Contro l’occupazione: Sardegna e Palestina unite nella lotta

De Cristiano Sabino


Il 2 giugno, ricorrenza della cosiddetta “Festa della Repubblica”, è anche la data di compleanno dell’Assemblea contro l’occupazione militare A Foras. Dalla sua nascita (2016), A Foras scende in piazza per dimostrare l’ostilità ambientale dei sardi alla presenza militare italiana e NATO nell’Isola.
In piazza o – nel caso specifico dello scorso 2 giugno – in spiaggia, nel senso letterario del termine, visto che il Poligono di Capo Teulada, imposto dallo Stato italiano nel 1956, si estende per 7200 ettari proprio a ridosso del più grande sistema dunale d’Europa, poco dietro la meravigliosa spiaggia di Porto Pino.


Ovviamente non si tratta di un caso, ma di una concomitanza voluta. È infatti la Repubblica che ha destinato la Sardegna a terra di poligoni e basi militari ed è la sempre la Repubblica che utilizza, affitta, cede aree enormi dell’Isola e dei suoi mari – oltre che al proprio esercito – a eserciti alleati o a industrie private per testare sistemi d’arma e strategie belliche. Ovviamente tutto ciò avviene a spese dei sardi, della loro libertà e della loro dignità.

Anche quest’anno, mentre i rimasugli della sinistra italiana hanno stancamente riprodotto il rituale di una Festa delle Repubblica sempre più esangue, convocando frettolosi presidi di circostanza o ritrite conferenze sul valore della Costituzione, centinaia di manifestanti hanno camminato sulla terra di Sardegna resa schiava dalla destinazione militare imposta dalla Repubblica.

In un post successivo alla manifestazione, il movimento A Foras ha dichiarato: «A Foras il 2 giugno ha compiuto cinque anni, ma da festeggiare c'è poco. Non la Festa della Repubblica, che dovrebbe vedere i popoli che la animano sullo stesso piano, ma che in realtà pone la Sardegna su basi di subalternità». 
Nessuna Repubblica da festeggiare dunque, perché è la Repubblica nata dalla Resistenza ad aver devastato e saccheggiato la Sardegna imponendole una ipertrofica e violenta colonizzazione militare.


Nella chiamata di quest’anno, quello sardo non era però l’unico popolo chiamato in causa per avviare un processo di liberazione. Non si poteva certo ignorare ciò che è recentemente accaduto in Palestina e non si poteva ignorare nemmeno la fitta rete di interessi, complicità, legami tra la nostra condizione subalterna e l’apparato militare israeliano. Ecco il perché della chiamata di A Foras «contro l’occupazione militare in solidarietà al popolo palestinese».

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Solo apparentemente l’accostamento tra la lotta per la liberazione della Palestina dall’occupazione sionista e la lotta contro l’occupazione militare (e politica) italiana in Sardegna può sembrare una forzatura.
Esistono infatti numerosi fatti che legano le due questioni.
Su questo aspetto è intervenuto l’attivista sardo-palestinese Samed Ismail dell’Associazione Sardegna Palestina, rivendicando fra le altre cose che dopo la grande manifestazione di Capo Frasca del 2014 e la relativa invasione del Poligono da parte dei manifestanti, l’aeronautica israeliana ha formalmente depennato la Sardegna dalla lista dei luoghi dove potersi addestrare:
«Alla tristezza e al lutto per i morti e le sofferenza di queste settimane si deve affiancare la gioia. Gioia perché il popolo palestinese resiste con orgoglio dopo 73 anni, non domato dall'occupazione sionista. La Palestina si è mostrata unità in ogni sua parte, dal Giordano al Mediterraneo. Il legame tra la Sardegna e la Palestina supera il mare. Anche nel 2014 prima della storica manifestazione di Capo Frasca Israele bombardava a Gaza. Nel 2014 abbiamo cacciato l'aereonautica israeliana, ma la strada è ancora lunga: gli eserciti di tutto il mondo che si esercitano nella nostra isola sono addestrati e armati da Israele; le università sarde hanno accordi con gli istituti israeliani. La resistenza palestinese ricorda a noi sardi che l'unica pace possibile sarà quella ottenuta con la vittoria dei colonizzati, che ogni compromesso con i colonizzatori è un inganno».

Sullo sfondo, la spada di Damocle sugli attivisti inquisiti per reati che arrivano fino al terrorismo. Il 14 settembre 2021 si deciderà infatti se rinviare a giudizio 45 militanti, cinque dei quali accusati di terrorismo, per azioni di contrasto all’occupazione militare dell’Isola.

In assenza di esercitazioni, l’occupazione di un’area marginale del Poligono è stata ovviamente simbolica, ma è stato evidente a tutti il segnale: il movimento contro l’occupazione militare non solo non è intimidito dalla repressione e da un anno e mezzo di rigidissime restrizioni anti Covid, ma è in grado di rilanciare la mobilitazione con azioni dirette contro l’occupazione.



Foto: autore

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