Gramsci, la lingua sarda e il bilinguismo

de Alessandra Casagrande


Leggere la lettera di Gramsci alla sorella Teresina mi conduce ad un accostamento tra la sorte del suo pensiero e quella della lingua sarda nella cultura e nella società in genere.

Gramsci è conosciuto e studiato all’estero, meno in Italia e in Sardegna; alcune sue esperienze e riflessioni relative alla condizione della Sardegna e della lingua sarda sono state accantonate, quando non oscurate.
Di “sfruttamento coloniale della Sardegna” ne parla in un articolo su L’Avanti del 14 aprile 1914, dal titolo “La Brigata Sassari”; nella lettera su citata, invece, sottolinea l’importanza della lingua sarda, accanto ad altre, per la promozione dello sviluppo del pensiero e dell’identità.

Gramsci ha operato in un’epoca in cui lo sciovinismo e le guerre di aggressione erano utili strumenti per imporre, inculcare e far accettare quanto fosse vitale l’unità statale e sovranazionale e le rivendicazioni territoriali; ha inoltre vissuto il Fascismo.
Eppure, le posizioni di Gramsci sulla lingua e sulla Sardegna non sono state ben accolte neanche dai sinceri antifascisti democratici, compresi quelli del suo partito, nemmeno con l’avvento della Repubblica. Il Professor Francesco Casula e Pier Sandro Pillonca citano una circolare che il Segretario Provinciale del P.C.I. nuorese, nel 1977, aveva fatto diffondere in tutte le Sezioni, nella quale si raccomandava addirittura di boicottare la raccolta di firme per una Proposta di Legge di iniziativa popolare sul bilinguismo. La Proposta era promossa, tra gli altri, da Masala, Spiga, Sciola, Lilliu, tra i più noti intellettuali sardi.
La lingua sarda, e il riconoscimento della pari dignità con la lingua italiana, erano ancora visti come elemento e occasione di pericolo per la coesione statale, proprio come con i Savoia e durante il Fascismo.

Infatti, cento anni prima, la Legge Coppino del 1877 aveva promosso il rafforzamento del labile sentimento di unità statale in un'Italia unita militarmente e politicamente, eppure profondamente frammentata.
La situazione si inasprì ulteriormente con il Fascismo, la cui azione puntava a eliminare quegli elementi che potessero legittimare le particolarità locali, linguistiche, culturali e storiche, viste come pericolosi ostacoli per l’affermazione dello Stato unificante.
Decisioni con le stesse finalità furono assunte anche nei primi anni repubblicani. Nel 1955, infatti, entrarono in vigore i Programmi didattici per le scuole elementari, nei quali fu fatto esplicito il divieto di utilizzare il Sardo nella scuola, e tramite i quali lo si declassò a lingua dei contesti familiari e informali e lo si portò a essere percepito come un disvalore, un segno di arretratezza, il cui uso pubblico avrebbe denotato costumi poco civili.

A tempi più recenti risalgono due note riservate:
- una della Presidenza del Consiglio dei ministri del 23 Gennaio 1976, nella quale si invitavano i capi d’istituto a schedare gli insegnanti che utilizzassero il Sardo;
- l’altra del Ministero della Pubblica Istruzione, con ministro Malfatti, del 3 Febbraio dello stesso anno, con la quale si sollecitavano i Prèsidi e i Direttori Didattici affinché monitorassero possibili attività didattiche e culturali che potessero implicare l’introduzione della Lingua Sarda nelle Scuole.
Si noti che quanto detto, avvenne con buona pace dell’Art. 33 della stessa Costituzione italiana, che recita:
“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento...”.

Un’operazione che sarebbe, dunque, inesatto e comodo attribuire solo alla Monarchia e al Fascismo.
L’operazione di rimozione della lingua sarda ha riguardato diversi campi e in particolar modo la scuola, ovviamente, e ha avuto abbastanza successo nelle città.
Il risultato più doloroso che la repressione linguistica ha ottenuto è stato portare gli stessi Sardi a identificare il Sardo come un codice di bassa lega, o addirittura da rimuovere. Ancor di più, la riduzione a dialetto e la sua denigrazione, hanno inoltre rimosso il dato storico, facendo dimenticare (o ignorare) il fatto che il Sardo sia stato lingua curiale, lingua utilizzata per i documenti nelle cancellerie, lingua dei Condaghes, lingua della prestigiosa Carta de Logu: insomma, lingua ufficiale di tutte le istituzioni che contavano.

