Quale nuovo modello di attivismo per cambiare la Sardegna?

Nelle ultime settimane questa testata ha ospitato diversi contributi dedicati all’esigenza di costruire ponti, forme di coordinamento e prospettive comuni all’interno del mondo dell’autodeterminazione. Una discussione utile, che a mio avviso dovrebbe coinvolgere fin dall’origine un perimetro ampio di realtà – o parti di esse, in alcuni casi – politiche, sociali, cooperative, sindacali, di categoria e culturali sensibili a un discorso politico-programmatico sardo-centrico che faccia i conti con l’esaurimento definitivo del progetto autonomistico, potenzialmente coinvolgibili in un processo di convergenza strategica di natura costituente centrato su poche ma decisive riforme strutturali, capaci di tenere insieme nuovi poteri, democratizzazione ed emancipazione sociale e culturale.
Una riflessione che meriterebbe più spazio e che rinvio a un altro momento. Prima ancora, tuttavia, c’è una domanda preliminare, che richiede una buona dose di autocritica e interroga il senso e le basi stesse dell’agire politico: quale modello di attivismo serve oggi perché questo mondo possa organizzarsi, diventare realmente competitivo sul piano elettorale e candidarsi a un governo trasformativo della Sardegna?
Scattando un’istantanea della Sardegna contemporanea, sul piano della tipologia dell’azione politica si possono isolare due insiemi che nel Novecento si compenetravano grazie ai partiti di massa e a sistemi elettorali proporzionali che permettevano un più facile accesso delle minoranze alle istituzioni, e che oggi si sono progressivamente divaricati. Da un lato, chi occupa le istituzioni e orienta tutta la propria azione verso questo obiettivo: amministratori, consiglieri regionali e apparati di centrodestra e centrosinistra che si contendono alternativamente il governo, assorbendo e orientando una frazione sempre più larga di amministratori locali senza una stabile casa politica. Dall’altro, attivisti di comitati e movimenti del mondo autodeterminazionista nelle sue tante declinazioni, della sinistra di movimento e di un certo “sardismo diffuso” – per usare l’espressione di Mario Melis – anch’esso senza casa, che animano vertenze, campagne e mobilitazioni, influenzano il discorso pubblico, ma che raramente riescono a trasformare quel consenso in rappresentanza politica. Basta osservare i risultati delle ultime elezioni amministrative comunali per averne una conferma: pochissimi tra gli attivisti protagonisti delle principali mobilitazioni degli ultimi anni hanno scelto di candidarsi e ancora meno sono stati eletti.
Il risultato è, da un lato, una politica istituzionale sempre più oligarchica e clientelare, che tende a configurarsi come un’élite politico-burocratica sempre meno legittimata democraticamente – basti pensare alle percentuali di astensione – e sempre più associabile a un vero e proprio “feudalesimo politico” territorializzato. Senza voler fare di tutte le erbe un fascio, e pur nelle differenze esistenti, con singoli impegnati da sempre nella politica istituzionale dotati di una visione trasformativa e capaci di rispondere ai bisogni delle proprie comunità, prevale una tipologia di azione politica orientata all’amministrazione dell’esistente e al “contenimento” del malessere sociale ed economico che segna la società sarda. Dall’altro si è sviluppato un vasto spazio di quella che Pierre Rosanvallon definisce “contro-democrazia”: non una politica minore o contraria alla democrazia, ma l’insieme delle pratiche attraverso cui la società esercita potere anche al di fuori delle istituzioni rappresentative. Comitati, movimenti e reti territoriali sorvegliano l’operato degli eletti, esercitano un potere di interdizione attraverso mobilitazioni e vertenze, sottopongono continuamente l’azione di governo al giudizio pubblico attraverso i social media: sono, per usare le figure di Rosanvallon, un popolo-vigilante, un popolo-veto e un popolo-giudice accanto al popolo-elettore. Funzioni democratiche essenziali. Il problema emerge quando controllo, interdizione e giudizio non riescono ad accompagnarsi a una capacità positiva di organizzazione, proposta e governo, diventando l’unica risposta politica alla crisi della democrazia rappresentativa.
