L’autodeterminazione dentro i comuni. Intervista a Maurizio Onnis

de Paolo D'Ascanio


Maurizio Onnis è scrittore e consulente editoriale, si occupa di editoria scolastica e romanzi (alcuni dei quali molto tradotti all’estero). Dopo quasi 30 anni in Italia, è tornato in Sardegna. Ora è sindaco di Villanovaforru, e ci ha raccontato qual è la sua visione sulla realtà sarda da sindaco e da Presidente della Corona de Logu.

Maurizio, partiamo dal Comune che amministri: Villanovaforru. Che rischi ci sono per la comunità, anche alla luce dell’emergenza attuale?
Per quanto siamo in una delle aree che le statistiche dicono essere più povere nello Stato italiano, le persone non sono così povere come può sembrare per il semplice fatto che qui la rete sociale delle amicizie, delle famiglie, ha maglie piuttosto strette e funziona bene. La povertà che si conosce nelle città, qui non esiste. Al contempo è un tessuto economico e sociale molto fragile, perché non ha alle spalle una solidità dovuta a grandi riserve di ricchezza: rimanere un anno senza lavoro diventa veramente un problema. Qui, quest’anno, nessuna partita IVA ha chiuso, però i risultati della pandemia non credo si vedano a così breve scadenza: credo che l’anno prossimo vedremo davvero chi riesce a tirarsi su, e chi invece ha preso una mazzata da cui non si risolleva. Io spero che rimangano tutti in piedi. Questo, ora, è il rischio più grosso.

Ecco, che economia prevale nel territorio di VIllanovaforru?
Beh, a Villanovaforru l’impianto economico si basa su agricoltura e allevamento, come da sempre. Piccolo artigianato professionale, attività ricettive. Abbiamo un albergo, diversi B&B, un agriturismo, e quindi c’è anche la ristorazione. E poi le attività basate sulla cultura, che genera anche turismo. Abbiamo il Museo Archeologico, il Parco Archeologico, il laboratorio di restauro, una sala mostre, e ora un’area archeologica in via di scavo.

Hai parlato di rischi. Invece che opportunità vedi ora e nel prossimo futuro? Il Recovery Fund è un’opportunità?
Le opportunità sono quelle legate ad ogni crisi. La mia mentalità, che ho appreso fuori, è che i fallimenti sono solo occasioni per diventare più bravi. Qui spesso invece il fallimento è come uno stigma, e le crisi non sono viste proprio come una opportunità per ricostruirsi, ma in realtà e così: la crisi è un momento in cui si fa tabula rasa di tutto, e uno può ricostruire da capo. Sui soldi che devono venire dall’Europa, dall’Italia o da Cagliari, ci farei molto poco affidamento: se non altro perché i tempi di spesa sono talmente lunghi che uno prima di riceverli muore e rinasce almeno una dozzina di volte.

Da poco sei il neoeletto Presidente della Corona de Logu: Come procede il lavoro? Che quadro globale emerge delle comunità sarde?
Il 19 dicembre c'è stata la prima assemblea dopo il rinnovo delle cariche e abbiamo deciso cosa fare nel 2021. La mia idea è che nei primi due anni ci siamo mossi svolgendo attività istituzionale per disincrostare dai Comuni tutte quelle cose che li rendono molto italiani e poco sardi, e quindi abbiamo lavorato molto sulla lingua, sulle date simbolo. In questo nuovo anno vorrei che la Corona de Logu cominciasse a promuovere dentro i Consigli comunali delle misure che incidano concretamente sulla vita delle persone: voglio dire, dobbiamo fare cose che portino il cambiamento nella vita delle persone e che mostrino che gli indipendentisti sanno governare, che non sono il diavolo, che sanno fare buona amministrazione. Dimostrando quindi concretamente che si può cambiare, che si può vivere senza dipendenza, che si può essere più liberi, che si può pensare con la propria testa. Questo in tutti i campi della vita quotidiana, e quindi si tratta dei servizi sociali, di agricoltura, di energia. In questi e altri campi dobbiamo sforzarci di trovare delle cose che dentro i comuni portino un po’ di novità. E poi vorrei che la Corona de Logu crescesse un po’ di più in termini di presenza nel panorama istituzionale sardo. Voglio dire, finora la Corona de Logu non ha mai preso posizione (o lo ha fatto molto raramente) sulle questioni di attualità: non è un partito, non è questo il suo compito. Ma almeno su alcune questioni fondamentali dovremo di sicuro elaborare posizioni forti, anche da diffondere attraverso i media, perché la comunità politica sarda sappia che la Corona de Logu esiste, ha le sue idee, ed è capace di dare suggerimenti utili. Non dobbiamo fare semplicemente polemica, dobbiamo dire quello che noi faremmo se fossimo al governo dei sardi, e quindi dire cose costruttive.

