Oltre l’urgenza, la riforma sanitaria secondo i giovani del centro Sardegna. Intervista a Danilo Lampis

In questi ultimi mesi la situazione in cui versa la sanità pubblica in Sardegna ha chiamato alla mobilitazione migliaia di cittadini, spesso organizzati in comitati spontanei. Dal Marghine all’Ogliastra, dalla Barbagia Mandrolisai al Sarcidano, si sono moltiplicate le istanze volte al ripristino dei servizi ospedalieri e territoriali messi in discussione soprattutto dalla mancanza di medici specialisti e di risorse, come alla necessità di sostituire i medici di famiglia andati in pensione. Tra i comitati recentemente costituiti vi è Giovani per la sanità Barbagia-Mandrolisai-Gennargentu (FB, IG), composto esclusivamente da giovani sotto i 40 anni che si sono uniti a partire da una lettera appello che ha riscosso quasi 800 firme. Abbiamo posto qualche domanda a Danilo Lampis, tra i componenti del gruppo.


De Riccardo Pisu Maxia


1. Ciao Danilo. La partecipata giornata di mobilitazione regionale per la sanità pubblica del 24 settembre scorso ha visto in piazza un fronte di protesta ampio e intergenerazionale. Come mai voi avete deciso di riunirvi in un comitato dichiaratamente giovanile?

Per due motivi. In primo luogo perché sentiamo l’esigenza e la responsabilità di contribuire attivamente al riscatto del nostro territorio, il quale vive una forte crisi demografica, sociale ed economica: ci mobilitiamo per affermare il diritto a restare - o a fare ritorno - nei nostri paesi, e noi giovani dobbiamo essere i primi a volerlo. Non è più tempo di delegare risposte a una politica regionale spesso subalterna agli interessi della sanità privata e in larga parte sorda ai disagi delle aree interne. Abbiamo assistito troppi anni al declino e, nel mentre, abbiamo visto tanti di noi emigrare o, peggio ancora, rassegnarsi allo status quo. Ora invece vogliamo metterci in gioco, perché pensiamo che i nostri punti di vista, i nostri saperi e le competenze sul campo sanitario di diversi di noi possano essere utili anche per immaginare politiche sanitarie innovative e vicine ai bisogni delle comunità del futuro.

Il secondo motivo è che vogliamo dare un segnale alla politica sarda: senza una sanità pubblica di qualità e diffusa sul territorio, tutte le belle parole sulla lotta allo spopolamento sono inutili e offensive verso la nostra intelligenza. Nei nostri 20, 30 e 40 anni, ci sono le biografie di centinaia di giovani che potrebbero dare un contributo decisivo al rilancio della Sardegna dei paesi. Siamo i cittadini del presente, ma soprattutto del domani. Se la classe dirigente attuale non darà risposte adeguate alle nostre istanze sulla sanità, starà decretando la morte, nei prossimi decenni, della nostra area geografica. Ma, se così fosse, sarà definitiva la crisi della loro rappresentatività già fortemente indebolita. E non saremo di certo noi a perdonare la loro inazione, stendendo un domani nuove passerelle in cui riabilitarne la credibilità.
In considerazione di ciò, non penso che la nostra connotazione giovanile possa essere vista come divisiva. Al contrario, credo che sia un arricchimento in termini di contenuto e di pressione politica positivo per tutto il territorio che, con ruoli e forme diverse, si sta mobilitando.

WhatsApp Image 2021-10-12 at 142424 2jpegFotografia: Alessandra Cecchetto



2.
L
’ospedale San Camillo di Sorgono è stato fortemente depotenziato nonostante anni di mobilitazioni e denunce da parte delle amministrazioni, dei comitati e dei sindacati. Dopo una prima fase di tagli, in questi ultimi anni pare che la situazione sia sfuggita di mano alla Regione e all’ATS e che ora non riescano a capire come uscire dal baratro. A questo, si aggiungono gli effetti di lungo corso del numero chiuso, delle poche borse di specializzazione (fino a quest’anno), del blocco del turnover. Che fare?

