28 Aprile: sei milioni di motivi per ribellarsi

De Marco Piras


Il coordinamento contro il DDL 107 chiama tutti i sardi e le sarde a manifestare il 28 aprile alle ore 10:00 sotto il Consiglio Regionale di Via Roma.

Il coordinamento, composto da studenti, lavoratori di numerosi settori colpiti duramente dalla chiusure, disoccupati, si ritrova sotto il Consiglio regionale ogni qual volta nella seduta è prevista la discussione sull’ormai tristemente famosa “legge della vergogna”: il DDL 107 che prevede l’assunzione di sessanta persone, un maxi staff composto da cerimonieri, assistenti e dirigenti per la giunta Solinas, al costo di ben sei milioni di euro annui. In pratica uno schiaffo in faccia a chi il lavoro lo ha perso, a chi si trova forzatamente fermo e a chi il lavoro non lo ha mai avuto.

La scelta di scendere in piazza il 28 aprile non è affatto casuale: questa data si è infatti trasformata nel tempo in una ricorrenza un po’ fine a se stessa, durante la quale spesso ci si limita a scambiarsi gli auguri e ad esporre le bandiere sarde dalle proprie case.

Mercoledì 28 aprile non è prevista la discussione in aula del tanto contestato DDL 107, ma in Consiglio si terrà la celebrazione istituzionale della giornata – aperta dal leghista Michele Pais – e chi sta calpestando la dignità dei sardi ricorderà in modo ipocrita chi si è rivoltato contro l’occupazione piemontese tra il 1794 e il 1812.

Il comitato vuole accendere i riflettori sull’ipocrisia di questa giunta regionale, che in un momento di estrema difficoltà economica, sanitaria e sociale per la Sardegna, si occupa di moltiplicare le poltrone e regalare milioni di euro ai propri amici.

Per questo invita tutti i sardi e le sarde a tirare fuori il proprio orgoglio e la propria dignità e a manifestare a Cagliari, senza bandiere di partiti o altre sigle, ma portando con se soltanto la bandiera della propria terra, affinché il 28 aprile non sia soltanto una ricorrenza, ma una giornata di lotta che faccia capire a chi sta al potere che il popolo sardo e tutti i lavoratori e le lavoratrici non sono più disposti a farsi mettere i piedi in testa.



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