L’ecosistema partitico afferente a questa parte della società sarda è sempre più indebolito dalla frammentazione, da modelli organizzativi ormai inadeguati, da un radicamento territoriale debole, da un sistema mediatico generalmente ostile salvo alcune specifiche battaglie e da una legge elettorale che bastona le proposte terze alla classica alternanza. La verità è che nella crisi del modello-partito sono finiti non soltanto i grandi partiti, sempre più simili a comitati elettorali e sempre meno “organizzatori” della democrazia, ma anche i piccoli partiti. Tra le conseguenze più evidenti vi è il travaso di militanza nei comitati e in altre forme associative, a conferma di come lo spazio dell’iniziativa politica venga visto sempre più all’esterno della contesa per il potere istituzionale.
Se a questa fragilità e alla pervasività del “feudalesimo politico” clientelare si aggiungono alcuni elementi oggettivi del contesto sociale dell’Isola che impattano inevitabilmente sulle dinamiche politiche – la bassa densità demografica e la frammentazione territoriale, una stratificazione del lavoro sempre più polarizzata sul piano tecnico e precarizzata su quello sociale, con una crescente difficoltà a politicizzare la questione del lavoro, il basso numero di giovani, animatori in altri contesti di movimenti sociali imponenti, e l’invecchiamento della popolazione – si comprende come il solo voto d’opinione difficilmente possa sostenere numericamente la costruzione di un’opzione politica alternativa.
Perciò, diversamente da quanto può accadere in altri contesti europei più popolosi, con una struttura socio-demografica più dinamica e giovane e una minore pervasività delle logiche clientelari, in Sardegna non bastano movimenti sociali forti: la presenza nelle istituzioni locali e regionali diventa strategicamente decisiva per consolidare un’opzione politica alternativa e credibile. Una strategia che impone di affrontare senza infingimenti anche il problema della tattica nel breve e medio periodo. Al contrario, l’attesa di essere un giorno abbastanza forti nei territori per accedere alle istituzioni, insieme alla progressiva normalizzazione di tornate elettorali concluse con sconfitte, sta producendo l’effetto opposto: aumenta la sfiducia nella possibilità stessa di conquistare il potere politico e alimenta il travaso dell’impegno fuori dalle organizzazioni politiche. La retorica del “cambiamento dal basso” sul piano sociale e culturale, quando si mescola a tendenze anti-istituzionali a prescindere, rischia così di diventare una trappola. O meglio, di riprodurre meccanicamente nel contesto sardo una vecchia dialettica tra politica istituzionale e movimenti, figlia di contesti sociali e politici differenti, nei quali chi animava movimenti, comitati e forme di contro-democrazia accedeva con maggiore facilità alle istituzioni – quelle locali innanzitutto – capitalizzando politicamente battaglie e vertenze attraverso il radicamento organizzato e il voto d’opinione.
La Sardegna impone una strategia che contempli “basso” e “alto” al medesimo tempo. Occorre tenere insieme i due terreni: organizzazione e tattica dei movimenti per esercitare pressione politica, costruire conflitto e cambiare il senso comune; organizzazione e tattica elettorale per consolidarsi nei territori e nella RAS come referenti politici credibili e capaci di governare. Non due fasi successive – prima il radicamento sociale e poi, quando si sarà abbastanza forti, la conquista delle istituzioni –, ma dimensioni che devono alimentarsi reciprocamente, pena il restare confinati alla testimonianza. E in una Sardegna attraversata da una crisi demografica, sociale e produttiva di questa portata, non è politicamente né eticamente tollerabile continuare a riproporre ricette che le sconfitte e gli errori del passato imporrebbero almeno di sottoporre a verifica.
