Il Governo attacca la nostra (già blanda) autonomia

de Michele Zuddas


Conte, alla fine, ha ottenuto la fiducia, risultato abbastanza scontato e prevedibile. Tutti erano consapevoli dell’impossibilità di una nuova maggioranza o di un nuovo esecutivo. Nessuno si sarebbe mai assunto la responsabilità di far cadere il governo durante una pandemia. Nei corridoi si vocifera che i cosiddetti voltagabbana alla fine dei conti non siano proprio tali. Nemmeno l’opposizione poteva esser interessata a competere contro Conte in un momento in cui le emozioni e le paure dei cittadini dello stato sono concentrate sulla pandemia. I richiami all’unità lanciati da Berlusconi ne siano un esempio.

Il tutto si riduce a una prova di forza tra Conte e Renzi. Il risultato lo si legge nei numeri: 
156 favorevoli, 140 contrari e i 16 Renziani a fare da ago della bilancia.
Insomma, se si vuole capire cosa significhi “teatrino della politica” è sufficiente leggere i giornali degli ultimi giorni. Nei vari interventi, sia alla camera sia al Senato - forti del fatto che il governo non sarebbe mai caduto - ciascuno ha recitato la parte che noi elettori ci aspettavamo.

Tutti, tranne uno. Conte.

Conte non ha recitato, era schietto e sincero e dopo aver sostituito l’ambiguo termine “costruttori” con il più laico “volenterosi” ha espresso il suo progetto politico. Ovviamente, l’agenda politica è messa sotto scacco dal Covid-19 e così, se nel 2011 venivano approvate riforme “lacrime e sangue” al grido di “Ce lo chiede l’Europa”, oggi non dovrà sembrar strano se al grido di “ce lo impone il Covid” si approveranno altre riforme.

Sia ben inteso: ci sarebbero molte riforme da fare a vantaggio della sanità e della scuola pubblica, ma non sono quelle cui aspira questo Governo. Infatti, non è passata inosservata la presunta necessità di una modifica del Titolo V della Costituzione, vale a dire una drastica riduzione delle competenze delle autonomie locali e delle autonomie speciali.
L’affermazione, breve, estemporanea e ambiguamente motivata, è un campanello d’allarme che non può essere trascurato e non può esserlo soprattutto da noi sardi.

Il timore è quello che il Presidente del Consiglio si riferisse a una riduzione delle competenze regionali a vantaggio di quelle statali, timore giustificato dal fatto che le affermazioni di Conte sono risuonate nell’aula come una minaccia nei confronti delle Regioni che reclamano, o hanno reclamato, maggior autonomia nella gestione della pandemia. Ovviamente la minaccia sta ancora nelle sue fasi larvali, ma certamente è da considerarsi un evento possibile nel caso in cui l’esito di eventuali elezioni dovesse premiare l’attuale Primo ministro.
È evidente che oggi la maggioranza non ha né il tempo né i numeri per affrontare il percorso di approvazione di una legge costituzionale che possa prevedere una Riforma in peius del Titolo V, ma Conte ha abilmente mostrato lo spettro delle elezioni con successiva modifica del Titolo V. 
Ecco un estratto delle parole di Conte: “L’esperienza della pandemia impone un’attenta riflessione, pacata, meditata riflessione riguardante la revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione. Lavoriamo tutti insieme, meditiamo insieme, sull’attuale riparto delle competenze legislative di Stato e Regioni […].

Nel merito di un’eventuale riforma, tuttavia - e a differenza di quanto sostenuto dal “Costruttore” - non si può che essere assolutamente favorevoli a un aumento delle competenze regionali. La pandemia ha messo in luce quanto le decisioni prese dal Governo a livello statale mal si adattassero alle singole regioni ed in particolare alla Sardegna. Ma non è tutto, perché l’attuale inserimento della Sardegna tra le possibili destinazioni delle scorie nucleari pone in risalto quanto ancora la nostra autonomia sia poco rilevante di fronte a scelte determinanti e di vitale importanza per il territorio e la nazione sarda.

Al fine di evitare fraintendimenti, Conte e Renzi sulla riforma del Titolo V si troverebbero certamente d’accordo e probabilmente la proposta non sarebbe molto dissimile da quella su cui Renzi si giocò la carriera politica. Anzi, l’affermazione di Conte potrebbe addirittura sembrare una mano tesa al recalcitrante alleato di governo. È bene ricordare che l’articolo 31 del disegno di legge costituzionale Boschi-Renzi (poi clamorosamente bocciato dal referendum) puntava, infatti, a invertire la riforma del Titolo V del 2001. In poche parole, parte delle materie di competenza “concorrente” tra Stato e Regioni sarebbero state sottoposte alla legislazione esclusiva dello Stato: fra queste, anche la “tutela della salute”. Ma per la Sardegna la clausola più pericolosa era rappresentata dalla cosiddetta “clausola di supremazia” dello Stato su tutte le materie. “Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”, così recitava l’art. 31 del disegno di legge costituzionale.

È ovvio che l’applicazione in concreto del concetto di “interesse nazionale” determinerebbe la possibilità di legittimare giuridicamente scelte di stampo neocolonialista nei confronti del territorio sardo con il rischio di un ulteriore compromissione dell’ambiente e della salute dei sardi.


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