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Batterie BESS, volture e cessioni anomale. E i sardi sempre incazzati neri – S’Imprenta

S’Imprenta – Rassegna stampa dalla colonia

Come ogni sabato mattina su S’Indipendente

I sardi sono sempre incazzati neri, diceva Pucci, forse si riferiva a sos bator moros. O forse perché qualcosa si sta iniziando a risvegliare dal lungo letargo sardo, dopo i ripetuti attacchi dell’Italia su vari fronti, dal 41-bis, alla scuola, alla speculazione, aggiunte alle storiche servitù.

La lotta contro la “quarta colonizzazione”, termine coniato da Cristiano Sabino nel 2021, va avanti, ma è necessario fare un passo ulteriore per poter essere realmente efficace, cioè deve legarsi al concetto di lotta nazionale sarda.

Qualche anno fa, in visita a Cagliari, ospite ANS, Elisenda Paluzie presidentessa dell’Assemblea Nazionale Catalana definì il nazionalismo catalano civico e culturale.
Può esistere una battaglia civica slegata dalla questione culturale?

Sventare la colonizzazione (non solo energetica) è una questione nazionale sarda, che coinvolge cioè tutti i sardi, in risposta all’attacco italiano. Non può risolversi dentro uno scontro che divide i sardi tra destra e sinistra italiana.

La Pratobello24 sarà discussa in seduta congiunta dalle commissioni Quarta (Energia e Industria) e Quinta (Urbanistica) mercoledì 4 marzo alle 10:30, ma è alto il rischio di depotenziamento e strumentalizzazione.
Soprattutto se assisteremo alla sfilata che inizia con i rappresentanti della Pratobello diluiti tra i rappresentanti delle aziende rinnovabili, industriali, faccendieri e capi di condominio vari, con quindici minuti a testa, su sedia fantozziana.

Contemporaneamente è stata creata una commissione per l’energia (che non si occuperà di Pratobello), che ha tutta l’aria di essere il luogo dove si prenderanno le decisioni reali.

Approvata la minidorsale per il metano

Questa settimana Paolo Maninchedda, dal suo blog, attacca i comitati, sostenendo che portano avanti una lotta anticoloniale anni ’70. Poi affronta il problema del metano e del metanodotto, senza affrontare il problema dell’industria (figlia degli anni ’60), che di questa energia è il reale usufruitore.

Il problema è l’industria del Sulcis. Decotta, assistita, energivora, che pretende e ricatta:

  • 8 settembre 2025. Eurallumina, rischio stop a Portovesme: “La mancata approvazione del decreto energia mette in crisi lo stabilimento di Portovesme
  • 12 settembre 2025. Quattro giorni dopo viene firmato il decreto Dpcm Mase-Mimit-Mit

Se non affrontiamo prima la questione industriale, non ha senso affrontare la questione energetica, il rischio è di costruire la casa dal tetto. Anche perché quell’industria andrà via prima o poi, dunque quel metanodotto è inutile e antistorico.

Inquina, come dimostra lo sversamento nelle falde delle acque rosse, in seguito alle piogge ed è altamente energivora.

foto Unione Sarda

“L’acqua rossa che scorre nel rio Santa Barbara“, scrive l’Unione, “spaventa agricoltori, allevatori e sindaci, mentre il Corpo Forestale indaga sulla discarica. ” Sarà arrivato il momento di dare un’alternativa occupazionale al Sulcis.

Le rinnovabili producono quando vogliono loro e non quando ci serve, Todde ha portato il metano per supplire a questo enorme problema.
L’alternativa che propone Maninchedda, riprendendo una ipotesi del Coordinamento FREE, è l’installazione di 14 GW di batterie.
Non so se Maninchedda si sia reso conto della grandezza immensa del dato.

Cioè, oltre ai 6.2 GW di rinnovabili (minimi, ricordiamolo sempre, e ricordiamolo anche a Radio X che ogni tanto disinforma su questo, lasciando intendere che siano massimi), che devasteranno il paesaggio e i beni identitari, oltre al più grande land grabbing della storia sarda, a prezzi agricoli per uso industriale, oltre al fatto che non abbiamo deciso noi questa transizione sulla nostra terra, e che non avremmo nessun vantaggio, dovranno installare 14 GW di batterie BESS?

Prendiamo l’esempio dell’Hinterland cagliaritano, su cui scrive Lorenzo Piras sull’Unione Sarda, partendo da un comunicato del Comitato di Selargius per denunciare l’installazione di 1 GW di BESS attorno a Cagliari (Selargius, Quartucciu, Settimo, Uta).

Tutto questo oltre al Tyrrhenian Link, Sardinian Link, a due nuove stazioni Terna, più una quarta che si affianca alla prima degli anni ’80, e in più, cabine elettriche, allacci da vari eolici e offshore.
Un incubo distopico da cui non si riesce a risvegliarsi, e stupisce che intellettuali come Maninchedda non percepiscano il radicale stravolgimento che attraverserà la Sardegna: mille volte le cattedrali del piano di Rinascita, che fa molto anni ’60, altro che ’70.
Si estenderanno ettari ed ettari di boschi di ferro su tutto il territorio, a cui si aggiungono quelle bombe chiamate BESS.