Non possono essere i cittadini a pagare le scelte ideologiche del periodo dell’austerità che tuttora non si ha il coraggio di rivedere radicalmente, nonostante la palese insostenibilità sociale, economica e, in questo caso, sanitaria. Come abbiamo detto più volte, fin dal primo giorno della nostra attività, la sanità pubblica sarda è in codice rosso. E ai codici rossi si dà priorità massima, garantendo un accesso immediato alle cure, che tradotto significa scelte politiche e finanziarie straordinarie. Anzitutto, pur essendo in parte una causa del depotenziamento dei presidi ospedalieri come il nostro, pensiamo sia necessario che il nostro territorio rispetti quanto prescritto dalla normativa nazionale e regionale, perché al momento siamo ben al di sotto di essa. Infatti, secondo l’allegato 1 del DM 70/2015 e la ridefinizione della Rete Ospedaliera sarda del 2017, l’ospedale di Sorgono dovrebbe essere un ospedale di sede disagiata.

Chi è curioso di capire la drammaticità della situazione del PO San Camillo, può visionare i servizi previsti nei documenti citati e confrontarli con la realtà dei fatti. Fatti che parlano di un Pronto Soccorso declassato a Punto di Primo Intervento, il quale si occupa di codici bianchi e verdi, dato che non è più prevista l’attività di anestesisti/rianimatori e che la radiologia non è più accessibile in orari notturni o festivi. I fatti parlano pure di un’unità operativa di Chirurgia chiusa, un reparto di Medicina interna in forte difficoltà per la carenza di medici, di una Nefrodialisi funzionante solo tre volte alla settimana, di un laboratorio analisi chiuso, di una sospensione dei servizi laboratoriali specialistici di fisiatria e diabetologia (con 1200 diabetici di tutte le età lasciati allo sbando da un anno). Potrei proseguire con l’elenco delle carenze, non solo di organici ma talvolta anche di macchinari, ma il punto è che ormai l’emergenza si è fatta normalità. Il risultato è che nel nostro territorio, similmente a tante altre zone dell’Isola, si sta compromettendo il diritto alle cure su tutti i livelli, dall’assistenza primaria all’emergenza-urgenza.

L’Assessore Nieddu, su spinta della pressione dei comitati e delle amministrazioni comunali, nell’incontro avvenuto in occasione della manifestazione regionale per la sanità pubblica avvenuta il 24 ottobre, tra le varie cose ha confermato le risorse per azzerare le liste d'attesa negli ospedali pubblici, ha parlato di soluzioni per coprire le sedi vacanti dei medici di famiglia, di nuovi concorsi a tempo indeterminato per medici specialisti e di nuove assunzioni per le altre figure carenti, di nuove risorse per l’ammodernamento tecnologico e l’edilizia sanitaria, di incentivi per convincere i medici a prendere possesso degli incarichi negli ospedali periferici. Sono iniziative positive ma tardive e soprattutto non risolutive, né nel breve né nel medio e lungo periodo.

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Fotografia: Alessandra Cecchetto



3.
I margini di manovra rispetto alla sanità però non sono ampi e le risorse sono quelle che sono. Cosa dovrebbe fare la politica isolana?

Discutere una vera riforma sanitaria dalla parte delle sarde e dei sardi che non si limiti all’assetto istituzionale e organizzativo, com’è stato ora con l’istituzione dell’ARES e il ritorno delle ASL. Servirebbero due condizioni basilari.

In primo luogo la Regione dovrebbe aprire un confronto vero – in modo duraturo e non ridotto a una audizione in commissione sanità – con le amministrazioni, i sindacati, gli ordini e collegi professionali, i comitati, coinvolgendo altresì le migliori competenze presenti nelle università e nella ricerca.

In secondo luogo, a proposta sviluppata, si dovrebbe aprire un confronto serrato con lo Stato, disegnando un modello di gestione sanitaria confacente alle nostre caratteristiche demografiche e territoriali, assenti nella visione che aveva ispirato la riforma sanitaria della giunta Pigliaru, sebbene tanto declamate. Serve una battaglia di responsabilità e autogoverno da giocare su più tavoli, compreso quello aperto dal ministro Speranza in funzione della revisione del DM 70/2015 prevista dal Patto per la Salute 2019-2021 ratificato in sede di Conferenza Stato-Regioni.

