sos campos agrìculos. (L’Unione Sarda)
Sanluri refudat su progetu de s’eòlicu e sas baterias Su Comune detzìdet de parare su fràigu de sas turres mannas pro amparare sa vocatzione agrìcula de su territòriu. (Gazzetta Sarda)
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Le trepidanti inchieste della Nuova Sardegna

Foto di copertina: Fabrizio Filippelli, reteitalianaculturapopolare.org
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