Negli Stati Uniti sono stati già due i disastri delle BESS (Moss Landing, California e McMicken, Arizona), e in un caso sono state disposte evacuazioni e chiusure scolastiche in un’area che ha richiesto il monitoraggio fino a 28 chilometri di distanza.

Alcuni commentatori hanno criticato l’articolo dell’Unione sostenendo il fatto che anche alla Saras potrebbe succedere, ed è verissimo, anzi recentemente sono avvenuti diversi incidenti.

E su questo torniamo alla questione industriale, e va aggiunto il fatto che Vitol, che ha acquisito la Saras, sta pensando di modificare l’industria petrolchimica sarda, da produttrice a container del petrolio. Ricordiamo che la Saras produce pochissimo petrolio per i sardi, tantissimo per l’export, ma soprattutto produce tantissima CO2, molto più delle centrali a carbone. Ancora una volta ci stiamo inquinando per produrre per altri.
La Sarlux produce invece una discreta quantità di energia elettrica per i sardi.

Il discorso è perfettamente valido, la Saras inquina, ed è un bene che si studi anche lì la exit strategy occupazionale. La differenza è che la Saras ha il “fisico” per far fronte agli incendi e ai danni da risarcire, mentre gli impianti di batterie in via di realizzazione sono in mano a s.r.l. con 10.000 euro di capitale, sorte come per incanto per limitare al massimo i rischi e massimizzare i vantaggi economici.

Ad esempio, a Selargius, nel 2023 è stato approvato un impianto BESS della Whysol.

Ecco il gioco di scatole italianissime, altro che cinesi:

Il 13 gennaio 2025 Whysol Renewables Holding 1 S.p.A. approva la scissione del 49,9% di Whysol-E Sviluppo S.r.l. a favore di Whysol-E S.r.l..
Il 24 febbraio 2025 WRH1 delibera un aumento di capitale con conferimento di W Bisaccia S.r.l., W Codrongianos S.r.l., W Copertino S.r.l., W Deliceto S.r.l., W Ozieri S.r.l., W Sassari 01 S.r.l., W Sassari 02 S.r.l. e W Selargius S.r.l..
Il 21 marzo 2025 viene deliberato l’aumento di capitale di Whysol Renewables Holding 2 S.p.A., che accorpa le azioni WRH1 e la quota residua del 49,9%.

Nel 2025, la Whysol ha volturato l’impianto da 150 MW e ceduto la concessione a W Selargius S.r.l., che al momento della voltura risultava inattiva, ed è da capire se era dotata (al momento della voltura) di tutte le certificazioni necessarie per installare impianti BESS.

Alcune/i cittadine/i hanno presentato un’istanza in autotutela su questa voltura, ma per ora le autorità non hanno ancora dato riscontro.

Della batteria di Quartucciu che si collega al Tyrrhenian Link di Selargius, e della denuncia del comitato selargino perché il cavo passa nel bel mezzo di una discarica abusiva mai bonificata, carica di amianto, ne abbiamo scritto abbondantemente.

Infine, ancora una volta la cessione tra aziende per un altro impianto BESS: lo scorso anno l’azienda di Terni RDC (Renewables circular development S.r.l.) aveva iniziato ad acquistare terreni nelle vicinanze delle stazioni del Tyrrhenian Link, allo scopo di costruire un impianto BESS. Poi per un po’ non si era saputo più nulla.

In questi giorni siamo venuti a conoscenza, tramite alcuni documenti privati, del fatto che l’azienda Zhero Europe B.V., con sede in Olanda, sta cedendo gli stessi terreni acquisiti l’anno scorso dalla RDC (ma non sappiamo ancora quale sia stato il passaggio tra le due aziende) all’Atena Storage, la quale già ha presentato un progetto (non ancora approvato) per un impianto di batterie da 200 MW.

Probabilmente la cessione di questi terreni è relativa allo stesso impianto da 200 MW in fase di approvazione, ma non è escluso che ce ne sia un altro in progettazione.
Dall’amministrazione selargina abbiamo avuto solo la conferma che l’impianto Atena Storage non è ancora stato approvato, ma nessuna informazione sul fatto che i terreni in corso di acquisizione facciano parte dello stesso impianto o di uno nuovo: reticenza o non conoscenza di quello che accade a casa propria?

Queste srl avranno il “fisico” per reggere un’eventuale crisi? (scongiuri ammessi)

È possibile che la Guardia di Finanza non abbia ancora fatto dei controlli su questi giri di scatole italiche?

Ricordiamoci che nelle immediate vicinanze di quegli impianti abitano delle persone che vedranno i loro edifici e i loro terreni perdere valore.
È possibile una causa (class action?) per risarcire i proprietari di edifici e terreni che subiranno la perdita di valore dei beni, e non essendo sotto esproprio non riceveranno un centesimo?

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