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Lo stereotipo dell’ospitalità: perché è problematico pensare di dover rinunciare al proprio posto per essere ospitali

de Federica Marrocu

È circolato in questi giorni il racconto di un episodio che riguarda uno degli elementi considerati tra i più identitari in Sardegna, una delle certezze incrollabili, forse il vanto maggiore per le persone sarde: l’ospitalità.

L’Unione sarda titola: Desulese cede il suo tavolo alla coppia di turisti nel ristorante pieno, recensione a 5 stelle: «Qui siamo ospitali».
Sono arrivati senza prenotazione a S’Abile, un muratore del paese ha deciso di rinunciare al suo posto per farli accomodare: il racconto di tutti i protagonisti.

Segue il resoconto della vicenda, da cui scaturisce una entusiasta celebrazione del valore dell’ospitalità, elemento che acquista ancora più importanza proprio in questo periodo, all’inizio della stagione turistica.
È necessario chiarire che il punto in questione non è criticare il gesto di gentilezza della persona che ha ceduto il proprio posto né le lodi che ne sono scaturite: ciò su cui è interessante riflettere è il taglio che si è scelto di adottare e il quadro narrativo più generale in cui si inserisce.

Maneggiare la narrazione è una cosa seria, e quando si parla di Sardegna occorre diventare profondamente consapevoli delle dinamiche di potere che possono influire sul modo in cui le persone (anche quelle sarde) pensano e parlano di se stesse.
Quella che emerge da queste righe è una parziale distorsione del concetto di ospitalità dovuta (anche) all’associazione automatica che si tende a fare tra ospitalità e turismo, cosa che comporta il rischio di svuotare il tema dei suoi profondi significati.
Sembra banale, ma è utile ricordare che l’ospitalità è una pratica culturale che esiste da ben prima che si diffondesse il turismo.
L’ospitalità in Sardegna (e in generale) è connessa con un retaggio socio-antropologico molto complesso e meno conosciuto di quanto si possa pensare. Il popolo sardo ha sviluppato una forte identità culturale, frutto anche del contatto con l’esterno: la Sardegna è un’isola grande al centro del Mediterraneo ed è sempre stata esposta al contatto con popolazioni straniere. In Sardegna il confine è tangibile, è ferita, ma anche spazio di contatti dall’esito ignoto finché non si traducono in relazione, conflittuale o pacifica.
La gestione dei rapporti con le persone straniere va pensata nella sua complessità storica, specie se tentiamo di calarla in una fase pre-capitalistica in cui la condivisione delle risorse all’interno della dimensione comunitaria, era l’unico modo per garantire la sopravvivenza del gruppo. La regolamentazione dei rapporti con l’esterno doveva necessariamente risolversi nella ricerca di un equilibrio tra necessità “conservativa” e di relazione con “l’altro”.

La modernizzazione, che nel caso della Sardegna è coincisa con l’assimilazione dei modelli culturali italiani, ha fatto perdere la consapevolezza delle varie forme di civilizzazione e acculturazione che hanno caratterizzato il contesto sardo: rimangono talora come retaggio poco consapevole. Il rischio di perdere la capacità di interpretare comportamenti o simboli è che non siano più riconoscibili e largamente condivise, quindi oggetto di possibili distorsioni di senso, come in questo caso.
Il concetto di ospitalità si è gradualmente piegato all’idea di dover soddisfare le aspettative esterne, finendo per essere associato per lo più al contesto della ricettività e dell’accoglienza del visitatore-turista nel quadro di una generale semplificazione degli elementi considerati tipici della cultura sarda.

È comprensibile che la prima reazione all’invito ad assumere un atteggiamento critico nei confronti di ciò che istintivamente suscita un sentimento di orgoglio e che si ritiene giusto, normale, assodato, sia il rifiuto: prendere coscienza dell’inganno nascosto dietro ad alcune dinamiche apparentemente positive implica la volontà di rinunciare a trincerarsi dietro la difesa “dei valori”, delle certezze legate all’identità.
Richiede di avere la lucidità di pensare che ogni comportamento che viene narrato come “tipico” (in questo caso l’ospitalità) di una cultura, è una rappresentazione. Tale rappresentazione, presentata spesso come ovvia, statica, fissa, è in realtà frutto di processi in costante evoluzione, non di rado legati a dinamiche di potere.

La Sardegna è oggetto di una narrazione pervasiva che la dipinge come “fuori dal tempo”, ”arcaica”, “tradizionale”, non troppo diversa da quella che ha riguardato i popoli extraeuropei nell’ambito della cultura coloniale.
Su queste fondamenta si inserisce la pratica turistica correlata alla subalternità economica e anche culturale, per pregiudizio introiettato, in un contesto nel quale il turista è pensato principalmente come consumatore, come portatore di capitale secondo la logica del bisogno. La popolazione locale ritiene di avere necessità non solo di una contropartita economica, ma anche della compiacenza, dello sguardo benevolo dell’ospite: la rinuncia al “posto”, alle risorse, ai diritti di accesso e fruizione libera dei luoghi, è il riflesso di una dinamica che avviene nel quadro di un dislivello di potere.

Il fatto che, nell’episodio di Desulo, i turisti provenissero dalla Sardegna non cambia il discorso perché la narrazione che si sta contribuendo a costruire manifesta un problema sistemico, una postura in parte problematica nel pensarsi dentro alla relazione con chi visita, e come visitatori.
Spesso le persone sarde, alfabetizzate e socializzate per lo più come italiane, la Sardegna non la conoscono, e finiscono per fare esperienze di ricerca-turismo interna, in realtà molto simili a chi scopre il territorio da fuori, senza partire da una profonda consapevolezza di sé nel contesto.

È evidente che il significato di “ospitalità” in senso storico e antropologico non ha nulla a che vedere con tutto questo. Dirlo non significa sminuirne il valore, anzi: prendere coscienza di queste dinamiche può dare l’opportunità di recuperarne il significato profondo, basato sulla reciprocità tipica dei rapporti alla pari. Ecco perché è fondamentale che si rafforzi il senso della comunità, che si decolonizzi il turismo come pratica, che si decostruiscano i processi della continua ricerca della gratificazione legata allo sguardo esterno, spogliandolo del carattere di necessità, uscendo dalla logica della dipendenza. Quando sono le comunità a gestire i rapporti con l’esterno si creano i presupposti per uno scambio reciproco proficuo.

Essere ospitali non può e non deve implicare la rinuncia allo spazio fisico, alle risorse (come l’acqua ad esempio) da parte della comunità ospitante: il rapporto con chi arriva da fuori non può sbilanciarsi al punto da ledere i diritti delle persone.
Ripensare il turismo come prassi, arginandone gli effetti nefasti e creando attività virtuose è possibile, ma, oltre a rimettere in mano la gestione alle comunità, bisogna cambiare la narrazione.


Immagine: ichnusa.org

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