Filosofia de Logu, per decolonizzare il pensiero. Intervista ai curatori

de Cristiano Sabino


Oggi, 11 febbraio 2021, esce per Meltemi - non solo nelle librerie sarde - “Filosofia de Logu. Decolonizzare il pensiero e la ricerca in Sardegna”. Undici saggi tra filosofia, storia, sociologia, estetica e architettura. Undici autori e autrici di estrazione anagrafica e di formazione diverse. Un libro collettivo di un gruppo di ricerca che già da mesi ha messo in piedi un blog di indagine post-coloniale. Abbiamo intervistato i due curatori Sebastiano Ghisu e Alessandro Mongili.


1. Un collettivo che vuole decolonizzare il pensiero e la ricerca in Sardegna. A che serve?
A.M. Prima di tutto, serve un collettivo, serve cioè il confronto, anche serrato, come condizione per migliorare la produzione intellettuale. Occorre mettersi in gioco e far circolare competenze, linguaggi, punti di vista per uscire dall’asfissia egotica degli anni passati. Oggi, nelle condizioni obbligate dell’isolamento e in quella della disponibilità diffusa di strumenti di condivisione, il lavoro intellettuale è sviluppabile all’interno di infrastrutture informative che consentono in modo accresciuto la condivisione in ogni momento della creatività e della riflessione. Dalla possibilità della condivisione occorre passare alla sua pratica, dall’indebolimento di strutture atomizzanti occorre passare all’apprendimento di modalità diverse di operare, che hanno caratteri di maggiore trasparenza, talvolta perfino di maggiore formalizzazione, ma che consentono il lavoro di gruppo. Il nostro gruppo non ha adottato però i formalismi tipici del modello progettuale al cui interno il lavoro collettivo, in ambito intellettuale, è attualmente imprigionato. Noi abbiamo sperimentato la libertà, nel lavoro di gruppo. Ci siamo letti a vicenda, corretti, consigliati, e spero ispirati. E, inoltre, abbiamo reclutato una serie di revisori anonimi, Sardi ma anche non Sardi, che hanno contribuito in modo interessantissimo a migliorare e rafforzare la nostra impresa.

S.G. Serve per l’appunto a promuovere un processo di emancipazione del pensiero di tutti e della ricerca da quella ideologia, spesso solo implicita – ed anzi, quasi sempre solo implicita – che rappresenta la Sardegna come inevitabile e costante espressione, periferica e marginale, di un Altro – che è poi l’Altro che la domina. È con gli occhi di quest’Altro che tale ideologia coloniale induce i Sardi, nel quotidiano come nelle più specializzate ricerche delle scienze umane, a vedere se stessi. È l’ideologia che ci spinge a pensarci in un perenne e insuperabile stato di minorità.
Si tratta di svelare i meccanismi e i dispositivi con i quali e nei quali questo pensiero agisce ed ha agito nel corso della storia, istituendo una soggettività dipendente, spesso vergognosa di sé, timorosa di parlare la propria lingua, disinteressata alla propria storia, inevitabilmente in fuga. Una soggettività indotta a considerarsi insignificante e irreparabilmente perduta. Naturalmente a tale rapporto di reale e concreta dipendenza ideologica corrisponde un rapporto di reale e concreta dipendenza economica e politica, che viene per l’appunto accettata come naturale e necessaria.
Certo, va poi detto che un tale lavoro critico, per la vastità e complessità del campo in cui opera, non può che partire da un collettivo e non può che essere collettivo, vale a dire il più ampio e aperto possibile.



2. Perché “filosofia” e perché “de logu”?
A.M. Avrei preferito Sotziologia de logu, ma ero in minoranza. Mettendo da parte l’ironia, credo che tutti abbiamo bisogno di concettualizzazione, di teoria, di astrazione per far avanzare il processo intellettuale. E siccome il nostro obiettivo ha, all’interno di questo lavoro, un rilievo concettuale cruciale, il riferimento a una proposta di cambiare il paradigma corrente, con il titolo Filosofia, ci va a nozze. Il riferimento a logu è insieme evocativo e più sostantivo di quanto non sia Filosofia. Infatti, molti di noi si rifanno al concetto di conoscenza situata e che parta dal qui e ora, cioè alla necessità di sviluppare le nostre idee a partire dall’analisi della condizione della Sardegna e non applicando alla Sardegna modelli concepiti altrove. Questo bisogno è stato ben interpretato da Giada Bonu quando nel nostro libro parla di provincializzare l’Italia, ispirandosi al titolo del classico del pensiero post-coloniale di Dipesh Chakrabarty.

