1926-2026. Gramsci e la questione sarda a cento anni dal suo arresto

27 settembre 1925. Il fascismo è al potere e ovunque infuria la violenza delle squadracce. In Sardegna si svolge il V Congresso del Partito Sardo d’Azione. Il dirigente comunista Ruggero Grieco porta un messaggio ai contadini sardi da parte dell’Internazionale contadina: Volete gestire le vostre finanze per sviluppare la vostra economia? Volete diventare i padroni della vostra terra dopo secoli di sottomissione? Volete una Repubblica autonoma? Benissimo. Il sardismo è nato dall’unione di contadini in divisa e giovani intellettuali progressisti organici al popolo sardo. Poi è diventato altro.
Cacciate i notabili opportunisti del Partito Sardo e dateci una mano a costruire una federazione di repubbliche in mano ai lavoratori, come hanno fatto in Russia:
«Evviva la Repubblica sarda degli operai e dei contadini nella federazione soviettista italiana!».
Il messaggio – scriverà Grieco anni dopo – era stato condiviso con entusiasmo da Gramsci, che aveva fornito tutti i materiali necessari per elaborarlo.
Poco più di un anno dopo, precisamente l’8 novembre 2026, Gramsci verrà arrestato a Roma dalla polizia fascista. Nel suo appartamento messo a soqquadro dagli agenti, la compagna di partito Camilla Ravera, ritroverà fortunosamente un manoscritto incompiuto intitolato “Alcuni temi della quistione meridionale” che verrà messo in sicurezza dall’organizzazione clandestina comunista e successivamente pubblicato a Parigi nel gennaio 1930 sulla rivista Lo Stato operaio.
Lo scritto si collega direttamente all’elaborazione portata da Grieco a Macomer e a diversi scritti precedenti di Gramsci sulla questione sarda. Ma fa da cerniera anche alle successive riflessioni sui Quaderni del Carcere sul ruolo degli intellettuali, sul tema dell’egemonia e sui gruppi subalterni.
Proviamo a calarci per un momento nel contesto vissuto da Gramsci in questa fase. L’Italia è scossa da un’ondata di violenze senza precedenti. Le squadracce fasciste incendiano, ammazzano, rapiscono nella più completa impunità. Gramsci non è sono deputato e segretario del Partito comunista d’Italia ma è anche uno dei massimi dirigenti dell’Internazionale comunista.
Eppure, proprio in un momento così delicato, dedica anima e corpo a mettere a fuoco la questione meridionale, partendo dalla questione sarda. Perché?
Il problema di Gramsci è dare una risposta alla domanda “come ha fatto il fascismo a fare piazza pulita di tutte le più nobili ambizioni dei lavoratori e ad arrivare al potere?”
Il saggio sulla questione meridionale non è soltanto una riflessione sulle disuguaglianze territoriali dell’Italia degli anni Venti: è uno strumento per comprendere come si costruiscono e si perpetuano i rapporti di dominio tra centro e periferia. E in questa riflessione la Sardegna rappresenta il nucleo fondamentale.
Trasversalmente a questo punto emerge il problema degli intellettuali. Perché le persone di cultura e dotate si strumenti concettuali e tecnici non sostengono le ragioni del popolo ma si rendono invece organici alle classi dominanti? Questo avviene in particolare al sud, dove gli intellettuali diventano mediatori di un sistema di sfruttamento coloniale o semi-coloniale.
In Sardegna, nel momento in cui scrive Gramsci, esiste però una possibilità che è appunto il movimento sardista che Gramsci guarda con insolita attenzione. Perché?
Il sardismo è un movimento politico nato proprio da un rapporto eterodosso tra popolo (contadini, artigiani, pastori) e giovani ufficiali colti. In Sardegna, a differenza della Sicilia per esempio, non esiste il latifondo, il blocco agrario è assai più debole e non riesce a spezzare il legame tra popolo e piccoli intellettuali.
In questo senso la Sardegna fa eccezione rispetto alla questione meridionale.
Per Gramsci il sardismo non è un fenomeno regionalista, ma il modello dell’organizzazione politica moderna, rappresenta cioè l’unione tra intellettuali e popolo. E la causa sardista, perfino nelle sua ambizioni più radicali, non è da demonizzare, ma da inserire in una prospettiva più generale che si ricollega direttamente alle elaborazioni del materialismo storico che da Marx a Lenin gettano le basi all’autodeterminazione dei popoli su basi non reazionarie.
Quasi un secolo dopo, quelle domande non hanno perso nulla della loro radicalità. Chi decide le sorti della Sardegna? Chi controlla le sue risorse, la sua economia, il suo territorio? Chi stabilisce cosa produrre, dove investire e quale futuro debbano avere le comunità che la abitano? Oggi, come allora, il problema fondamentale è quello dell’autogoverno: sottrarre il destino dell’isola a poteri esterni e a classi dirigenti locali che si accontentano di amministrarne la subordinazione.
