nazione sarda

A chi nega la nazione sarda

La disamina che Francesco Casula svolge sul passato remoto del concetto di Natzione Sarda fa riflettere su quanto antico sia il senso di appartenenza del popolo sardo alle proprie radici e alla propria specificità di cultura, tradizioni e lingua, ovvero, per non usare una parola ormai abusata ma che ne racchiuderebbe il senso, alla propria identità. L’analisi in questione è essenzialmente narrativa per volontà dell’autore, che sebbene su alcuni passaggi abbia pubblicato ricerche e libri, non si sofferma sulle motivazioni secondo cui, nel corso della storia, Aragonesi-Spagnoli, Savoia e Italiani, indistintamente abbiano attuato politiche di cancellazione di tale identità (cultura, lingua e storia), con azioni spesso di tale rapacità e violenza da spogliare l’economia della Sardegna e ridurla a periferia subalterna e colonia di sfruttamento.  

Tale analisi si ferma all’Unità di Italia, momento in cui si crea il “falso” mito del risorgimento unitario del mezzogiorno in cui, per la necessità del lancio industriale delle regioni del Nord, si sacrificano a tavolino le economie (e le popolazioni) agrarie e pastorali delle periferie del sud e delle isole, relegando manifestazioni di malessere a fenomeni di “banditismo” da reprimere con brutale violenza.

Da allora poco o nulla è cambiato se non nelle forme (solo apparentemente) più morbide ma non meno invasive e pericolose dei dispositivi di controllo e della repressione messe in atto contro ogni ripresa dei tentativi di affermazione del diritto di riconoscimento della Natzione Sarda.  

Tali azioni sono proseguite negli anni Sessanta e Settanta, di pari passo alla nascita di movimenti indipendentisti, e contro un nuovo approccio culturale, ancor prima che politico, alla questione sarda, a partire ad esempio dalla battaglia per il riconoscimento ufficiale della lingua. Ma questa è una vicenda ancora in corso. E su cui sicuramente sia Casula che noi come redazione avremo sicuramente molto da dire.


De Francesco Casula

Ecco la “Nazione Sarda” nella storia.

1. La nazione sarda nel periodo giudicale

L’espressione “nazione sarda” comincia a ricorrere con frequenza e poi sempre più insistentemente in documenti (trattati e carte diplomatiche) che accompagnano le relazioni e i conflitti fra il Giudicato di Arborea e il regno d’Aragona (1353-1410) (1). Ma anche prima si iniziano a cogliere alcuni elementi distintivi della Sardegna che si presenta all’Italia e all’Europa: primo fra tutti la lingua con il volgare sardo, appunto fin dal 1080-85 (nel Privilegio logudorese) e poi nei diversi Condaghi ma soprattutto nella Carta De Logu. Il termine “naciò sardesca” viene usato la prima volta nel documento che sancisce l’atto di pace il 24 Gennaio 1388 fra i rappresentanti di Eleonora con gli inviati del re aragonese Giovanni I il Cacciatore e sta a indicare “la Sardegna non regnicola, la parte avversa alla corona, il territorio sardo riconquistato dai giudici e annesso allo stato arborense. Cioè la Sardegna auctotona” (2). L’uso del termine nazione sarda è comprovato dalle stesse carte della corona di Arborea: esso sarà alla base di quel monumento storico, giuridico e linguistico della Carta, come sosterrà Camillo Bellieni. La lotta sanguinosa fra naciò sardesca (o nassione sardisca) e naciò catalana non si può considerare chiusa con la battaglia di Sanluri (1409), dopo di essa infatti si continua a parlare ugualmente di nazione sarda (traditrice e ribelle secondo il re di Aragona Martino il vecchio). Affermatosi definitivamente il dominio aragonese a seguito della sconfitta dell’ultimo marchese di Oristano Leonardo Alagon (1478) la contrapposizione fra naciò sarda e naciò catalana non scompare: è presente negli atti dei parlamenti isolani e nelle richieste avanzati da questi cioè nei Capitoli di corte che erano dei patti fra la nazione e il re (3).

