Cambiare bandiera non basta a cambiare politica

A forza di sentire che «prima vengono i sardi», prima o poi a qualcuno dovrà pur chiedere chi venga subito dopo e, soprattutto, chi siano i sardi che dovrebbero venire prima, visto che anche fra noi c’è chi lavora per uno stipendio insufficiente e chi su quello stipendio risparmia, chi perde la terra e chi la compra, chi parte perché non trova alternative e chi della mancanza di alternative ha fatto un affare piuttosto redditizio, senza che la comune appartenenza abbia mai impedito agli uni di prosperare sulle difficoltà degli altri. Dentro questa mia domanda, che agli specialisti dell’orgoglio sembrerà probabilmente una fastidiosa complicazione, c’è già buona parte della distanza fra un progetto d’indipendenza e il tentativo di aprire una succursale sarda del nazionalismo italiano, conservandone argomenti, insofferenze e bersagli, dopo aver sostituito il tricolore con i Quattro Mori e aver incaricato qualcuno di dichiarare il prodotto finalmente nostrano.
L’operazione richiede pochissimo pensiero e offre parecchi vantaggi, dal momento che permette di raccogliere malcontento senza assumersi la fatica di comprenderlo, di promettere protezione senza spiegare attraverso quali strumenti e di presentare ogni richiesta di chiarimento come un’offesa alla Sardegna, secondo una consuetudine ben conosciuta da chi, incapace di rispondere delle proprie idee, preferisce attribuirsi la rappresentanza di qualcosa di abbastanza grande da potercisi nascondere dietro.
Penso che l’indipendenza dovrebbe costringerci proprio alle domande che questa propaganda evita, a cominciare da come intendiamo governarci, da quale distribuzione del potere vogliamo costruire, da che cosa debba cambiare nella vita di chi abita quest’isola, perché un padrone nato a pochi chilometri da casa rimane perfettamente capace di sfruttarci e difficilmente il suo certificato di nascita renderà più sopportabile lo sfruttamento.
Chi rivendica l’autodeterminazione dovrebbe avere almeno la sensibilità necessaria a riconoscerla come diritto anche quando riguarda altri popoli, senza diventare improvvisamente distratto davanti alla Palestina o infastidito dalla presenza della sua bandiera, dal momento che sarebbe curioso pretendere ascolto per la nostra condizione e considerare quella altrui un’intrusione nel programma della giornata.
La Sardegna deve poter stare nel mondo con una propria voce, assumersi la responsabilità di un giudizio, scegliere le proprie relazioni e riconoscere un’ingiustizia anche quando non ci procura un danno immediato, mentre l’idea che dovremmo occuparci esclusivamente di noi contiene ancora tutta l’educazione alla marginalità ricevuta per generazioni, quella per cui delle grandi questioni si occupano gli altri e a noi rimane il diritto di lamentarci delle conseguenze.
Per questo provo una certa diffidenza verso chi pronuncia continuamente la parola nazione e poi ragiona come se dovesse amministrare un ingresso riservato, controllando provenienze, distribuendo patenti di appartenenza e cercando qualcuno al quale attribuire una quota delle nostre disgrazie, con la promessa implicita che, una volta allontanato il bersaglio di turno, i problemi della Sardegna avranno finalmente la buona educazione di risolversi da soli.
Il razzismo e la discriminazione entrano precisamente attraverso questa scorciatoia, quando la responsabilità per condizioni politiche ed economiche complesse viene scaricata sull’origine delle persone e la cittadinanza futura comincia a somigliare a una selezione degli ammessi, della quale naturalmente si riservano la direzione coloro che hanno appena scoperto di possedere tutti i requisiti.
Il populismo prospera dove queste semplificazioni risparmiano la fatica di proporre soluzioni, tanto che si può parlare per ore del popolo senza affrontare una sola delle questioni che ne segnano la vita, sostituendo al lavoro politico una continua convocazione emotiva, nella quale bisogna sentirsi fieri, offesi, traditi o minacciati, possibilmente senza interrompere il comizio per domandare che cosa si intenda fare della sanità, della scuola, dell’energia o del lavoro.
Una simile offerta può intercettare anche un elettorato al quale dell’indipendenza importa pochissimo e che cerca soprattutto una collocazione per il proprio rancore, rendendo la parola Sardegna una scatola abbastanza larga da contenere aspettative incompatibili, purché nessuno si prenda la libertà di aprirla prima delle elezioni.
Dopo, nel caso arrivasse qualche seggio, potrebbe persino accadere che chi aveva promesso una rottura storica riscopra le comodità della destra italiana, accompagnando il rientro con le abituali spiegazioni sulla necessità di contare e di incidere, mentre ai sostenitori rimarrebbe l’imbarazzante lavoro di ricostruire il passaggio dall’indipendenza della nazione alla sistemazione del suo rappresentante.
È una possibilità contro la quale servono impegni chiari e comportamenti coerenti, senza concedere a nessuno un credito illimitato soltanto perché sa commuoversi davanti alla bandiera, anche perché di gente capace di amare pubblicamente la Sardegna e di negoziarla privatamente abbiamo già avuto un campionario sufficiente a evitare ulteriori acquisti sulla fiducia.
Nella lotta per l’indipendenza ho sempre sostenuto la necessità di contenere le divergenze di appartenenza ideologica e di cercare un terreno comune fra persone con storie e convinzioni differenti, ma proprio la serietà di questo tentativo impone un limite, che riguarda la decenza, la dignità delle persone e il rispetto della buona fede di chi partecipa, oltre il quale la disponibilità al confronto diventa complicità nella presa in giro. Arrivati qui, dovremmo avere il coraggio di domandarci se desideriamo l’indipendenza per rabbia contro qualcuno, per ottenere una rivincita, per restituire un’umiliazione, oppure per l’amore verso qualcosa che vogliamo far vivere, che sia la nostra lingua, la possibilità di abitare questa terra senza doverla abbandonare, il diritto dei nostri figli a immaginare qui un’esistenza che non dipenda dalla rassegnazione o da una raccomandazione. Della rabbia conosco la forza e comprendo le ragioni, ma affidarle anche il compito di progettare il futuro dei miei figli significa rimanere legati a ciò che ci ha feriti, fino ad aver bisogno del nemico per tenere insieme la nostra stessa identità, in una dipendenza tanto più beffarda quanto più ci proclamiamo impegnati a liberarcene.
L’amore per la Sardegna esige un lavoro meno gratificante del risentimento, fatto anche di studio, di errori da ammettere, di interessi da contrastare in casa nostra e di responsabilità che nessuna denuncia del dominio altrui potrà assolverci dal prendere, perché verrà pure il momento in cui dovremo spiegare quale vita intendiamo rendere possibile, dopo aver spiegato così a lungo chi ce l’ha impedita.
Su questo vorrei misurarmi con chi parla d’indipendenza, sulla capacità di preparare quella vita e sulla disponibilità a rispondere delle proprie scelte, tenendo presente che, quando il progetto manca, una bandiera offre un riparo magnifico a chi la impugna, ma lascia esattamente dov’erano le persone alle quali era stata promessa la libertà.
Immagine: Rai News















