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Pratobello: i tre anni che portarono alla protesta nonviolenta del popolo di Orgosolo per la difesa del territorio

de Federica Marrocu

Sono passati 55 anni dalla rivolta di Pratobello. La località fu il cuore, nel 1969, di una lotta popolare che portò alla rinuncia, da parte del Ministero della Difesa italiano, alla realizzazione di un poligono militare nel territorio di Orgosolo.

Fu la vittoria di una comunità e dell’intero popolo sardo, conquistata con lo strumento della contestazione nonviolenta: fu una lotta condivisa e partecipata, resa possibile dalla convergenza verso un unico obiettivo -la difesa del territorio- da parte di tutta la popolazione e di tutti i soggetti impegnati nella società civile e politica. Fu l’agire collettivo la chiave del successo, ma non fu una reazione determinata da un’ondata momentanea, bensì il frutto di un percorso sociale e culturale che si sviluppò nel corso di tre anni, i quali meritano uno spazio nella rievocazione di un evento straordinario quale fu Pratobello, per non cadere nella rievocazione nostalgica e nella retorica e recuperarne l’eredità.

Grazie alla fondazione, a partire dal 1967, di due circoli giovanili (“Circolo Giovanile di Orgosolo” e il “Circolo Impegno e Azione”) si innescò un processo culturale e sociale finalizzato a realizzare un cambiamento profondo, tramite la promozione di lotte fondamentali per l’intera comunità orgolese. Il Circolo Giovanile non impose limiti di età, sesso o estrazione sociale: questa apertura consentì anche a soggetti prima esclusi di avvicinarsi e partecipare al dibattito pubblico, come le donne, che seppero conquistarsi uno spazio autorevole e fondamentale nella rivendicazione dei diritti.

Per i giovani, a quei tempi, non era scontato studiare e uscire dal contesto di origine. Coloro che riuscivano a proseguire il percorso scolastico e ad arrivare all’Università venivano esposti a nuovi modi di pensare, scoprivano nuove realtà, sviluppavano nuove idee. Una volta tornati non sempre avevano gli strumenti per tradurle in cambiamenti reali, ma alla fine degli anni Sessanta, sulla scia delle rivolte studentesche, si riuscì a dar vita a vivaci attività di incontro e scambio.
Lo scopo era parlare e affrontare i problemi dei giovani, e non solo, offrendo prospettive nuove, informandosi e informando la popolazione. Furono creati spazi per l’accesso a libri, giornali e riviste, furono organizzati incontri pubblici informativi: ciò contribuì ad alimentare il dibattito intorno a temi come l’istruzione, l’ambiente, le terre comunali.
Il coinvolgimento della popolazione fu ampio e trasversale: fra studenti, pastori, comunità agricola, cattolici, emerse un forte senso della comunità, tale da far superare conflitti, istanze diverse e divisioni interne.

Fu fondamentale il lavoro di sensibilizzazione sui progetti che il governo italiano intendeva realizzare sul territorio di Orgosolo. Quando, ad esempio, circolò la notizia della volontà di creare un parco naturale nel Supramonte, furono recuperate le carte, vennero realizzate mappe e scritti articoli per informare la popolazione, che non era stata coinvolta nel processo decisionale. La contestazione verteva proprio su questo punto, ovvero la mancata presa in considerazione della volontà della comunità alla quale sarebbe stata sottratta un’ampia porzione di territori fino a quel momento condivisi, gesto interpretato da alcuni come un tentativo di controllo, allontanando i pastori prima con il pretesto del parco e poi passando ad una gestione sempre più centralizzata e di carattere militare.

Da lì a poco, infatti, si venne a sapere che il governo italiano intendeva installare a Pratobello un poligono militare, in un’area non reclamata dalla popolazione: un altopiano ricco di boschi e pascoli.
La vocazione del territorio era a carattere prevalentemente pastorale: dopo i mesi trascorsi al pascolo, lontani da casa, i pastori trascorrevano l’estate a Orgosolo, usufruendo dei pascoli comunali. Il progetto iniziale prevedeva la creazione di un campo da tiro temporaneo, che però sarebbe potuto diventare permanente, in quell’area.
Le terre erano una parte sostanziale della vita della comunità orgolese ed erano un pilastro fondamentale dell’equilibrio socioeconomico. Lo stato italiano non tenne in minima considerazione l’importanza che quel territorio aveva per la popolazione locale.

La data di inizio delle esercitazione fu fissata il 19 giugno 1969.
Entro quella data i pastori avrebbero dovuto trovare altri luoghi per le greggi, accontentandosi di un indennizzo, il quale fu rimandato al mittente assieme al rifiuto di cedere le terre e con esse di rinunciare alla vocazione economica che da sempre apparteneva al territorio. La popolazione chiedeva interventi di sostegno alle attività locali, viste come unica prospettiva di sviluppo.

Il Ministero della difesa italiano decise di proseguire con il progetto: a Orgosolo i circoli organizzarono incontri e dibattiti che fecero emergere il malcontento verso la prospettiva di vedersi sottrarre spazio e risorse con finalità di sfruttamento i cui benefici non sarebbero ricaduti sulla comunità, ma dei quali avrebbero beneficiato soggetti esterni e altri organi dello stato.
I cittadini e le cittadine orgolesi rimasero soli a contrastare lo stato e le forze militari italiane: i soci dei circoli giovanili invitarono la popolazione a occupare l’intera zona. La comunità rifiutò, compatta, gli indennizzi. 

Il 19 giugno, giorno in cui sarebbero dovute iniziare le esercitazioni, prese il via una protesta nonviolenta con la quale si ostacolarono le operazioni. La risposta da parte dello stato italiano fu decisa, con rastrellamenti, elicotteri e invio di rinforzi, ma insufficiente.
Nei giorni successivi venne organizzata una delegazione da inviare a Roma a trattare con il Ministero della Difesa Luigi Gui e il Sottosegretario Francesco Cossiga, composta da dagli onorevoli Ignazio Pirastu (PCI), Carlo Sanna (PSIUP) e Gonario Gianoglio (DC), tre pastori, un bracciante, un camionista, uno studente del Circolo democristiano e il presidente del Circolo giovanile. Il 26 giugno la delegazione fece ritorno riportando la decisione da parte del governo di rinunciare alla realizzazione del poligono.

Negli anni successivi nessuna frazione fu occupata dal Demanio militare, a differenza di altre zone in Sardegna, che attualmente ne è interessata per il 65% del territorio. Ciò significa che alla popolazione è sottratto uno spazio pari a 373,72 km2.

Quella che passò alla storia come “la rivolta di Pratobello” è un esempio attuale di unità, di capacità di andare oltre i conflitti interni in nome del bene collettivo, e di come, quindi, il recupero e la difesa della dimensione comunitaria possa essere uno strumento potente, forse l’unico per immaginare un futuro alternativo e sostenibile.


Fonti:
Annamaria Congiu, I circoli giovanili ad Orgosolo negli anni ‘60: tra  “fiammate” rivoluzionarie e mitizzazione
Pratobello: storia di una vittoria del popolo sardo, sito Assemblea Natzionale Sarda
Foto: da Wikipedia, Archivio Francesca Meloni – Pratobello – 1969-2019, su barbaricina.it, 27 Maggio 2019.

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