2. La nazione sarda nel ‘500 – ‘600

L’intellighenzia isolana, dal canto suo, se una parte rimane accecata di fronte agli splendori dell’impero spagnolo e da ascara si prostra servilmente ad esso ed evita con grande cura lo stesso termine di nazione sarda, penso allo storico Giovanni Francesco Fara (4) che usa il termine natio (scrive in latino) per indicare “nascita”, il poeta ecclesiastico Gerolamo Araolla (5) (1545 – fine secolo XVI), alle lingue castigliana e catalana contrappose una lingua sarda che potesse vantare una sua dignità sul piano letterario. Non è questa la sede per verificare i risultati del tentativo di Araolla: certo è che in lui si inizia a delineare un embrionale coscienza del rapporto fra nazione e lingua. Che sarà ancor più forte nello scrittore Gian Matteo Garipa, orgolese (? – 1640) che scriverà «Totas sas nationes iscrien & istampan libros in sas proprias limbas naturales insoro…disijande eduncas de ponner in platica s’iscrier in sardu pro utile de sos qui non sun platicos in ateras limbas, presento assos sardos compatriotas mios custu libru» (6). Invito a notare i termini, estremamente chiari e significativi: parla di lingua naturale – oggi diremmo materna – che tutte le nazioni, compresa la sarda, hanno il diritto-dovere di utilizzare per rivolgersi ai “compatrioti”, ovvero ai sardi, abitanti dunque della stessa “patria”.

3. La nazione sarda nel ‘700 – ‘800

Ma è soprattutto nel vivo dello scontro politico e sociale che – a parere di Federico Francioni, storico sassarese (7) – prende sempre più corpo l’idea di nazione sarda. E cita il triennio rivoluzionario 1793-1796 che vedrà protagonista principale Giovanni Maria Angioy. I Sardi, prendono coscienza di sé e del proprio essere “popolo” e “nazione” prima quando si battono con successo contro l’invasione francese poi quando cacciano i piemontesi da Cagliari con il “Vespro Sardo” del 28 Aprile 1794.  

Al di là delle cause che stanno alla base di questo evento – scrive ancora Francioni (8) – e della stessa dinamica di quelle giornate, fu indubbiamente l’esasperazione dell’atteggiamento colonialistico, quasi razzista dei ministri regi (ampiamente documentato da uno storico in questo verso insospettabile come il Manno) la classica goccia che fece traboccare il vaso.”

Il senso di appartenenza identitaria e di nazione sarda sarà fortemente presente nella stampa e negli scritti di quel periodo di grandi cambiamenti. «Gli ordini del regno sono depositari fedeli della sorte di tutta la nazione» si afferma nel “Giornale di Sardegna” un foglio periodico, organo ed espressione del gruppo più dinamico e politicamente più progressivo degli Stamenti sardi. Ancor più forte sarà il sentimento di popolo sardo e di comunità nazionale nell’Inno di Francesco Ignazio Mannu “Su patriota sardu a sos feudatarios”; nell’”Achille della sarda liberazione”; nella lettera “Sentimenti del vero patriota sardo che non adula” in cui l’istanza dell’abolizione del giogo feudale si coniuga con un atteggiamento anticoloniale e un sentimento nazionale sardo.

Ancor più chiaramente tale “Identità sarda” emerge nel Memoriale al Direttorio di Giovanni Maria Angioy (Agosto 1799) in cui l’Alternos (9cerca di cogliere e di interpretare i tratti distintivi, peculiari e originali della individualità sarda, cominciando dal quadro geografico e morfologico, proseguendo con cenni sugli usi, i costumi, le tradizioni, i rapporti comunitari, l’atteggiamento dei sardi verso gli stranieri, fino a quello che si potrebbe chiamare un abbozzo “del carattere nazionale” isolano. In queste pagine non c’è solo il risentimento anticoloniale o il rimpianto per gli antichi diritti e i privilegi acquisiti dalla Sardegna nel corso dei secoli: il punto di approdo dell’esperienza e della riflessione angioyna nell’esilio parigino è ormai una repubblica sarda sia pure (come del resto, in quel frangente storico era inevitabile) sotto il protettorato della Grande Nation. Nel solco tracciato da Angioy si muoveranno Matteo Simon che individua le linee di un carattere nazionale sardo più esteso e articolato ma soprattutto consapevole del legame fra nazione e lingua e Francesco Sanna Corda, parroco di Terralba, che a nome del popolo e della sarda nazione tenterà una sfortunata spedizione in Gallura nel 1802. Di carattere nazionale dei sardi parlerà il Tola, nello scritto giovanile omonimo rimasto incompiuto e di sardo dialetto parlerà lo Spano.