In riferimento ai territori periferici e ultraperiferici come il nostro – che sono quelli più sofferenti –, la Regione dovrebbe perseguire due macro-obiettivi: superare la centralizzazione ipertrofica su pochi ospedali, rafforzando di organici e servizi i PO di I livello e di sede disagiata, e dare battaglia affinché nel decreto revisionato si stabiliscano standard relativi all’assistenza territoriale, oggi assenti.


4. Per l’appunto, una caratteristica delle rivendicazioni dei Giovani BMG è l’attenzione a tutta la sanità territoriale nell’ottica di superare un modello “ospedalocentrico” che ritenete incapace di rispondere ai bisogni della cittadinanza. Dicci di più.

Sì, è un modello fallimentare, come è emerso ancora di più con la gestione della pandemia in Lombardia. Non a caso, è caratterizzato da un forte ruolo della sanità privata convenzionata che è basata su un semplice assunto: più le persone accedono alle prestazioni ospedaliere, più aumentano i profitti.

Un modello fondato sulla preminenza dell’interesse pubblico, invece, deve avere come obiettivo la presa in carico del cittadino con servizi diffusi sul territorio. Tutto il contrario della tendenza attuale, che da anni costringe ad andare al Pronto soccorso per qualunque cosa, aumentando i ricoveri impropri soprattutto per diabete, malattie polmonari e ipertensione, mentre chi soffre di malattie croniche si aggrava. Se poi si guarda alla situazione di estrema debolezza della sanità ospedaliera pubblica, in particolare nelle aree interne come la nostra, il quadro della situazione diventa ancora più drammatico.

Serve sempre di più dare corpo a un modello di “salute di comunità e nella comunità”, per garantire un’assistenza continua, globale e personalizzata, facilmente accessibile e flessibile, capace di prendersi cura delle persone nel contesto in cui vivono, assicurando continuità tra territorio e ospedale e promuovendo un utilizzo appropriato di quest’ultimo, cosa che indurrebbe anche a un risparmio considerevole di risorse. Il potenziamento del territorio è dunque parte di un disegno complessivo e unitario di rinnovamento del sistema sanitario e rappresenta un modo di concepire la sanità che riguarda tutti i livelli di assistenza, compresa l’assistenza ospedaliera.

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Fotografia: Alessandra Cecchetto



5. Non segue questo indirizzo anche la missione 6 del PNRR Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza?

Sì, la missione 6 del PNRR programma il rafforzamento delle prestazioni erogate sul territorio grazie al potenziamento e alla creazione di strutture e presidi territoriali (come le Case della Comunità e gli Ospedali di Comunità), il rafforzamento dell’assistenza domiciliare, lo sviluppo della telemedicina e una più efficace integrazione con tutti i servizi socio-sanitari. Il problema del PNRR è che nulla dice rispetto a quale cornice organizzativa e strategica si collochino questi investimenti, se in una cornice pubblica, ovvero il Distretto Sanitario che conosciamo sin dalla legge 299/99, oppure in una cornice privata, in cui predomina la logica della produzione di prestazioni, quasi esclusivamente private, e dove il settore pubblico si limita a esercitare una funzione di controllo amministrativo e al massimo di coordinamento.

Chi ha redatto il PNRR sembra aver in mente questa seconda cornice affermando che “l’investimento mira ad aumentare il volume delle prestazioni rese in assistenza domiciliare” e prevedendo l’attivazione di “602 Centrali Operative Territoriali (COT), una in ogni distretto, con la funzione di coordinare i servizi domiciliari con gli altri servizi sanitari”, come se questa funzione non facesse parte dei compiti principali della direzione distrettuale (a cui, in questa cornice, si vogliono affidare solo compiti amministrativi, come nel modello lombardo).


6. La sanità privata conquisterà quindi nuovi spazi anche nell’assistenza territoriale?

Sì, è un rischio innegabile sul quale non ci si può limitare a opporre una resistenza di principio ma bisogna opporre un’alternativa, soprattutto in Sardegna dove c’è un disperato bisogno di un nuovo modello di assistenza distrettuale pubblico e realmente accessibile a tutti.