Per Gramsci la Sardegna rappresentava un’esperienza particolare. Prima ancora dell’Unità, l’isola aveva conosciuto la piemontesizzazione forzata. Con lo Stato unitario, la subordinazione si era riprodotta attraverso l’integrazione in funzione subalterna nell’economia “nazionale” e la costruzione di un immaginario che rappresentava i sardi come arretrati, incapaci di autogovernarsi, bisognosi di essere guidati.
Era l’ideologia della “palla di piombo”, cioè l’idea che la Sardegna – come tutti i territorio sfruttati e colonizzati – fosse un peso per il nord produttivo ed evoluto.
Le accuse che riecheggiano nel nostro tempo sui “sardi responsabili della recrudescenza della pandemia”, sui “sardi che non vogliono le rinnovabili”, sui “sardi geneticamente permalosi” o “sardi banditi e criminali”, non sono quindi una novità.
Eppure proprio in Sardegna era emersa una possibilità diversa. Il movimento degli ex combattenti aveva saldato contadini e intellettuali, dando vita a un blocco sociale relativamente autonomo dai grandi proprietari terrieri. Gramsci vi riconosceva un laboratorio politico: il tentativo di trasformare una popolazione subalterna in un soggetto capace di organizzare autonomamente il proprio destino.
Il messaggio di Grieco del 1925 rende visibile questa possibilità, ma anche il conflitto che l’attraversava. Il sardismo poteva diventare uno strumento di emancipazione sociale e nazionale (in senso sardo) oppure ripiegare nel notabilato, nel regionalismo reazionario e nella mediazione con i poteri dominanti. Una contraddizione che non appartiene soltanto alla storia.
Oggi la Sardegna si trova nuovamente davanti a un passaggio decisivo. La colonizzazione energetica, la trasformazione dell’isola in territorio di servitù, l’estrazione delle risorse senza un effettivo controllo delle comunità, lo smantellamento dei servizi, la distruzione del credito sardo con l’operazione BPER e quello che altrove ho chiamato “sardicidio” e “genocidio bianco”, sono tutti aspetti che la cui matrice Gramsci aveva già individuato. Ne I dolori della Sardegna (1919) Gramsci denuncia lo sfruttamento coloniale dell’isola:
«Nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini, dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea, in quanto lo Stato “spende” per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale».
Non sono posizioni “giovanili” come qualcuno ha scritto, ma lineamenti di una riflessione che durerà tutta la vita e che arrivano a noi mantenendo un nucleo di autenticità e realismo completamente intatto.
La Sardegna era ed è un territorio il cui destino viene deciso altrove e le cui classi dirigenti sono spesso chiamate a garantire la continuità di questo rapporto.
È il problema dell’egemonia!
I subalterni sardi in passato hanno avuto la capacità di elaborare una propria progettualità politica. E oggi?
La questione è controversa. Se da un lato le istanze sardiste sono politicamente ai minimi termini storici, dall’altro le mobilitazioni contro la speculazione energetica hanno riportato al centro la questione della sovranità territoriale, intrecciandosi con le lotte contro il caro vita e le disuguaglianze sociali.
Sta rinascendo un brodo culturale proto-neo-sardista?
È qui che la questione sarda incontra nuovamente quella del lavoro e dell’emancipazione collettiva. Non si tratta di scegliere tra identità e giustizia sociale, ma di comprendere che senza autodeterminazione non può esserci neppure una reale trasformazione dei rapporti economici e sociali.
La lezione di Gramsci, tuttavia, va oltre la denuncia. Per spezzare il dominio non basta opporsi alle decisioni imposte dall’esterno: occorre costruire una forza sociale e culturale capace di organizzare un’alternativa. Occorre ricomporre ciò che il sistema divide: lavoratori, partite IVA, studenti, intellettuali, comunità locali. E impedire che le energie della protesta vengano nuovamente intercettate e sottratte dall’azione di scollamento degli intermediari.
Il Gramsci che ci interessa non è quello imbalsamato nelle celebrazioni istituzionali, ma il dirigente rivoluzionario che cercava nella questione sarda e meridionale la possibilità di costruire un nuovo protagonismo popolare.
Nel 1925 si parlava di una Repubblica sarda degli operai e dei contadini.
Oggi, in condizioni storiche profondamente diverse, quella domanda torna a interrogarci. Le multinazionali del vento e del sole si appropriano dell’energia che potrebbe costituire la base di un nuovo processo di sviluppo autodeterminato. La classe politica svende gli asset strategici dei sardi come racconta il clamoroso caso degli aeroporti sardi privatizzati o in corso di privatizzazione per mano della cosiddetta “sinistra”. Trasporti, sanità, scuola e servizi essenziali sono pesantemente sotto assedio senza che la classe politica, intellettuale, accademica sarda muova un dito in direzione delle istanze fondamentali del popolo.
A cento anni di distanza dal suo arresto e dal ritrovamento di “Alcuni temi della quistione meridionale” Gramsci torna a porci la medesima domanda: vogliamo continuare a essere una terra depredata o diventare finalmente una comunità capace di decidere il proprio futuro?
Immagine: igsitalia.org