A proposito di questo: cosa significa credere nell'autogoverno per un amministratore locale?
Per me credere nell’autogoverno significa prima di tutto credere che la gente possa prendere le decisioni che riguardano il proprio destino in autonomia. Il che, comunque, può avvenire solo dopo un cambio di mentalità che spinge la gente a non pensare il proprio destino come a un qualcosa determinato da altri, ma come qualcosa determinato da sé stessi.

Dal lavoro di Corona de Logu stanno emergendo dei problemi comuni alle comunità sarde?
Naturalmente sì: ora in Corona de Logu sono rappresentati 54 Comuni. Per la maggior parte sono Comuni piccoli e il loro problema maggiore è quello che affligge tutti i piccoli centri, cioè lo spopolamento, e la mancanza di lavoro. Sostanzialmente la mancanza di una prospettiva a medio e lungo termine che permetta alla popolazione, o a chiunque, di vivere in queste comunità con la prospettiva di costruire qualcosa che duri. Ieri sera parlavo con un amministratore, medico, della mancanza del pediatra in diversi paesi della sua zona, e la gente deve andare sino a Sassari per vederne uno. E non è una bella cosa. Per avere un pediatra di nomina dell’ATS bisogna che ci siano nell’area interessata diverse centinaia di bambini da zero ai sei anni. Se non ci sono il servizio si cancella.

Che soluzioni ci potrebbero essere?
Non esiste una unica soluzione: qui deve cambiare tutto un sistema perché le cose cambino. I ragazzi devono studiare di più, quelli che studiano devono specializzarsi di più, devono acquisire più competenze. Ci vogliono più lauree, in materie tecniche, scientifiche, e poi anche umanistiche. La pubblica amministrazione deve essere riformata: non è possibile che nei Comuni non si trovi un geologo, ad esempio. Ci sono poche competenze paesaggistiche e di urbanistica. Deve cambiare il sistema politico, ci vuole un ceto politico più capace e competente, ci vogliono più infrastrutture. Anche un sistema del credito diverso. Devono cambiare tutte queste cose insieme: se ne cambia anche una sola, serve a poco. E perché cambino tutte assieme è necessario quel cambio di mentalità di cui parlavo. Ora, la Corona de Logu è uno sforzo collettivo per camminare in quella direzione: speriamo porti risultati. Ma pensare che porti risultati in sei mesi, o in un anno, o in due anni, sarebbe assurdo.

C’è qualcosa che in futuro può aiutarci a cambiare alcune di queste cose? E mi riferisco all’istruzione, allo spopolamento, a un cambio di passo della classe politica.
I due movimenti del cambiamento devono convergere: il cambiamento deve partire dal basso, perché se la gente non vuole veramente cambiare, non succede nulla. Ma deve anche muovere dall’alto perché se i politici che governano la Regione continuano a fare piccolo cabotaggio come fanno da un pezzo, non si arriva da nessuna parte. Fra le due cose, direi che non ce n’è una più importante dell’altra: sono entrambe importanti. Non servirebbe neanche avere un governante illuminato che abbia una platea di cittadini che obbediscono pedissequamente. Non serve a niente. La comunità deve crescere insieme ai propri governanti.

Ti faccio l’ultima domanda, legata al prossimo futuro. Stiamo andando verso un mondo che sta cambiando: solo un esempio, una fetta enorme di persone ha scoperto che si può lavorare da casa. Vedi opportunità per i piccoli centri in questi cambiamenti?

Le opportunità ci sono, ma uno le deve trovare, le deve vedere, oppure deve crearsele. Per esempio, il mio vicesindaco è un musicista: lui lavora con un socio, scrivono jingle e basi musicali, e loro lavorano esclusivamente attraverso la rete. Lui vive a Villanovaforru, ma i loro prodotti, loro li pubblicizzano e li vendono dappertutto attraverso la rete. L’e-commerce può avere base benissimo a Villanovaforru, qualsiasi progetto di ricerca può essere portato avanti da qui. Si possono fare un sacco di cose anche esclusivamente attraverso la rete. Certo, uno se le deve costruire: riconvertirsi alla rete dopo 20 o 30 anni che si fa altro, è complicato. Ma comunque le opportunità ci sono.

Grazie Maurizio.
Grazie a voi.



Foto:  Roberto Cadeddu