La segregazione e la quasi cancellazione della lingua madre ha provocato nella società sarda conseguenze devastanti, in vari aspetti concatenati fra loro: umani, culturali, identitari, economici. Le osservazioni di Gramsci rivelano l’intuizione - largamente dimostrata in seguito dagli studi di Neurolinguistica e Psicopedagogia - sul ruolo fondamentale del bilinguismo precoce nello sviluppo intellettivo e non solo cognitivo.

I Programmi per la Scuola Elementare del 1985, elaborati da esperti di alto livello - anche se poi ritoccati dalla politica e dalla burocrazia - si basano anche su tali studi. E sono all'avanguardia. Nella parte dedicata all’educazione linguistica sono presenti cinque definizioni di lingua: 1) strumento del pensiero, 2) mezzo per stabilire un rapporto sociale, 3) mezzo attraverso cui si esprime in modo più articolato l’esperienza razionale e affettiva dell’individuo, 4) espressione di pensiero, sentimenti e stati d’animo, 5) oggetto culturale.

Noi verbalizziamo ciò che pensiamo, e categorizziamo la Realtà, secondo determinate strutture, rendendo possibili i processi di simbolizzazione e astrazione. Ecco la lingua “strumento del pensiero”. Ma tra il pensiero e il linguaggio esiste un rapporto di interazione continua per cui, se da una parte il secondo determina una certa organizzazione del pensiero, questo influenza la natura del linguaggio. Il Mondo è percepito in un dato modo in relazione alle specifiche categorie di una lingua.
Si impara a percepire, pensare e acquisire nuovi significati in modo selettivo in base agli schemi di classificazione della lingua madre, prima di tutto. Questa non può non assumere una determinata forza se non perché riflette un certo modo di concepire la Realtà.

Disporre di più codici linguistici significa perciò disporre di più strumenti per pensare e di più punti di vista dai quali considerare la realtà e le sue sfumature.
Acquisire più lingue favorisce nel bambino lo sviluppo dei processi di simbolizzazione. Le Cose possono essere indicate con segni differenti e la Parola è un Segno che sta per qualcosa, ma non è la cosa stessa; è scoperta del carattere convenzionale delle Lingue che interpretano la Realtà in una miriade di modi differenti. Questo favorisce la crescita intellettiva, la duttilità mentale e insieme linguistica della persona.
La lingua è rivoluzionaria, è elemento distintivo da esorcizzare per mutilare l’identità, la consapevolezza, la fiducia di un popolo nella capacità di prendersi carico del proprio destino; il suo boicottaggio si rende necessario quando si voglia sottomettere e dominare una Comunità.

Il famoso linguista Tullio De Mauro sosteneva che “la distruzione del linguaggio è la premessa di ogni futura distruzione”. Sulla stessa linea l’architetto e politico sardo Antoni Simon Mossa, che aveva ben presente la questione della lingua quando parlava di “Genocidio Culturale”.

Gramsci aveva compreso la relazione tra la perdita della lingua madre e la condizione di colonia in cui la Sardegna è stata relegata con la complicità di larghissima parte della classe dirigente. Il Sardo è inadeguato, ormai o non si tratta, piuttosto, di volontà, uso, importanza sociale - come si sottolinea in uno scritto su Limba Sarda Sud Sardigna.
La Lingua è un dialetto che nella Storia vince politicamente”. La Sardegna non ha vinto e, in molti, percepiamo il Sardo come inadeguato, e ci fa sentire inadeguati parlarlo. Ci ritroviamo nella difficoltà di riconoscere l’importanza culturale e sociale di noi stessi, della nostra lingua, delle nostre capacità, della nostra possibilità di decidere ciò che ci riguarda.

Questo in Sardegna, dove si ha la concreta e straordinaria possibilità di imparare a comprendere e utilizzare due lingue fin dalla prima infanzia, e dove si sceglie di privilegiare quella che non è la lingua madre, scegliendo di dimenticare quest’ultima.


Foto de presentada: Riccardo Pisu Maxia