Usi civici, il conto dell’inerzia politica lo paga la Sardegna

La vicenda degli usi civici di Sant’Antioco porta davanti alla politica sarda un conto che per anni si è preferito lasciare sul tavolo, mentre la conoscenza del territorio, la certezza dei diritti e la difesa del patrimonio collettivo venivano trattate come pratiche da rinviare, salvo riscoprirne l’importanza quando una decisione giudiziaria rende visibili le conseguenze di ciò che le istituzioni non hanno saputo governare.

L’annullamento dell’accertamento regionale relativo a circa duemila ettari, con la contestazione della sufficienza delle cartografie e la richiesta di dimostrare puntualmente l’esistenza dei diritti collettivi, pone una questione che nessuna polemica contro il giudice può risolvere, perché la tutela delle terre comuni richiede istruttorie solide, documentazione adeguata e atti capaci di reggere al vaglio della giustizia, tutte responsabilità che appartengono all’amministrazione e alla politica che la dirige.

Pretendere che un tribunale compensi le fragilità degli accertamenti significherebbe chiedergli di supplire a un governo del territorio che avrebbe dovuto esercitarsi prima, negli uffici regionali, attraverso un lavoro paziente e rigoroso al quale la proclamazione dell’identità sarda non può fare da surrogato.

Emerge il peso di anni di inerzia e disinteresse, di una questione lasciata sedimentare tra incertezza amministrativa e conflitti irrisolti, senza costruire una risposta capace di distinguere le terre effettivamente gravate da diritti collettivi dalle situazioni nelle quali cittadini e imprese hanno bisogno di certezze sulle proprie case e sulle proprie attività. Una responsabilità politica che attraversa le stagioni di governo e che l’attuale amministrazione ha il dovere di affrontare, perché l’eredità ricevuta può spiegare l’origine di un problema, ma non può diventare un lasciapassare per perpetuarlo.

Nessun cittadino deve essere trasformato nel nemico della propria comunità perché chiede di conoscere la condizione giuridica del terreno sul quale vive o lavora, così come nessuna comunità dovrebbe ritrovarsi con il proprio patrimonio esposto alle conseguenze di accertamenti fragili, perché tenere insieme queste esigenze costituisce precisamente il mestiere di chi governa. Quando la Regione lascia che il conflitto arrivi davanti al giudice senza aver costruito risposte amministrative adeguate, trasferisce sui cittadini il costo della propria inefficienza e affida al contenzioso questioni che avrebbero richiesto conoscenza, programmazione e assunzione di responsabilità.

Dentro questa debolezza si apre anche il rischio della speculazione energetica, perché il venir meno del riconoscimento di un uso civico può incidere sulle tutele che da quella qualificazione discendono, pur senza cancellare automaticamente gli altri vincoli o rendere immediatamente autorizzabile un impianto. Sarebbe tuttavia politicamente miope ignorare che, in un territorio sottoposto a forti pressioni per l’acquisizione di superfici, ogni protezione che viene meno può modificare le condizioni nelle quali si muovono gli investitori, mentre ogni incertezza lasciata irrisolta favorisce chi dispone delle risorse economiche e delle strutture tecniche necessarie per sfruttarla.

La difesa della Sardegna comincia dunque molto prima dei comunicati contro l’ennesimo progetto, nel lavoro con cui si ricostruisce la natura delle terre, si documentano i diritti, si motivano i provvedimenti e si definiscono scelte territoriali coerenti, un patrimonio collettivo difeso con atti vulnerabili rimane esposto anche quando le dichiarazioni politiche che lo accompagnano sono solenni. Riempirsi la bocca di autonomia mentre si lasciano sguarniti gli archivi, incomplete le istruttorie e senza soluzione i conflitti significa consumare quella stessa autonomia dall’interno, fino a ridurla alla facoltà di protestare contro conseguenze che non si è lavorato abbastanza per prevenire.

Una transizione energetica nell’interesse dei sardi richiede istituzioni capaci di decidere dove, come e a beneficio di chi trasformare il territorio, garantendo diritti individuali e interessi collettivi attraverso strumenti che abbiano consistenza amministrativa oltre che forza politica. La vicenda di Sant’Antioco dovrebbe obbligare il governo regionale a uscire dalla gestione intermittente dell’emergenza, assumendo finalmente la questione delle terre come una priorità strutturale, quando la politica lascia per anni il proprio lavoro incompiuto, il conto arriva alle comunità e qualcuno, con i capitali pronti, può trovare conveniente pagarlo al posto loro, presentandosi poi a riscuotere il futuro dell’Isola.


Immagine: ajo.casa

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