Si tratta di assumere fino in fondo la lezione gramsciana della “guerra di posizione” nei diversi ambiti della vita comune, senza relegarsi al “movimento per il movimento” o alla sola battaglia sul piano culturale. Nella società sarda contemporanea esiste certamente un humus straordinario: una stratificazione di lotte politiche, vertenze di lunga durata, battaglie culturali e sulla lingua che rendono sempre più presente un discorso politico anticolonista e sardo-centrico. Occorre però fare i conti con la complessità della struttura sociale e produttiva, il potere di orientamento di chi svolge ruoli nell’amministrazione locale o nel Consiglio regionale, il peso dei corpi intermedi – sindacati, organizzazioni di categoria, enti del Terzo settore –, la struttura socio-demografica e la frammentazione territoriale richiamate poco sopra.
Tutti fattori che impongono, ancor di più, di interrogarsi non meramente sulla formula elettorale da adottare alle prossime elezioni regionali, quanto sulle forme, i metodi e i discorsi dell’iniziativa politica di chi continua a stare fuori dalle istituzioni. O per meglio dire, sempre attingendo da Gramsci: sulle caratteristiche di una lotta per l’egemonia che consideri davvero la complessità della società sarda nelle sue tante articolazioni. È una riflessione che riguarda certamente le realtà organizzate in quanto soggetti collettivi, ma anche i singoli che si attivano.
Occorre allora domandarsi quale tipologia di attivismo sia capace di affiancare alla funzione contro-democratica di controllo, interdizione e mobilitazione una capacità positiva di costruzione politica, organizzazione del consenso e governo. Quali modelli possano essere tradotti creativamente nel contesto sardo? Quali metodi e pratiche possano democratizzare e responsabilizzare gli spazi che si animano? Quali strumenti tecnico-politici servano per dare battaglia nel senso comune e “scalare” le istituzioni?
Con Sardegna chiama Sardegna proviamo a rispondere a questa domanda con Move!, la prima Scuola internazionale di attivismo in programma il 12 e 13 settembre al campeggio Nurapolis di Narbolia. Un evento aperto a soci e ad esterni all’associazione, perché le riflessioni possano giovare a un mondo ben più ampio della sola ScS.
Il programma affronta il nodo da quattro angolature diverse.
La prima, non nell’ordine del programma, riguarda l’orizzonte politico di un nuovo modello di attivismo per una Sardegna autodeterminata, democratizzata, socialmente giusta. La nostra terra presenta oggi un panorama sociale nel quale le condizioni di precarietà e subalternità economica attraversano trasversalmente una parte maggioritaria della popolazione. Come evidenzia nel suo ultimo lavoro Gianfranco Bottazzi, in Sardegna più della metà della popolazione attiva vive condizioni di precarietà, sottoccupazione o esclusione dal mercato del lavoro, mentre le disuguaglianze territoriali si acuiscono tra i poli relativamente dinamici di Cagliari e Olbia e un entroterra in progressivo spopolamento. Il quadro si completa con uno squilibrio generazionale senza precedenti: a fronte di 591.938 lavoratori attivi vi sono 655.506 pensionati (dati 2024), con un saldo negativo di 63.568 unità che pesa sul sistema sociale ed economico.
Se si vuole costruire un progetto potenzialmente maggioritario, occorre misurarsi innanzitutto con la carne viva della società sarda con i suoi problemi di ogni giorno, attraverso proposte politiche, confronto e vertenze pragmatiche ma al contempo radicali, come sono radicali i problemi vissuti quotidianamente. Di più: occorre offrire a questa ampia maggioranza sociale uno spazio nel quale riconoscere la propria condizione comune e, al medesimo tempo, uno strumento attraverso cui rappresentarsi politicamente.
Spesso si parla genericamente di crisi della rappresentanza per spiegare la disaffezione dalla cosa pubblica e, in particolar modo, l’aumento dell’astensione. Le analisi raccontano, tuttavia, che questa crisi non colpisce tutti indistintamente: chi non si sente rappresentato è, in larga misura, chi sta in basso nella piramide sociale. Questa ampia parte della società non crede più nella politica come strumento per cambiare le proprie condizioni di vita: la percepisce piuttosto come qualcosa da cui difendersi o, tutt’al più, come uno strumento dal quale ottenere individualmente qualche beneficio attraverso le reti clientelari. Chi possiede capitali economici e relazionali è, invece, pienamente integrato nell’arena democratica rappresentativa e, anche in Sardegna, continua a mantenere una parte consistente delle leve del potere, non per forza passando per le elezioni, anzi.
