La lingua sarda per parlare di archeologia: intervista a Nicola Dessì

de Daniela Piras

Quello di “Sa janna de su tempus” è un progetto finanziato grazie alla legge regionale 22/2018. Tale legge permette alla Regione Sardegna di “assumere l’identità linguistica del popolo sardo come bene primario e individua nella sua affermazione il presupposto di ogni progresso personale e sociale”.  

Ogni puntata di “Sa janna de su tempus” – prima trasmissione Tv di archeologia e storia in sardo – si prefigge di far conoscere una parte della storia legata alle radici della Sardegna. A condurre il pubblico in un affascinante viaggio a ritroso nei tempi e luoghi passati è l’archeologo Nicola Dessì.  

Considerando il fatto che la storia sarda è tagliata fuori, ancora oggi, dai programmi ministeriali, si può dire che ogni strumento divulgativo in tal senso è da ritenersi prezioso. Spesso sentiamo parlare della Sardegna come di un museo a cielo aperto. Partendo da questo presupposto viene spontaneo chiedersi in che modo questa ricchezza storica possa trasformarsi in ricchezza, non solo metaforica.  

Abbiamo fatto qualche domanda a Nicola Dessì, archeologo, divulgatore scientifico e autore di manuali per bambini sulla preistoria e sulla civiltà nuragica in Sardegna. Attualmente conduttore della trasmissione in onda su RTS – Radio Televisione Sarda Eja Tv (in onda sul canale 79 del digitale terrestre). 


Buongiorno Nicola. Innanzitutto, puoi spiegarci cosa s’intende per “turismo archeologico”? 

Buongiorno Daniela. Quando parliamo di turismo archeologico ci riferiamo ad una branca del turismo culturale finalizzata alla conoscenza del patrimonio archeologico. In alcuni Paesi del mondo è una realtà ormai consolidata da decenni (se pensiamo all’Egitto o al Messico). In Sardegna comincia a muovere i primi passi solo da pochi anni, nonostante l’enorme potenziale. 

Qual è lo scopo più importante di trasmissioni come “Sa janna de su tempus”, e quali pensi siano stati i primi obiettivi raggiunti? 

Il nostro programma nasce ponendosi due obiettivi principali. Il primo è quello di portare sullo schermo piccole ma importanti realtà della Sardegna, raccontando i territori (soprattutto quelli meno noti) a 360°, svelando curiosità che vanno dalla geologia alla gastronomia, ma sempre con un occhio di riguardo verso il patrimonio archeologico che è presente in tutti i comuni dove finora siamo stati (oltre 200). Tutto questo viene fatto utilizzando come veicolo la Lingua sarda, ed è questo l’altro importante obiettivo del nostro programma, quello di tenere viva una realtà linguistica che è ancora presente in gran parte della Sardegna, ma che rischia di scomparire con le generazioni future. 

In “Sa janna de su tempus” utilizzi una variante della lingua sarda ben specifica. Cosa ha fatto scaturire questa scelta negli ideatori del programma? Come ti poni nella diatriba riguardante l’utilizzo di una lingua sarda comune? 

Il programma è finanziato con il bando regionale “imprentas”,  finalizzato ad appoggiare economicamente tutti i progetti (televisivi e non solo) che utilizzino la Lingua sarda in tutte le sue varianti e minoranze linguistiche presenti nel suo territorio (come ad esempio il catalano di Alghero e il tabarchino di Calasetta e Carloforte). L’ideatore del programma, essendo stato il creatore della prima tv (Eja Tv) che utilizza solo ed esclusivamente la Lingua sarda, ha voluto sperimentare per la prima volta l’utilizzo del sardo in un contesto scientifico e divulgativo al tempo stesso, discostandosi così dal solito cliché di tipo folkloristico. Per quanto concerne il tipo di sardo utilizzato, essendo io di origini sulcitane, ho scelto quello a me più familiare, ovvero il campidanese. Tuttavia, la maggior parte delle persone intervistate hanno utilizzato invece il logudorese e il nuorese, in modo da dare spazio a tutte le realtà presenti in Sardegna. Questa esperienza mi ha permesso di conoscere ancora meglio il nostro patrimonio linguistico in tutte le sue forme e capire che nonostante alcune minime differenze, il sardo è già alla nascita una lingua unica e che con un piccolo sforzo è possibile interagire tra sardi senza l’ausilio dell’italiano o di una variante artificiale come la LSC.  

Come archeologo hai condotto e partecipato a scavi archeologici in Italia e all’estero, pubblicando diversi articoli scientifici e divulgativi. Quali sono le differenze sostanziali che hai riscontrato nel modo di curare e promuovere il patrimonio archeologico da altre parti del mondo, rispetto alla Sardegna?  

Talvolta, in maniera abbastanza superficiale, siamo portati a pensare che l’erba del vicino sia sempre la più verde e che nel resto del mondo il patrimonio archeologico sia meglio tutelato e valorizzato. Questo è vero ma solo in minima parte. Spesso prendiamo come esempio realtà come Stonehenge (che effettivamente registra numeri impressionanti di visitatori), dimenticando però che il patrimonio archeologico della Gran Bretagna non è minimamente paragonabile a quello sardo (uno dei più vasti di tutto il mondo occidentale), con il limite di avere meno risorse umane a disposizione per poterlo gestire. Nonostante tutto il nostro è un modello di gestione tra i migliori in Europa, con piccole cooperative formate da persone altamente preparate e appassionate, che con innumerevoli sforzi garantiscono per tutto l’anno la gestione e la fruizione dei nostri parchi e musei archeologici.   

Nel corso della trasmissione vengono smentite leggende e superstizioni legate ad alcuni siti e civiltà. Qual è la leggenda più curiosa e/o assurda che ti sei trovato a dover sconfessare?  

Durante il programma abbiamo chiaramente dato spazio anche a leggende o miti riferiti alla nostra storia che spesso non hanno alcun riscontro nella realtà scientifica. Tra tutte le false credenze vi è quella (molto diffusa soprattutto in Ogliastra) del geronticidio, ovvero l’uccisione degli anziani che avevano superato i 70 anni di età, gettandoli da un dirupo alto decine di metri. Niente di più falso. Premesso che l’anziano nelle comunità sarde era ed è una risorsa inestimabile per la sua esperienza utile alla crescita dei più giovani (della quale non si poteva fare a meno), non vi sono assolutamente prove scientifiche di questo macabro e deprecabile rituale, come ad esempio fosse comuni di anziani sotto tali dirupi o segni di percosse o fratture riconducibili a cadute da grandi altezze sull’enorme materiale scheletrico antico, finora analizzato dagli antropologi fisici e dagli archeologi. 


Fotografie: Daniela Piras

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