S.G. 
Se per filosofia s’intende ciò che s’insinua nelle pratiche quotidiane, nelle scienze, nelle concezioni del mondo, nelle arti e così via, per rifletterle ed estrapolarne le concettualità utilizzate, spesso inconsapevolmente e comunque tacitamente… allora il nostro lavoro non può che essere filosofico, anche quando si esprime con ricerche nei campi che costituiscono l’oggetto di studio delle varie scienze umane. La filosofia rileva, ad esempio, come un concetto che muove una pratica scientifica sia presente anche in una pratica quotidiana. La gran parte delle cose che noi facciamo, le facciamo, come si dice, senza pensarci, automaticamente. Ecco: la filosofia interrompe questi automatismi. Lacera le nostre certezze e le nostre stesse identità. Mette in discussione lo scontato, l’ovvio, tutto quanto noi assumiamo come naturale, ovvero tutto quanto una determinata realtà storica ci fa assumere come naturale.
In tal senso possiamo ben dire che la filosofia si colloca sempre in un qui e ora. Un qui e ora con cui interagisce, a suo modo, attivamente – pena la sua sterilità e inconsistenza. Storicamente, le filosofie sono sempre emerse in un dato contesto materiale, in uno spazio e in un momento storico ben preciso. La loro universalità – il fatto, ad esempio, che anche la filosofia antica ci dica ancora qualcosa – non è mai astratta, ma sempre concretamente situata. Ecco perché utilizziamo il termine “de logu”.

D’altra parte, prima di formulare risposte, ci poniamo innanzitutto domande. Anche in tal senso il nostro lavoro collettivo è aperto. Ci chiediamo e dobbiamo chiederci: che cosa significa fare filosofia in Sardegna? Quali sono le problematiche che la storia e il presente di quest’isola mette in campo? Vi è una filosofia implicita nelle lingue che vi si parlano, nelle culture materiali che la attraversano, nelle loro produzioni artistiche? Anche così si opera una decolonizzazione del pensiero e della ricerca.
Un’altra cosa tengo a dire: solo operando in tal modo – ovvero confrontandosi attivamente con il luogo in cui si vive – ci si apre al mondo, al tutto di cui inevitabilmente il luogo fa parte.



3. E se non ci fosse nulla da decolonizzare? La maggior parte dei sardi, a partire dagli intellettuali, non sembrano porsi questo problema
A.M. Ma è normale! Quando un paradigma domina, è normale che chi opera al suo interno veda i suoi esiti del tutto naturali e classifichi i fenomeni che il paradigma non riesce a spiegare come scarti, o come fenomeni strani, freak e mostruosi, queer o inspiegabili razionalmente. Gli intellettuali sardi vivono in una bolla, se si vuole usare un’immagine gramsciana, si può dire che in Sardegna essi sono più estranei dei turisti rispetto alla nostra realtà. La loro formazione self-colonized ha dato loro successo, una carriera, uno stipendio, anche se spesso straccione, precario, dipendente da qualche barone di risulta, ma non hanno nessuna intenzione di rinunciare alla loro posizione privilegiata, che sembra loro naturale, scontata, e talvolta prestigiosa. Basta ascoltare l’italiano ipercontrollato con cui si esprimono e il loro blocco patologico a esprimersi in sardo, fosse solo per cinque minuti, per capire come siano pervicacemente inchiodati al loro ruolo, che è quello classico delle élite modernizzatrici in ogni ambito coloniale che si rispetti. Il nostro ruolo è precisamente quello di sollevare il velo su questo dato per scontato, come ha ricordato Sebastiano. Allo stesso tempo, occorre non usare gli studi postcoloniali e decoloniali come un nuovo modello da importare e a cui fare le glosse. Questo, purtroppo, è ciò che prevale nelle Università italiane e, quindi, sarde in veste di appendice coloniale delle prime. Seguire questo modello scolastico sarebbe perdere questo nostro boost iniziale, italianizzarci. Dall’approccio decoloniale noi dobbiamo trarre ispirazione per dire soprattutto una cosa: i problemi della Sardegna non derivano dalla sua arretratezza causata da una sua presunta identità, ma essi sono l’effetto - i suoi problemi e la sua arretratezza -principalmente del dominio di tipo coloniale che abbiamo subito in modo profondo soprattutto negli ultimi due secoli. Non prendiamoci in giro e non scambiamo gli effetti con la causa! Dunque, non solo c’è molto da decolonizzare, ma soprattutto, c’è da decolonizzare il pensiero, la ricerca, come passaggio necessario per cambiare comportamenti e pratiche, da quelle linguistiche a quelle politiche, e per arrivare perfino a rendere nuovamente desiderabili ed eccitanti i corpi, i suoni e i sapori che caratterizzano, nella loro diversità, noi Sardi.