Ciò che manca oggi è un serio progetto politico capace di organizzare l’irruzione nello spazio pubblico dei bisogni e dei desideri della maggioranza dei sardi, restituendo loro la possibilità dell’azione politica. Un progetto di democratizzazione integrale: politica, economica, sociale, formativa e linguistica. Per costruirlo serve un nuovo modello di attivismo politico che conosca e studi organicamente la realtà – quella urbana come quella rurale – e riesca a costruire nel discorso politico una catena di equivalenza tra istanze differenti, che sia dunque capace di fare politica di massa in Sardegna e affermare nel senso comune un’equazione: per emanciparsi integralmente in Sardegna servono nuovi poteri; avere nuovi poteri serve per emanciparsi. Autodeterminarsi politicamente, dunque, non semplicemente per avere nuovi poteri, ma cambiare la natura e la distribuzione del potere nella società sarda.
È un messaggio estraneo tanto a chi esaspera la dimensione etnocentrica e identitaria, separandola dalle condizioni materiali di vita della maggioranza e finendo spesso per ricondurla dentro visioni liberiste e conservatrici perfettamente compatibili con l’attuale ciclo politico reazionario globale, quanto alla sinistra italiana, che continua a non riconoscere la questione dello squilibrio dei poteri e la dimensione nazionale della Questione sarda, rifugiandosi – quando va bene – in un autonomismo rivendicazionista ormai fuori tempo massimo e inadeguato di fronte al rinnovato centralismo statale. Sono due strade che spezzano il nesso che andrebbe invece ricostruito tra autodeterminazione ed emancipazione sociale. Un nesso che, del resto, appartiene alle origini stesse del sardismo: il primo Partito Sardo d’Azione riuscì a diventare una forza di massa proprio perché legò la rivendicazione di nuovi poteri per la Sardegna alle domande di riscatto sociale ed economico di contadini, pastori e reduci. Non è casuale che Gramsci guardasse con grande interesse a quel movimento e cercasse un’interlocuzione entro una strategia che individuava nell’alleanza tra operai e masse contadine una delle condizioni per rompere gli equilibri di potere dello Stato italiano.
È questa ricomposizione che, in forme storicamente differenti, ritroviamo oggi in alcune delle esperienze politiche europee più interessanti e a doppia cifra sul piano elettorale – si pensi, pur nelle loro peculiarità, a EH Bildu, Sinn Féin, Bloque Nacionalista Galego, Adelante Andalucía – ed è proprio questo il nodo al centro della sessione “Autodeterminazione ed emancipazione sociale”. Al suo interno prenderanno parola Carlo Pala, politologo dell’Università di Sassari, che rifletterà su un “ritorno al futuro” del sardismo delle origini; Andria Pili, dottorando all’Universidad de Málaga, che porterà l’esperienza di Adelante Andalucía; Lorena López de Lacalle Arizti, presidente della European Free Alliance, che racconterà il percorso attraverso cui EH Bildu è passata da alleanza politica a prima forza dei Paesi Baschi; e Sonia Tirado, componente della Direzione di Més Compromís, già Direttrice Generale dell’Innovazione della Generalitat Valenciana e professoressa all’Universidad Miguel Hernández, che rifletterà sulla costruzione di Compromís come forza di governo radicata nei territori.
Una seconda questione affrontata dalla scuola riguarda il rapporto tra genere, leadership e rappresentanza. Per troppo tempo il tema è stato affrontato prevalentemente come questione di riequilibrio numerico. La domanda da porsi è più radicale: quali caratteristiche deve avere un’organizzazione politica per far emergere una nuova classe dirigente femminile proveniente da contesti sociali ordinari e non dalle tradizionali reti di potere? Come possono assumere ruoli di leadership donne che non siano “figlie di” o “nipoti di” uomini con capitale economico, posizionale o precedenti ruoli di rappresentanza? Domande scomode per gran parte delle forze politiche e sociali, con rarissime eccezioni.
