Cercando la parolina magica “Sardegna” nel Recovery Plan

de Cristiano Sabino


Non si parla d’altro che di Covid e di Recovery Fund. Il primo è la iattura, la peste dei tempi moderni. Il secondo è il riscatto, l’opportunità da cogliere a braccia aperte, la rinascita. Ma è così? Soprattutto, è così per i sardi? 
Intanto diciamo che cos’è il Recovery Fund e come funziona. Si tratta di un programma di finanziamento di 750 miliardi, di cui 360 miliardi di prestiti a tassi agevolati (comunque da restituire) e 390 di contributi a fondo perduto, da spalmare nel triennio 2021-2023.
I fondi sono erogati dalla Commissione Europea in cambio dell’adesione ad alcune “raccomandazioni” a cui ci si deve attenere scrupolosamente. Così la Presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen: «Il Recovery and Resilience Facility è stabilito in una maniera molto chiara: è volontario, ma chi vi accede deve allinearsi con il Semestre europeo e le raccomandazioni ai Paesi. Finora dipendeva solo dai Paesi rispettarle o meno - aggiunge - ma ora le raccomandazioni sono legate a sussidi e potenziali prestiti». Più che “raccomandazioni”, insomma, si tratta di diktat.

Ma in che consistono queste “raccomandazioni”? La storia recente delle politiche economiche europee non lascia spazio a dubbi: tagli al welfare, privatizzazioni, in una parola politiche di austerità a tutto danno del settore pubblico, dei servizi fondamentali. Ecco spiegati quei 18 miliardi (inizialmente erano solo 9 e solo dopo variegate proteste la posta è stata raddoppiata) destinati alla sanità dal piano governativo italiano a fronte dei 74 miliardi per la “rivoluzione verde e la transizione ecologica”. Non che sia una cattiva notizia destinare risorse alla transizione ecologica (anche se poi bisogna vedere di che si tratta, ché spesso di verde c’è solo il nome!), ma pare davvero singolare che a fronte del crollo del sistema sanitario fosse inizialmente previsto solo il 4,6% delle risorse al rilancio della sanità pubblica.


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Foto: Tabrez Syed on Unsplash

In sintesi, si può dire che la pandemia arriva al momento giusto per rilanciare le politiche di austerità perseguite dalla UE, in un momento in cui da più parti venivano contestate. Sì, perché mentre in molti si fregano le mani in prospettiva di spendere tutti quei soldi previsti dal Next Generation EU, intanto le commissioni del Parlamento Europeo hanno approvato il regolamento del Recovery Fund e le condizionalità ci sono e sono severe. Infatti, il Resilience and Recovery Facility (documento base del Next Generation EU) prevede regole assai rigide su riforme e investimenti e – soprattutto - parametri inerenti al Patto di Stabilità (per ora congelato a causa appunto della crisi legata al Covid-19). Insomma, le politiche di austerità che tanto hanno fatto discutere a causa dei disastrosi effetti sociali, vengono riproposte proprio in un frangente di debolezza e insicurezza generale.

Ma non è tutto: la Commissione Europea può bloccare i fondi del
Recovery verso quegli Stati che sforano il Patto di Stabilità o – ancora peggio - non adottano piani efficaci per ridurre l’eccesso del deficit. Insomma: non adotti le politiche che ti consigliamo? Ciao ciao miliardi... e lo stop alle risorse è fino al 100%! Una bella mela avvelenata per far passare una precisa politica di tagli ai servizi e di solite “riforme”.

E
 la Sardegna? Però – diranno gli ottimisti – si tratta pur sempre di un bazooka di opportunità per rilanciare l’economia e dare corpo a tutte quelle infrastrutture che servono, soprattutto per le economie più arretrate. Neanche per sogno. Soprattutto nella bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) voluto dal Governo Conte, la Sardegna quasi non esiste. E l’aspetto più inquietante è che, a livello isolano, a eccezione di due articoli di Mauro Pili e di Enrico Lobina, nessuno ha detto o fatto nulla a questo proposito. Dove sono finiti gli intellettuali, i giornalisti d’inchiesta, i politici di spicco, gli economisti sardi?

