La battaglia per il sardo a scuola e il silenzio della politica

De Cristiano Sabino

Chi non si arrende a un mondo neoliberista, stereotipato, e vive in Sardegna, ha – o dovrebbe avere – a cuore la lingua sarda, che ancora più della geografia (il suo essere isola) definisce il popolo sardo.  La trasmissione intergenerazionale, cioè la capacità di trasmettere la conoscenza della lingua da una generazione all’altra, si è interrotta negli ultimi 75 anni. Se nel 1946 su 100 bambini che nascevano in Sardegna, 99 crescevano con il sardo quale lingua materna, oggi è forse un bambino su 100 a essere allevato con la lingua del luogo quale lingua materna. Gli esiti di questo processo sono palesi: il genocidio culturale e la morte della lingua sarda. 

Se vogliamo tornare alla normalità, le famiglie hanno un ruolo fondamentale. Insieme alle famiglie, però, gioca un ruolo cruciale anche la scuola. In una scuola democratica, situata in Sardegna, si deve insegnare il sardo. O almeno si dovrebbe. Fra l’altro, lo prevede l’articolo 6 della Costituzione Italiana – la legge 482/1999 attua, o dovrebbe attuare, appunto la Costituzione – e nella legge regionale 22/2018 c’è un intero titolo dedicato alla scuola.

Ma tutto rimane lettera morta e nelle scuole in Sardegna si insegna sempre e solo in italiano. Ancora oggi, infatti, nei moduli di iscrizione delle scuole di ogni ordine e grado sarde non c’è la possibilità per le famiglie di scegliere se insegnare il sardo ai/lle propri/ie figli/e. Più in generale, non c’è un piano per una presenza organica, organizzata, continuativa e profonda del sardo a scuola. Già avere la possibilità di scegliere sarebbe molto. In più, riserverebbe anche delle sorprese, perché alla prova dei fatti le famiglie si dimostrano disponibili verso la possibilità di fare apprendere il sardo ai loro figli. Succede in Friuli Venezia-Giulia – una regione amministrativa dell’Italia così come lo è la Sardegna – la quale ha una situazione socio-linguistica e un apparato e una struttura legislativa sul tema della lingua simili a quelli sardi; o quanto meno sono quelli che più si avvicinano alla situazione sarda.  

In Friuli Venezia-Giulia tutte le famiglie (o quasi) al momento dell’iscrizione dei/lle loro figli/ie a scuola possono scegliere se avvalersi dell’utilizzo e dell’insegnamento della lingua friulana.  Le percentuali di chi lo sceglie sono molto alte.

Perché in Sardegna no? 

Se lo è chiesto la Carta di Montarbu, un insieme di associazioni anche molto eterogenee tra loro che si occupano di sardo e che hanno rilanciato la battaglia per la lingua sarda a scuola. La Carta di Montarbu, nata a luglio del 2021 e cresciuta molto in questi mesi, il 15 novembre 2021 ha inviato una comunicazione all’Ufficio Scolastico Regionale, in cui ha presentato e argomentato la richiesta. L’Ufficio Scolastico Regionale (articolazione periferica del MIUR italiano), nella persona del Direttore generale Francesco Feliziani, non ha ritenuto opportuno rispondere, né a parole né coi fatti. Conseguentemente, la Carta di Montarbu ha ritenuto opportuno fare sapere alla stampa quanto stava succedendo, con un comunicato che è stato ripreso dai maggiori giornali sardi, e da diverse testate on-line. 

A seguito di questa azione, la RAS (Regione Autonoma di Sardegna) ha emanato una nota, destinata a tutte le istituzioni scolastiche, in cui si invita “a prevedere all’interno dei moduli di iscrizione per il prossimo anno scolastico un apposito modulo per permettere alle famiglie degli studenti delle scuole di ogni ordine e grado di poter scegliere se avvalersi o meno dell’insegnamento della lingua minoritaria in orario curriculare, come previsto dalla normativa”.  

La Carta di Montarbu, venuta a conoscenza della nota, è tornata alla carica con l’Ufficio Scolastico Regionale, con la nota che potete vedere.  A questa seconda nota, Feliziani ha risposto con un’apertura di credito che però non si è concretizzata in nessuna presa di posizione pratica. Insomma, sembra che la linea da parte dell’Ufficio Scolastico Regionale (USR) sia quella di prendere tempo per poi fare morire la questione. Tanto è vero che, alla successiva nota della Carta di Montarbu non c’è stata alcuna risposta.  

In tutto questo tira e molla c’è un grande assente: la politica regionale, nelle figure del Presidente della Giunta, il “sardista” Christian Solinas, e dell’Assessore della Cultura e Pubblica Istruzione, Andrea Biancareddu dell’UDC. Del loro silenzio assoluto beneficia il nullismo dell’USR in materia di lingua sarda a scuola.

Oggi la situazione è ferma e il quadro sociolinguistico del sardo (quanti lo parlano, quanti lo insegnano a scuola, quanti lo trasmettono alle loro figlie/i in famiglia) è in netto peggioramento, anche se non ci sono ricerche precise che lo confermino. Il movimento linguistico deve ritrovarsi, unirsi, lottare, rialzare la testa. E deve sapere quanto è stato fatto, e cosa c’è da fare. Bisogna studiare, e poi agire. Rimane, per esempio, sconcertante che quanto è stato fatto nel 2013, proprio riguardo ai moduli d’iscrizione in sardo nelle scuole (previsti dalla legge statale 482) sia stato del tutto rimosso.  

Varie componenti del movimento linguistico erano infatti riuscite a far passare un’intesa tra l’allora Assessore Sergio Milia (paradossalmente una coalizione di centro destra e non a guida “sardista”) e l’allora direttore scolastico Enrico Tocco, dove si suggeriva ai dirigenti scolastici di predisporre i moduli per permettere la scelta del sardo contestualmente all’iscrizione. 

Al di là delle differenze, ricordo l’operato di Pepe Corongiu a capo dell’ufficio Limba Sarda e la petizione di Giampaolo Pisu firmata da circa 150 comuni che chiedeva alla Regione e all’Ufficio Scolastico Regionale di impegnarsi per inserire nei moduli di iscrizione a scuola la possibilità di scegliere la lingua sarda (link).  

La politica, sotto pressione, agì. In un paio d’anni, e con il cambio degli attori (l’Assessora Firino al posto di Milia, e Feliziani al posto di Tocco), tutto venne placidamente dimenticato. Oggi, purtroppo, il movimento linguistico deve ripartire da zero perché la giunta Pigliaru (sostenuta da una eterogenea e colorita pletora di sigle indipendentiste che per la lingua non hanno mosso un dito) ha fatto tabula rasa di quella norma. 

Ma la battaglia non è finita. Molti argomentano che “non si può fare”, che il sardo a scuola non può entrare se non come progetti. Ma se si è fatto in passato perché oggi non si può fare? A che gioco stiamo giocando?

Fotografia: Ivan Aleksic (Unsplash)

3 commenti

  1. Manca la volontà o semplicemente non si vuole cogliere l’ importanza?
    È dimostrato che la risposta alle iniziative poste in essere per valorizzare la Lingua c’è. a livello progettuale, a scuola, la partecipazione è alta.

  2. Sa lingua sarda po essiri perpetuada in su tempus a parti su chi est nau in custu articulu tenit abbisongiu de essiri fueddadada dw su babbu a su fillu. Non si podit pretendiri chi una lingua non morxiat chi benit istudiada sceti in scola; su latinu ndi est unu esempiu.

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