Ne discutono tre prospettive complementari. Francesca Feo, politologa dell’Università di Bergen e componente del progetto ERC SUCCESS, analizzerà i meccanismi attraverso cui le donne accedono alla leadership, vi si consolidano o ne vengono espulse: non soltanto l’accesso alle candidature, ma la durata delle carriere e il peso delle reti informali che continuano a riprodurre un vantaggio maschile. Ester Cois, sociologa dell’Università di Cagliari, porterà questa riflessione dentro la società sarda, dove reti familiari, distribuzione del lavoro di cura e disuguaglianze territoriali condizionano la possibilità di emergere ancora prima dell’ingresso nelle organizzazioni. Alice Cavalieri, ricercatrice in Scienza politica all’Università di Torino, sposterà infine l’attenzione sulla rappresentanza sostanziale: la presenza delle donne nelle istituzioni conta davvero quando modifica priorità e decisioni, non soltanto i numeri.
Una forza politica che ambisca a rappresentare la maggioranza della società sarda deve rompere quei meccanismi di selezione della classe dirigente che favoriscono sistematicamente gli stessi profili, le stesse reti relazionali e le stesse biografie. La democratizzazione di un’organizzazione politica si misura anche dalla sua capacità di costruire percorsi di leadership aperti, diffusi e accessibili, nei quali possano emergere donne e uomini provenienti da contesti sociali, territoriali e culturali differenti. È anche da questa capacità di rinnovamento continuo che passa la credibilità di qualsiasi progetto di trasformazione.
La domenica mattina la sessione dal titolo volutamente provocatorio “Zohran Mamdani a Perdas Crapìas” – il nome sardo di Punta La Marmora – sposta l’attenzione da cosa fare a come farlo. La domanda non è se la Sardegna possa “importare” modelli costruiti in contesti profondamente diversi dal proprio, quanto quali pratiche organizzative possano essere tradotte e adattate a territori non metropolitani, caratterizzati da medi e piccoli centri, bassa densità abitativa e una partecipazione politica sempre più flebile. Cosa può insegnare, dunque, la vittoria di un socialista democratico trentaquattrenne alla guida di New York, costruita attraverso centinaia di migliaia di conversazioni porta a porta, migliaia di volontari e una proposta politica capace di parlare ai bisogni materiali delle persone, a chi prova ogni giorno a fare politica nei paesi della Sardegna di dentro o nelle periferie urbane dell’Isola?
La risposta, probabilmente, non riguarda tanto le singole politiche quanto il metodo. Ne discuteranno Martino Mazzonis, giornalista e ricercatore che segue da quasi vent’anni la politica statunitense e firma l’intervento “Dal Bronx alla Barbagia”, e Giovanni Chiarella, advocacy strategist di Futurevox, che guiderà un laboratorio teorico e pratico dedicato alla Public Narrative. Due prospettive differenti che convergono su una stessa intuizione: la partecipazione non nasce spontaneamente dalla condivisione di un’idea giusta. Va organizzata.
Non è sufficiente avere un buon programma, una giusta analisi o una vertenza condivisibile perché le persone si organizzino attorno ad essa. Tra il consenso potenziale e l’azione collettiva esiste invece uno spazio enorme, fatto di relazioni, fiducia, formazione, assunzione di responsabilità e lavoro quotidiano. Condividere una battaglia non significa ancora parteciparvi; partecipare a una mobilitazione non significa ancora organizzarsi; organizzarsi non significa ancora costruire una comunità politica capace di durare nel tempo. Nessuna campagna, mobilitazione o processo di cambiamento attraversa spontaneamente questi passaggi.
