Cosa sappiamo della nuova legge statutaria della Regione Auto(no)ma Sardegna?

S’Indipendente è venuto in possesso di due bozze provvisorie della nuova legge statutaria in corso di redazione, una datata 30 giugno, l’altra 14 luglio. Come avevamo già raccontato sempre su S’Indipendente, le trattative sulla nuova normativa sarda sono in corso da molti mesi tra la presidente Todde e la presidente Meloni, senza che però si sia aperto un dibattito politico all’altezza dell’importanza di questo testo di legge. 

Ricordiamo che la legge statutaria, come recita il primo comma dell’Art. 1 del testo:

[…] disciplina la forma di governo della Regione, i rapporti fra gli organi di governo, i principi fondamentali dell’organizzazione regionale, le cause di ineleggibilità e incompatibilità, gli istituti di partecipazione popolare e i rapporti con gli enti locali.

Si tratta dunque di una normativa particolare, con profili di portata “costituzionale”, dato che integrano la forma di governo, le modalità di esercizio della democrazia, la disciplina di diritti fondamentali, le relazioni istituzionali.

Il lavoro sulla legge statutaria dovrebbe essere svolto in concomitanza con un ampio dibattito non solo sui suoi contenuti specifici ma anche sulla da tempo attesa riforma dello stesso Statuto di autonomia. Anche su questa riforma sono in corso interlocuzioni tra governo regionale e governo statale, senza che però se ne sia mai dato conto al pubblico.

L’intera materia, come si può facilmente comprendere, è di una delicatezza estrema. Lo sarebbe in qualsiasi momento, ma tanto più lo è oggi, quando siamo immersi in una vorticosa e difficile transizione politica e culturale generalizzata. Il dibattito pubblico dovrebbe dunque essere all’altezza della situazione.

Purtroppo la politica sarda, e in questa legislatura in particolare, da tempo si è arroccata nel suo Palazzo e si è resa impermeabile a qualsiasi spinta ideale e/o sociale proveniente dall’esterno, anche nei casi in cui sia sostenuta da una mobilitazione ampia. L’esempio della legge di iniziativa popolare detta Pratobello24 – al di là dei suoi contenuti – ne è un esempio alquanto clamoroso, ma non è l’unico.

La legge elettorale vigente è studiata apposta per escludere dalla rappresentanza democratica larghissime fette di elettorato, anche laddove abbiano espresso voti validi. Non c’è da stupirsi se l’astensione, specie nelle tornate di voto per il rinnovo del Consiglio regionale e l’elezione del Presidente, sia tanto alta da raggiungere la metà degli aventi diritto.

Sono ormai tre legislature che le forze politiche che egemonizzano lo scenario istituzionale promettono di rivedere la normativa elettorale: non è mai stato fatto. Non è un caso.

L’altro vulnus alla rappresentanza democratica è la riduzione dei seggi del Consiglio regionale a 60, con un rapporto tra persone elette e persone votanti di circa 1/26000. Questo rapporto varia molto, da regione e regione e da stato a stato. Considerata la natura dell’organo legislativo e rappresentativo sardo e le caratteristiche geografiche e demografiche dell’isola, sarebbe auspicabile un rapporto simile a quello in vigore nelle province autonome di Trento e Bolzano, ossia circa 1/15000. Il che significherebbe portare i seggi nel Consiglio regionale sardo a 100. Ma sarebbe già qualcosa ripristinare il numero di 80, precedente alla riforma seguita al referendum fortemente voluto dai Riformatori sardi e appoggiato dall’intero arco politico.

Perché ai partiti dominanti dovrebbe interessare – come è successo – la riduzione del numero di seggi? Potrebbe sembrare un controsenso. Invece è una misura del tutto funzionale al restringimento degli spazi effettivi di democrazia, all’accentuazione del peso delle clientele, alla facilità di gestione delle spartizioni tra poli egemoni.

Ebbene, nelle due bozze di nuova legge statutaria – che differiscono di poco e non su questioni decisive – non si accenna minimamente a una revisione del numero di seggi in Consiglio regionale né a una riforma della legge elettorale. Si conferma invece l’impostazione rigidamente presidenzialista della forma di governo.

Entrambe le bozze ignorano completamente il dibattito di questi ultimi anni, in cui pure sono emerse diverse proposte di riforma sia della legge elettorale – oggettivamente scandalosa – sia della forma di governo.

Sono disciplinati, invece, la partecipazione popolare all’iniziativa legislativa e i referendum (che comprendono anche quello confermativo e quello propositivo, a differenza della normativa statale). Istituti importanti, la cui sostanza però è svuotata dalla propensione manifestata apertamente dalla classe politica isolana a ignorare qualsiasi proposta esterna alle dinamiche di Palazzo.

Nel suo complesso, l’impianto della nuova disciplina statutaria è deludente. Manca qualsiasi slancio riformatore degno di questo nome, è del tutto assente un tentativo di ridisegno delle relazioni con lo Stato centrale, sia pure da confermare con un nuovo Statuto di autonomia. Manca qualsiasi accenno alla “specialità” sarda, intesa come ragione profonda, di natura storica e culturale, dell’autonomia.

Che rimane ancorata alla volontà dello Stato centrale, come concessione dall’alto, non un necessario adeguamento delle forme giuridiche a una realtà storica insopprimibile e al diritto alla piena democrazia del popolo sardo.

La timidezza e la pavidità che si leggono in controluce nei testi della nuova legge statutaria non fanno presagire nulla di buono circa la possibile riforma dello Statuto. Tanto più, quanto meno i vertici della RAS, presidente Todde in testa, sembrano propensi a farne un tema di ampia discussione pubblica.

La postura paternalistica ed elitaria dell’attuale maggioranza politica in Regione, che in questo supera persino la destra, non offre molti motivi di speranza. I mass media sono alquanto omissivi circa questa vasta operazione di ridisegno degli assetti di potere in Sardegna e tra Sardegna e Stato italiano, a dispetto del fatto che si tratti di questioni di rilievo enorme. A maggior ragione occorre invece prestarvi la massima attenzione e provare a imporre ai vertici istituzionali l’apertura di un vero confronto pubblico, che coinvolga le nostre comunità, le formazioni intermedie di ogni natura, un vasto spettro di competenze. Il tutto con la massima trasparenza.

Il fatto stesso che di queste materie discutano nelle segrete stanze del potere solo i vertici dei governi sardo e italiano è un vulnus democratico non da poco e al contempo è un motivo di grandissima preoccupazione. La Sardegna è esposta più che mai a esiti socio-economici e politici drammatici, dentro un momento di grandi crisi continentali e globali.

Il tema del potere, dell’esercizio della democrazia e dei diritti fondamentali non può essere appannaggio di una ristretta oligarchia abituata a vivere a distanza siderale dalla vita concreta della popolazione. Qualsiasi esito emerga dalle trattative riservate in corso dovrà essere vagliato e, dove necessario, contestato con ogni mezzo necessario, prima che produca danni difficilmente rimediabili.

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Un commento

  1. E a Nuoro hanno appena celebrato l’anniversario del Congresso del popolo sardo! Si la cantant e si la ballant a sa sola.
    Lontanissimi i livelli culturali delle prime dirigenze politiche sarde, anche se negli anni’60 sono caduti in uno spirito meramente rivendicazionistico, con il cappello in mano con Roma. Oggi sono direttamente i portatori d’acqua di decisioni prese altrove.

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