La Regione deve prendere atto che un modello di sanità territoriale “alla lombarda” che si muove secondo regole di mercato, con agenzie private accreditate in competizione tra loro, senza alcuna interazione col settore pubblico, non solo sarebbe maggiormente dispendioso ma oltretutto non darebbe alcuna garanzia di un’efficace presa in carico e di un’effettiva continuità dell’assistenza. E questo sarebbe un errore ancora più grave, se si pensa che la nostra isola registra un preoccupante invecchiamento della popolazione (nel 2021, nel Distretto di Sorgono, la media d’età è pari a 50.45 anni, in Sardegna 47.6 anni e in tutta Italia 46 anni), con il costante incremento di situazioni di fragilità sanitaria e sociale, l’aumento della cronicità e la sempre più frequente insorgenza di multi-patologie sul singolo paziente. Per rispondere a queste problematiche, che si sommano alla crisi economica e demografica che segnano la nostra isola, è imprescindibile una forte azione del pubblico.

Se all’orizzonte servirebbe dunque predisporre una compiuta riforma sanitaria sarda che contenga anche un piano di implementazione e modernizzazione dell’assistenza territoriale, della prevenzione e dell’educazione sanitaria, occorre altresì dare seguito sin da subito a interventi programmati ma ancora in attesa di concretizzarsi. Il nostro territorio ad esempio attende l’avvio della Strategia Nazionale delle Aree Interne Gennargentu Mandrolisai, che prevede, tra i vari obiettivi, il potenziamento del servizio di Cure Domiciliari Integrate (CDI) di I°, II° e III° livello e Palliative (CDP), il rafforzamento delle farmacie, l’integrazione del servizio dedicato al Percorso Nascita con 2 ostetriche di comunità che dovranno spostarsi sul territorio e garantire piani individuali di gestione della gravidanza, l’attivazione del servizio di Case Management e di Mobility Management in ambito sanitario, la sperimentazione di un sistema di telemedicina e teleassistenza, l’infermiere di famiglia e di comunità. Queste e altre proposte devono entrare pienamente nel dibattito politico e ciò dipenderà in larga misura dalla capacità delle mobilitazioni territoriali di compiere un salto di qualità sul piano della proposta, incalzando la Regione.

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Fotografia: Alessandra Cecchetto



7. Quali sono i prossimi passi dei Giovani per la sanità BMG?

Continueremo a partecipare attivamente ai momenti di mobilitazione chiamati dai comitati sia sul piano territoriale, dove c’è Sos Sanità Barbagia Mandrolisai, sia su quello isolano, ma ambiamo altresì a costruire un denso documento di denuncia e di ipotesi di soluzioni concretizzabili per rilanciare il PO San Camillo e il nostro Distretto Sanitario. Metteremo la nostra elaborazione a servizio della mobilitazione, aprendoci a un confronto con tutti gli altri territori in mobilitazione che vivono problemi simili ai nostri.

Vogliamo arrivare a mettere con le spalle al muro l’Assessorato alla Sanità e l’ATS, abbandonando approcci vittimistici e puntando sulla costruzione di un’unità di intenti tra le diverse anime della protesta in grado di dare battaglia con determinazione e progetti. Si tratta di una battaglia più politica di quanto si possa pensare, perché parte dalla necessità di dare priorità alla sanità pubblica, ripensandola in tutte le sue articolazioni. Una cosa di non poco conto, in un’isola dove le strutture sanitarie e socio-sanitarie private accreditate hanno sempre più potere e godono di un consenso quasi bipartisan tra le forze politiche maggiormente rappresentative. Ed è per questo che se dall’alto dei palazzi di via Roma non capiranno, toccherà alla società sarda – alle amministrazioni locali, comitati, sindacati etc. – il compito di affermare l’urgenza politica e gli indirizzi di merito di una nuova riforma sanitaria che rispecchi i bisogni della Sardegna e non gli interessi di pochi che vogliono lucrare sempre di più sul diritto alla salute.


Grazie Danilo.
Grazie a voi.

Foto: Alessandra Cecchetto