Se scaricate la bozza più recente del Piano e fate Ctrl+f, cercando la parolina magica “Sardegna” si hanno brutte sorprese: nessun intervento specifico previsto, salvo una non meglio precisata opera di “sostenibilità ambientale dei porti Green Ports e elettrificazione banchine Cold ironing”. Si aggiungono tre interventi che – viste le condizioni infrastrutturali dell’isola - sembrano tre rattoppi: l’aumento della “capacità portuale” di Cagliari (senza cifre concrete e senza alcun cenno alla crisi drammatica del porto Canale), il collegamento porto-aeroporto di Olbia e il raddoppio Decimomannu - Villamassargia. Proprio oggi, persino La Nuova Sardegna ha fatto notare che si tratta di poca cosa. Per non parlare di intere aree dell’Isola che versano in stato di completo abbandono e che non sono nemmeno citate.

In un articolo dedicato, sempre su La Nuova, viene trionfalmente annunciato che “il collegamento ferroviario tra l’Aeroporto Costa Smeralda e il Porto Isola Bianca di Olbia è stato inserito tra le priorità individuate dal Governo per migliorare il sistema ferroviario della Sardegna”. Il fatto è che le ferrovie sarde (più o meno uguali dall’Ottocento a oggi) non andrebbero “migliorate” ma rifatte, a partire dal collegamento ferroviario Oristano - Nuoro – Ogliastra – Olbia, come già richiesto da un comitato di cittadini.  

  
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Foto: Cory Woodward on Unsplash


Discorso a parte merita la dichiarata “disponibilità di 1,2 miliardi di euro […] per finanziare strategie territoriali per favorire, nell’ambito delle politiche di coesione, la
transizione giusta e compatibile con l’ambiente nelle aree di Taranto e del Sulcis”. Cosa vuol dire “transizione giusta e compatibile”? La bonifica dei fanghi rossi, la dismissione delle fabbriche inquinanti e una riconversione economica e sociale di una delle zone più sacrificate e avvelenate d’Europa nel silenzio colpevole di tutti i governi statali e regionali? Francamente c’è da dubitare, vista la freddezza con cui sono state sempre trattate le giuste istanze di movimenti e comitati sul tema.

Si parla poi del piano sulla “mobilità sostenibile” che punta a completare - entro il 2026 – “la realizzazione di un sistema infrastrutturale moderno, digitalizzato e sostenibile […] aggiungendo risorse a progetti già esistenti e accelerandoli, nonché introducendone di nuovi, […] in particolare, del Mezzogiorno e delle Isole”. Di quali isole si parli non è dato sapere, visto che
i cittadini sardi aspettano da anni la dorsale in Barbagia e Ogliastra e, in generale, l’ammodernamento di una rete ancora integralmente ottocentesca. Scrive Lobina: “vorrei una Sardegna che riduce ed annulla il gap infrastrutturale: strade, ferrovie, porti, aeroporti. Di tutto questo nel PNRR non c’è nulla. Gli interventi infrastrutturali specifici per la Sardegna sono assenti. Ce ne sono per Genova e Trieste, per il sud Italia, ma non per la Sardegna”.

In tutto questo il Governatore della Regione Autonoma Sardegna
ha annunciato di aver “rispettato i tempi per l’elaborazione delle sue proposte. Ora, aggiunge il Presidente Solinas, apriremo una fase di confronto con il mondo produttivo, con le parti sociali, con il mondo universitario, per la definizione di un grande piano di rilancio della Sardegna”. Con una campagna infografica diffusa sui social e in rete negli scorsi giorni, il movimento popolare sardo Caminera Noa fa notare che però Solinas non solo non ha informato il Consiglio e non ha reso pubblici questi progetti, ma non ha neppure coinvolto la società civile, il mondo del lavoro e i comitati che da sempre si occupano dei temi riguardanti il Piano. Insomma, la Sardegna si sta indebitando per circa 4,9 miliardi per progetti che nessuno (a parte gli assessori di Solinas) conosce, sulla base di prestiti per ricevere i quali bisognerà rispondere a tutte le richieste della Banca Centrale e della Commissione Europea. 

C’è da stare allegri e sereni?


Foto de presentada: Erik Mclean on Unsplash