La "rivoluzione green” di Cingolani e Starace è il solito pacco coloniale

De Cristiano Sabino.


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Timeo Danaos et dona ferentes» sono le parole che Virgilio (Eneide II, 49) fa pronunciare a Laocoonte, per convincere i Troiani a non accogliere in città il famoso cavallo di legno lasciato dai Greci prima di abbandonare il decennale assedio. Sappiamo tutti come andò: i greci non erano fuggiti, il cavallo non era un cavallo ma una trappola e Troia venne espugnata. Fuori dalla metafora, i greci sono il ministro Cingolani, il Governo e le multinazionali del vento e del sole, la Sardegna è Troia e noi – i soliti critici e malfidati - siamo Laocoonte che cercò di smascherare la trappola.

La Nuova Sardegna, l’8 luglio 2021, ha intervistato il ministro della “transizione energetica” Roberto Cingolani, il quale ha parlato di cose belle come la decarbonizzazione e le energie rinnovabili, e soprattutto ha disegnato il progetto della Sardegna come il «territorio più verde dell'Europa, uno dei pochi esempi al mondo di aree prive di C02».

Grazie, è da anni che le forze per l’autogoverno della Sardegna si battono per questo obiettivo e contro la Saras, contro le vecchie produzioni imposte da governi bianchi, rossi, neri e a pallini, contro l’uso dei fossili. Da anni queste forze chiedono bonifiche e dismissioni delle industrie inquinanti, riconversione realmente verde (non come la truffa della "chimica verde” et similia). Da anni le decine di comitati, i movimenti, i visionari della sovranità energetica e politica spingono per un’isola ad emissioni zero e da anni la classe dirigente sarda (in combutta con quella italiana di cui è passiva appendice) ci obbliga a subire le truffe di Stato che favoriscono le produzioni inquinanti con la beffa delle leggi legate al “regime di essenzialità” e ai famigerati “Cip 6”, ovvero il pubblico che sostiene il privato inquinante in nome del rinnovabile e della conversione verde: in buona sostanza una truffa legalizzata ai danni dei sardi e della natura.

Com’è che improvvisamente i greci sono fuggiti e ci hanno lasciato il regalino della “Rivoluzione green”? Oppure si tratta di una trappola e il cavallo pieno di armigeri sta entrando in città sfruttando la nostra proverbiale fiducia? Ci sono quattro dati su cui ragionare, ma va premessa una cosa: bisogna essere a favore delle energie rinnovabili e in prima linea per la decarbonizzazione e per il superamento delle fonti energetiche vecchie e pericolose come il metano, non a maggiu mai ma subito! Però...

Però non possiamo non considerare i seguenti quattro fattori, altrimenti le porte di Troia gliele stiamo spalancando noi:

1.     Con i soldi del PPNR: ci sono 114 impianti di produzione di energia da fonte rinnovabile che aspettano di essere approvati (una novantina fotovoltaici e il rimanente eolici). Come fa notare Maurizio Onnis, se «ottenessero tutti il via, la produzione elettrica della Sardegna crescerebbe di un altro 40%. Ed è ovvio che tale dote andrebbe in regalo alle Regioni del centro-nord italiano, il cui tessuto urbano ed economico assorbe enormi quantità di energia».

Di chi è l’energia che produrremo? Ci guadagniamo qualcosa? Cosa? Questa energia sarà sostitutiva di quella prodotta da Sarlux e impianti a carbone? Fare queste domande significa essere servi dei petrolieri e nemici della transizione ecologica?

Nell’intervista a La Nuova, Cingolani fornisce alcune prime risposte: «Nel caso sardo la stabilità della rete deve rimanere inalterata nel periodo transitorio. Nelle zone industriali e per le industrie l'energia sarà prodotta dal gas, nel frattempo si affineranno le tecnologie di accumulo per le rinnovabili, e si manterranno in funzione anche le centrali a carbone».

Capito? Intanto aprite le porte al Cavallo (apritele o ve le sfondiamo!), poi per altri anni a venire continuate ad usare i vostri polmoni come smaltimento per carbone e rifiuti bruciati con la truffa dei Cip6 e poi si vedrà.

2.     Nella medesima intervista, il giornalista de La Nuova rivolge a Cingolani alcune domande sulle deroghe previste dal “decreto semplificazioni” che di fatto toglie a enti locali e Sovrintendenze il compito di controllare la congruità degli interventi azzerando «i tempi autorizzativi e esecutivi delle opere» e infine gli chiede: «deciderà tutto Roma?».

La risposta è la seguente e fa venire la pelle d’oca: «È meglio essere chiari. Non c'è un piano alternativo: se non facciamo quello che abbiamo promesso, perdiamo i soldi della Ue, usciamo dall'accordo di Parigi e saremo più deboli rispetto alle crisi future. So che decuplicare la quantità di rinnovabili da installare ogni anno è una operazione incisiva, ma è bene ripeterlo: tutti per ottenere un vantaggio certo devono rinunciare a qualcosa oggi».

Se avessimo una stampa non asservita, al giornalista sarebbe venuto in mente di chiedere al ministro dove sta la novità - visto che da circa settant’anni subiamo questo tipo di ricatto, con lo stesso schema, con le stesse parole, con lo stesso entusiasmo modernista, con le stesse promesse di fare della Sardegna il Paese della cuccagna, con gli stessi venditori di perline. E sarebbe anche ora di farla finita!

