Non siamo meglio di Molise e Lombardia

de Roberto Mulas


Chi può definirsi sardo? Quale sentimento ci porta a sentirci sardi? È l’esser nati sul territorio? È l’esser stati accettati a priori dalla grande famiglia sarda? E il diventare parte di dinamiche linguistiche, tradizionali e sociali del topos Sardegna?


Nasciamo puri, senza neanche la predisposizione ad apprendere la prima lingua che ascoltiamo. Abbiamo solo un bagaglio genetico che non include l’appartenenza al territorio ma solo tratti somatici e caratteriali. Per capirci, se appena nati a Cagliari ci avessero portato a Wuhan e lì fossimo cresciuti, il nostro amore per i mercati brulicanti di insetti fritti e bolliti sarebbe lo stesso che ora proviamo per un bel pezzo di cinghiale in umido o di sanguinaccio di maiale sul pane carasau. E allora quali sono i passaggi che ci portano a diventare sardi? Può bastare esser nato da genitori sardi?

Esiste un segno chiaro che può aiutare a trovare una risposta. La Sardegna non è più importante del Molise, o della Lombardia, nel discorso delle scorie nucleari (chiuso in partenza perché il 97% dei sardi si è espresso contrario in un referendum consultivo). Il terreno molisano o lombardo, come nessun altro al mondo, non ha le reali caratteristiche per poter ospitare delle scorie radioattive. Perché è la natura stessa a non averle. A meno che non le si voglia trovare col necessario pressapochismo politico.

Il sentimento di rispetto per la natura si sviluppa attraverso i riti. La famiglia e il contesto permettono il crescere di un estremo affetto per il luogo in cui si vive. Semplice quanto banale, ma mai scontato. È il tempo che scorre, il ritmo del far nostri i saperi della terra, il giovare passivamente delle endorfine in tutti i momenti che si generano nel quotidiano. Essere parte dei paesaggi, ascoltare le melodie delle musiche tradizionali, essere messaggeri di una saggezza ancestrale tramandata con minuzia di dettagli da parte degli anziani, utilizzare la stessa lingua che la colonizzazione italiana ha provato a portarci via.

Non siamo meglio di Molise, Lombardia, né di nessun'altra parte del mondo. Non abbiamo tradizioni migliori di nessun altro. Il maialetto arrosto non è più buono degli scorpioni in spiedino. Solo chi li ha provati può dirlo. E tanto meno i nostri costumi e gioielli sono più preziosi degli anelli attorno al collo delle donne masai. Per la stessa ragione per cui le pietre sono pietre. Siamo noi a trasformarle in preziose. Non esistono regole per far diventare o far sentire “sardo” uno straniero. Le regole pazienti dell’ascolto, un profilo basso e il rispetto estremo per i secoli in cui i sardi hanno calpestato i sottoboschi di cisto e cardo mariano. Essere noi stessi ospiti di un grandioso appartamento che accoglie i forestieri. Che “sardi” diventeranno solo dopo che mostreranno lo stesso amore incondizionato di chi lo è realmente.

Siamo vittime, artefici e promotori di un immenso rispetto verso un’isola strappata troppe volte alla sua autodeterminazione. A modo nostro, chiaro. E c’è anche chi non la pensa così. Ma nella storia siamo stati i costruttori del nostro giorno e della nostra notte, facendoli diventare il mondo che vorremmo, nello spazio fisico che storicamente si chiama Sardegna e che sarà per noi sempre la casa da proteggere.

Foto de presentada: Gianfranco Frau