S.
G. Se le scienze e la filosofia dovessero utilizzare come criterio di rilevazione dell’esistenza di un dato fenomeno il grado di diffusione della consapevolezza che si ha dell’esistenza di tale fenomeno, cesserebbero di darsi come tali. E dunque, che la maggior parte dei sardi e dei suoi intellettuali non si ponga il problema di decolonizzare il proprio pensiero non significa che tale pensiero non sia stato colonizzato, significa soltanto che non se ne è consapevoli.
Certo, questo non è un caso: l’ideologia coloniale, nei termini che abbiamo già detto, è in Sardegna l’ideologia dominante. Come non è un caso, d’altra parte, che vi sia chi se ne sottrae. Sottrarsene è invece ciò che va fatto ed è ciò che noi intendiamo fare, chiedendo a tutti i Sardi e ai suoi intellettuali di riflettere, innanzitutto, sul modo in cui pensano, vivono o studiano la Sardegna ed esplicitare quindi quale immagine della Sardegna muove la loro ricerca, i loro pensieri, il loro agire in generale, le loro scelte. Certo, vogliamo anche provocare chi si adagia sulle proprie certezze e scoprirne, letteralmente, le fondamenta, demolendole, se necessario.



4. Prossimi passi?
A.M. Nella nostra rete, che non è un gruppo e al cui interno ci sono persino comunisti nostalgici, cosa che personalmente mi fa soffrire, posso scorgere due tendenze. La prima è figlia della corrente voglia di pubblicare tanto, e per me troppo. Cioè dell’essere presenti nel dibattito, per così dire, quantitativamente. Un’altra, invece, si immagina progetti più strutturati. Il mio giudizio è che la nostra presa di posizione richieda un impegno nella ricerca. Se domina un paradigma della subalternità, che imputa i nostri problemi alla nostra arretratezza, e questa alla nostra identità o specificità o insularità (e altri avatar essenzialisti), il nostro dovere è produrre ricerca al di fuori di questo quadro, liberarcene, utilizzare metodologie simmetriche che non spieghino ogni minima cosa che avviene in Sardegna con i soliti riferimenti all’identità e all’arretratezza ma, seguendo l’indicazione metodologica di Gayati Spivak nel suo classico Can the Subaltern Speak?, ci impongano il dovere di ricostruire i processi, di individuarne le genealogie, di analizzare testi, dati e documenti che provengano dal field work o dallo scavo. Questo è fondamentale per fare parlare la Sardegna, non per utilizzarla per far parlare i ricercatori e i loro modelli elaborati altrove, che finiscono per alterizzare ogni nostro fenomeno e soggettività, o a ridurli a scarti. La partecipazione al dibattito pubblico, per me, è secondaria rispetto a quest’impegno, ed è questo che personalmente ho fatto con il mio contributo in questo libro: riferirmi in via prioritaria alla ricerca sul campo, dunque deitalianizzarmi io per primo. Dobbiamo riuscire a fornire un apporto detox rispetto alla ricerca dominata ancora da vecchi modelli, come quelli diffusi in molta antropologia, in molta storiografia e nella pochissima sociologia che si è fatta in Sardegna. Per questo, è necessaria rafforzare la capacità di fare ricerca sul campo e di tendere proprio a questo aspetto.

S.G. 
Nell’immediato si tratta di presentare il volume appena pubblicato, discutendone le varie e molteplici problematiche messe in campo. Si tratta, poi, di promuovere costantemente occasioni di confronto e dibattito. Non intendiamo parlarci addosso, verremmo meno allo spirito che ci muove. Cercheremo anche il contraddittorio, perché solo così potremo rafforzarci.
L’obiettivo è anche quello di coinvolgere il più ampio numero possibile di partecipanti al nostro progetto, aprendo anche delle specifiche linee di discussione e di ricerca. L’importante è operare con il rigore che la ricerca e il lavoro teorico sempre richiedono. Proprio un tale rigore, insieme all’apertura e alla capacità di promuovere collaborazione, è la nostra salvezza.


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Foto de presentada: Mika Baumeister on Unsplash