4. La nazione sarda dopo la fusione perfetta e l’unità d’Italia

In genere, fino al 1847 nessuno dubita che la Sardegna sia una nazione: da Carlo Alberto al viceré De Launay, agli storici sardi che lo ribadiscono a chiare lettere. Il quadro comincia a cambiare dopo la perfetta fusione: l’idea di nazione sarda è del tutto assente in Asproni e Tuveri, per Mazzini addirittura l’isola è italianissima! L’ingresso della Sardegna nella compagine statale unitaria, la conseguente imposizione dell’uniformismo centralistico da parte dello stato “unitario” non porta però alla completa omologazione o alla scomparsa di quella forte caratterizzazione individuale dell’Isola, che viene messa in rilievo soprattutto nella memorialistica della seconda metà dell’ottocento e che soprattutto emergerà sul fronte nel primo conflitto mondiale con la “Brigata Sassari”. A questo proposito infatti – scrive Lilliu – “Forse sarebbe utile approfondire l’analisi delle gesta belliche della Brigata Sassari nella penultima grande guerra, demitizzandola nel ruolo assegnatole dalla politica e dalla storiografia nazionalistica e fascista, di fedele e strenuo campione di amor patrio italiano, di custode bellicoso della Nazione Italiana. Resistendo sui monti del Grappa, in uno spazio geografico che gli ricordava il proprio, guidati e formati ideologicamente da ufficiali (come E. Lussu) nei quali urgevano violentemente, sino a forme ritenute quasi di indipendentismo, le istanze dell’autonomia isolane, i fanti della Brigata, combattendo contro lo straniero austro-ungarico-tedesco, riassumevano tutti gli antichi combattimenti con tutti gli stranieri conquistatori colonizzatori e sfruttatori della loro terra, comprendendo fra essi, forse gli stessi “piemontesi” fondatori dello stato, centralista e unitarista italiano. In tal senso, il momento della Brigata, può essere ritenuto una trasposizione in suolo nazionale della resistenza sarda di secoli” (10).  

Qui mi fermo: il problema della Sardegna come nazione in Antonio Simon Mossa – vero teorico dell’indipendentismo sardo moderno – e nel cosiddetto “neosardismo” degli anni Settanta, avrebbe bisogno di un’altra lunga disamina.


Riferimenti bibliografici

  1. A. Solmi, Studi storici sulle istituzioni della Sardegna nel medioevo, Cagliari 1917
  2. Francesco C. Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna, Cagliari 1978
  3. Antonio Marongiu, I Parlamenti Sardi, Milano 1979
  4. G. F. Fara, De rebus sardois libri quatuor, Torino 1835
  5. G. Araolla, Sa vida, su martiriu et morte de sos gloriosos martires Gavinu, Brothu et Gianuari, Cagliari 1582
  6. Gian Matteo Garipa, Legendariu de santas virgines et martires de Iesu Christu, Ed. Ludovico Grignano, Roma 1627, ora ripubblicata dalla casa editrice Papiros di Nuoro nel 1998 con l’introduzione di Diego Corraine e la presentazione di Heinz Jürgen Wolf e Pasquale Zucca 
  7. Federico Francioni, Storia dell’idea di nazione sarda, in La Sardegna Enciclopedia, a cura di Manlio Brigaglia vol.II, Cagliari 1989
  8. A. Boi, Giommaria Angioy alla luce di nuovi documenti, Sassari 1925
  9. Matteo Simon, Memoire pour Napoleon, 1803
  10. Giovanni Lilliu, Costante resistenziale sarda, Cagliari 2002

14 dic 2021

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