Discarica di Serdiana: dalla contaminazione accertata alla sentenza del TAR

Il verdetto del Giudice: la norma non imbriglia la protesta cittadina.
Ha l’amaro sapore di una sconfitta per chi ha provato a sbarrare il passo all’avanzata del cemento e dei rifiuti, ma è anche una pagina giudiziaria scritta con il rigore della norma: il TAR Sardegna mette un punto fermo sull’intricata vicenda della discarica di rifiuti speciali non pericolosi in località Su Siccesu, nel comune di Serdiana, rigettando le speranze dell’associazione ambientalista Gruppo di Intervento Giuridico e del Comitato cittadino #noampliamentodiscarica.
Un’area collinare da anni al centro di espansioni, inquinamento delle falde idriche e scontri legali: ecco i punti chiave della vicenda che interessa da vicino il territorio e i cittadini del Parteolla.
Un’epopea legale e burocratica che ha visto contrapposti, da una parte, le ragioni della tutela ambientale e dell’uso collettivo del territorio e, dall’altra, le decisioni della Regione Sardegna, del Comune di Serdiana e le ragioni industriali della società Ecoserdiana S.p.A.
Con la sentenza del 23/10/2026 i giudici amministrativi hanno tracciato un solco invalicabile tra il rigore formale del diritto, le istanze ecologiste e il rispetto del patrimonio civico locale.
Il cuore del ricorso si è infranto, in primo luogo, contro la rigidità dei termini procedurali: il tentativo di fermare la sottrazione dei terreni ad uso civico si è scontrato con lo scoglio dell’irricevibilità per tardività.
La determinazione regionale del luglio 2024, che aveva sospeso il diritto di pascolo e fruizione collettiva per dieci anni, doveva essere impugnata subito; non avendolo fatto nei sessanta giorni previsti, quel varco è rimasto ormai definitivamente chiuso.
Nel merito, il Collegio ha riaffermato l’imprescindibilità delle verifiche tecniche già effettuate dagli enti preposti. In materia ambientate, il principio di precauzione – come ribadito con formale puntualità dal TAR – non può trasformarsi in un veto assoluto basato su timori astratti o rischi non dimostrati.
Laddove la complessa istruttoria pubblica e le simulazioni sui recapiti idrici e sulla dispersione delle polveri hanno escluso pericoli immediati o diretti per l’ampliamento del nuovo Modulo 8, il diritto cede il passo alle valutazioni tecniche della pubblica amministrazione.
E persino la proroga della concessione comunale alla società fino al 2034 trova, nella sentenza, la sua logica prosecuzione: una scelta motivata dall’esigenza di portare a termine la gestione e la successiva ricopertura del sito, in un percorso dove l’interruzione dei contratti avrebbe generato solo ulteriore incertezza.
Il peso di una decisione
Ne emerge un ritratto giudiziario ineccepibile sotto il profilo del diritto, ma indubbiamente gravido di dispiacere per chi vedeva in quell’azione legale l’ultima trincea a salvaguardia del paesaggio e della sua vocazione agro-silvo-pastorale.
La decisione del TAR dimostra come la tutela formale del procedimento possa prevalere sulla visione di chi chiede una definitiva cesura con il passato industriale del sito.
1. I numeri dell’ampliamento
- La nuova colata di rifiuti: L’autorizzazione regionale (Delibera n. 25/2025) ha dato via libera a un ulteriore ampliamento di 172.000 metri cubi di rifiuti speciali, con la discarica che raggiungerà l’altezza di 255 metri sul livello del mare.
- Cosa finirà nel sito: Tra le tipologie autorizzate rientrano amianto (6.000 mc), ceneri da termovalorizzatore (15.000 mc), rifiuti da bonifiche e scarti speciali da utenze diffuse. Si è aggiunta inoltre la richiesta per il conferimento di ulteriori 117.000 mc di ceneri industriali da Portovesme.
2. Le ombre sull’ambiente: falda inquinata e fiumi scomparsi
- La contaminazione confermata: Dal 2017 i monitoraggi nei pozzi di spia hanno rilevato un grave inquinamento della falda acquifera sotterranea (dovuto principalmente al vecchio Modulo 2). Oggi le acque contaminate vengono pompate e stoccate in vasche per essere smaltite altrove, in attesa di un piano di Messa in Sicurezza Operativa (M.I.S.O.).
- I risvolti giudiziari: La vicenda dell’inquinamento ha portato a un procedimento penale con la condanna in primo grado (luglio 2026) dell’amministratore di Ecoserdiana S.p.A.
- Il “giallo” idrogeologico: Inizialmente l’Agenzia del Distretto Idrografico aveva bloccato l’opera perché due corsi d’acqua attraversavano la zona. Successivamente il parere negativo è stato revocato dopo che la società ha attestato la “scomparsa” di fatto dei fiumi a causa dei passati lavori di cava e discarica.
3. Usi civici e partecipazione dei cittadini
- Terreni sottratti al pascolo: I 46 ettari della discarica erano terreni gravati da uso civico (destinati cioè al patrimonio collettivo). Nel 2024 la Regione ne ha sospeso l’uso pubblico per 10 anni, prevedendo un ipotetico ripristino con alberi autoctoni soltanto a fine gestione.
- Il nodo della consultazione pubblica: I comitati locali (#Noampliamentodiscarica e Comitato Parteolla-Gerrei) denunciano la mancanza di un reale coinvolgimento della popolazione e dei comuni vicini maggiormente impattati dagli scarichi idrici (come Dolianova).
4. La mazzata del TAR del 23 Ottobre 2026
Il ricorso presentato dall’associazione ecologista Gruppo di Intervento Giuridico (GrIG) finanziato da una raccolta fondi portata avanti dal comitato contro l’ampliamento e la proroga della discarica è stato respinto dal TAR Sardegna per due ragioni fondamentali:
- La contestazione sulla sospensione degli usi civici è stata dichiarata irricevibile per tardività, poiché andava impugnata entro 60 giorni dalla delibera del 2024 e non anni dopo.
- Via libera ai lavori Secondo i giudici, il principio di precauzione non basta a fermare l’attività, in quanto la contaminazione attuale appartiene a vecchi moduli (Modulo 2) e non a quello di nuova costruzione (Modulo 8). Viene inoltre ritenuto legittimo il rinnovo della concessione comunale a Ecoserdiana fino al 2034 per permettere il completamento e la successiva copertura del sito.
Resta ora la realtà di un impianto destinato a operare ancora a lungo.
Una sentenza che lascia l’amaro in bocca alla comunità ecologista, chiamando tutti alla constatazione di come la legalità amministrativa segua binari di ferrea logica formale, spesso distanti dalle aspirazioni di chi lotta per un’idea diversa di territorio.
Nonostante le decisioni dei giudici amministrativi, la mobilitazione cittadina prosegue all’insegna dello slogan ‘Nemmeno un metro cubo in più’. Vengono richiesti con forza controlli rigidi e capillari, oltre a interventi mirati alla messa in sicurezza del sito. Si sollecitano inoltre gli amministratori locali ad esercitare in modo trasparente il proprio ruolo di custodi del territorio, a garanzia della salute pubblica e dell’ambiente.
Immagine: Cagliari Today