Per questa ragione anche la figura dell’attivista deve assumere oggi caratteristiche diverse da quelle del Novecento. O meglio, essendo finito il Novecento della democrazia di massa, dei corpi intermedi, dei partiti strutturati, ed agendo sempre più in un contesto post-democratico, occorre una rivoluzione copernicana dell’agire politico. Non basta il militante-testimone, che afferma la propria differenza senza interrogarsi sulla costruzione del consenso; non basta l’amministratore o il consigliere regionale che riduce la politica alla buona gestione dell’esistente; non basta nemmeno il comunicatore capace di raggiungere migliaia di persone, se quel consenso resta confinato nello spazio digitale. Serve una figura diversa: un organizer democratizzante, capace di costruire relazioni prima ancora che campagne, individuare e accompagnare nuove figure di riferimento nei territori, condividere competenze e moltiplicare le responsabilità. L’obiettivo è aumentare continuamente il numero delle persone capaci a loro volta di organizzare altre persone.
Questo significa concepire l’organizzazione non come una struttura che concentra stabilmente capacità, informazioni e decisioni nelle stesse persone, ma come un’infrastruttura capace di distribuire intenzionalmente competenze e responsabilità. Non significa rinunciare alla leadership, alla decisione o alla necessità di una sintesi politica; significa costruire una leadership che produca altre leadership capaci di assumersi responsabilità, prendere decisioni e organizzare.
È una concezione diversa anche da quella che, negli ultimi anni, ha finito spesso per identificare la crescita politica con la crescita comunicativa. I social network restano uno strumento indispensabile di mobilitazione ma non sostituiscono le relazioni reali: un video può raggiungere centinaia di migliaia di persone, soltanto un’organizzazione radicata può trasformarne una parte in una comunità politica stabile, capace di produrre partecipazione, classe dirigente e, infine, capacità di governo. Serve dunque una cultura organizzativa fondata sul lavoro distribuito e sulla strategia condivisa, nella quale la crescita di nuovi punti di riferimento rappresenti la principale garanzia contro il leaderismo, ma anche contro quella che Becky Bond e Zack Exley definiscono la “tirannia dei molesti”: gruppi nei quali pochi attivisti, spesso animati dalle migliori intenzioni e con maggiore disponibilità di tempo, finiscono per occupare ogni spazio decisionale, rendendo progressivamente più difficile l’ingresso e la responsabilizzazione di persone nuove.
I due laboratori conclusivi della domenica pomeriggio completano questa riflessione offrendo strumenti operativi. Donato Martiello propone un laboratorio dedicato alla comunicazione politica nei social network, non come semplice esercizio di visibilità, bensì come costruzione di contenuti capaci di informare, coinvolgere e organizzare. Adrià Martín Mor, linguista, traduttore e docente della Universitat Autònoma de Barcelona, porterà invece l’esperienza dell’attivismo linguistico catalano per riflettere su come una lingua minorizzata possa diventare uno strumento quotidiano di organizzazione, partecipazione e costruzione del consenso.
Mancano ancora, e andranno affrontati in altri momenti, almeno due questioni decisive per un nuovo modello di attivismo sardo adeguato alla contemporaneità. La prima riguarda la costruzione di una piattaforma digitale partecipativa, capace di integrare strumenti deliberativi, calendari condivisi, gruppi di lavoro permanenti e il coinvolgimento della diaspora sarda. La seconda riguarda una strategia comunicativa che, accanto alla presenza nei media tradizionali, costruisca un ecosistema autonomo capace di raccontare con continuità campagne, amministratori, vertenze e buone pratiche.
In conclusione, la prima riflessione da fare non è tanto, o esclusivamente, quella sui modi per costruire l’ennesimo tentativo federativo tra organizzazioni esistenti. La sfida, sulla quale discutere in profondità, è su come articolare un nuovo blocco politico e sociale capace di tenere insieme soggetti, interessi e domande differenti attorno a un progetto di autodeterminazione ed emancipazione, fino a farne una forza di maggioranza capace di contendere il governo delle istituzioni senza perdere la propria capacità trasformativa. Un soggetto simile non nasce dalla somma di ciò che già esiste, va costruito politicamente. L’humus sociale, culturale e politico esiste già, in forma dispersa. Per organizzarlo vale la pena discutere e approfondire un nuovo modello di attivismo capace di misurarsi con questa ambizione.
Immagine generata dall’AI Gemini