3.     Tutta questa rivoluzione green avviene senza una pianificazione energetica (che i veri rivoluzionari birdes chiedono da anni in tutte le sedi possibili e immaginabili). Senza una programmazione, e senza un serio discorso sulle comunità energetiche, sarà come al solito un Far West, dove però noi siamo i nativi massacrati dagli invasori e non i conquistatori, come invece cerca di sostenere Cingolani!

Il meccanismo è facile e rodatissimo: arriva il mediatore della multinazionale con una valigia piena di perline di vetro, va dal sindaco compiacente e dal privato con l’acqua alla gola, promette mari e monti e si prende letteralmente mari e monti. E tutto questo non per salvare il clima, per la transizione ecologica, non per la rivoluzione green, ma per la pura e semplice logica del saccheggio.

Quindi, senza un piano energetico che preveda il controllo pubblico e comunitario della transizione e senza una mappa definita, dobbiamo rispedire al mittente le lusinghe interessate di Cingolani, Eni e dei rappresentanti privati variamente assortiti: il cavallo non deve entrare a Troia o saranno dolori! Eppure – argomenta Maurizio Onnis - «lo spazio per reclamare e muoversi ci sarebbe, dato che l’energia è materia di legislazione concorrente con lo Stato secondo l’articolo 117 della Costituzione».

4.     C’è un bando europeo da 830 milioni per costruire un elettrodotto tra la Sardegna, la Sicilia e l’Italia. Il progetto si chiama Tyrrhenian, il committente è Terna! Capito dove andrà tutta l’energia rinnovabile dei suddetti 114 impianti in attesa di approvazione? La Sardegna era in passato e sarà sempre di più una piattaforma energetica, una gallina dalle uova d’oro (un tempo boschi e miniere, poi gigantesca discarica e in futuro fornitrice gratuita di energia per l’altrui benessere economico).

La questione – è bene chiarirlo – non può essere posta con la dicotomia "rinnovabili sì - rinnovabili no". Dobbiamo rispedire al mittente questo giochetto che è funzionale alle stesse lobbies che ieri hanno messo a sacco la Sardegna con l’industria pesante e oggi la vogliono rendere un’immensa servitù per la produzione di energia rinnovabile per conto terzi. Dalle miniere, ai polimeri, al vento e al sole, i sardi sono sempre l’oggetto passivo della storia e dell’altrui interesse. Cingolani e i suoi ripetitori local parlano di migliaia di posti di lavoro e agitano la valigetta piena di perline, spingendo il Cavallo entro le mura di Troia. Ma la verità è che ai sardi al massimo andranno come sempre le briciole.

Secondo gli stessi dati di Terna attualmente produciamo 1.050 megawatt di energia eolica, entro il 2030 le pale eoliche presenti nell’isola verranno raddoppiate per arrivare a 2.100 megawatt. Stessa cosa accadrà con il solare: da 870 a 2.200 megawatt entro il 2030, molto più del doppio. È tutta energia che non si può stoccare, molto superiore alle esigenze sarde e che quindi dovrà necessariamente essere esportata.

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Foto: Sungrow EMEA on Unsplash



Per questi motivi non mi convince l’impostazione generale che dà al problema Lorenzo Tecleme, persona che gode della mia massima stima. Secondo la narrazione espressa in un suo post Facebookquella in campo sarebbe una partita tra Enel Energia (pro rinnovabili) da una parte e Snam (con Eni e Italgas) dall’altra (pro fossili). Starebbe tutta qui l’idiosincrasia al progetto del Recovery Green prospettato da Cingolani.

Scrive Lorenzo: «chi vuole il fossile - metano, idrocarburi, qualcuno ancora spera di tenersi il carbone - ha un'arma molto efficace rispetto all'opinione pubblica: la demonizzazione delle rinnovabili. In queste settimane vedremo sempre di più squali della politica e dell'economia - gente che ha appoggiato le peggio schifezze inquinanti - scoprirsi "ambientalista", "preoccupata per il paesaggio", addirittura "dalla parte dell'autodeterminazione della Sardegna". Sono tutte balle, ovviamente, ma servono a bloccare qualunque progetto alternativo ai fossili. Come dice La Nuova di oggi, il Presidente di Confindustria Sardegna ha iniziato a parlare come un'indipendentista».

Tecleme certamente fa tutti i distinguo del caso, mette in guarda sulle carte coperte di Enel Energia e dice una marea di cose dense di significato e condivisibili, come per esempio che il metano è un pacco, che le industrie a carbone vanno chiuse, che le emissioni di CO2 vanno drasticamente ridimensionate. Ma, senza porre come focus centrale la questione di un piano energetico basato sull’idea dell’autogoverno energetico e politico, la Sardegna non solo non diventerà «la prima grande isola cento per cento rinnovabile e ad emissioni zero» - come auspica in buona fede Lorenzo e come ammicca meno in buona fede Cingolani - ma continueremo ad avere la Saras, la Sarlux, il Carbone; e poi saremo anche il parco eolico e fotovoltaico “a gratis” degli industriali del Nord Italia.

Le rinnovabili vanno bene, ma la Sardegna deve diventare una comunità energetica autodeterminata con pieno controllo su ciò che produce e ciò che cede. Se non sarà così, saremo sempre più subalterni, sempre più impoveriti, sempre più piattaforma energetica, sempre più colonia.




Foto de presentada:  Edgar Almeida on Unsplash