Risposta a Marco Bella del blog di Beppe Grillo, a proposito dei Comitati sardi

Rispondo a Marco Bella, che dalle pagine del blog di Beppe Grillo (“Basta! Basta! Basta estintori nei musei e basta pale eoliche!”) attacca i comitati, sostenendo che siano antirinnovabili.
In parte l’articolo fa ricorso a tecnicismi per nascondere l’approccio coloniale, ma dimentica di raccontare tutti gli aspetti; in parte utilizza una metafora retorica, quella dell’estintore nei musei, applicata a una situazione talmente assurda da instillare il dubbio che le posizioni dei comitati siano assurde. Il titolo rasenta l’isteria e toglie autorevolezza alla parte tecnica dell’articolo, evidentemente studiato in ottica clickbait, il tono vorrebbe essere umoristico ma il risultato è abbastanza penoso.
La prima balla è sui «comitati locali antirinnovabili». Questa cosa è facilmente smentibile da tantissime posizioni espresse.
Già dal 2023, quando i comitati nati in tutto il territorio sardo (all’epoca c’era Solinas al governo, chi oggi pensa che siano strumentalizzati dalla destra non ha capito nulla di cose sarde) si riunirono in un Coordinamento e si dotarono della carta dei valori, che al punto 7 recitava: «I Comitati che aderiscono al Coordinamento riconoscono l’urgenza di transitare da fonti di energia fossile a fonti di energia rinnovabile per contrastare le emissioni climalteranti causate dalle attività umane».
Questo aspetto è stato ribadito in mille altri modi, tra cui nel documento destinato ad un incontro con l’ANCI, in cui venivano individuate le superfici di installazione, quali:
– aree i cui suoli siano già impermeabilizzati (asfalto, cemento);
– le superfici di copertura di tutti gli edifici: tetti dei capannoni industriali e agricoli, degli edifici pubblici e privati, con eventuali deroghe per aree ritenute degne di tutela dall’impatto fotovoltaico
– le aree contigue e di pertinenza di arterie viarie, ferroviarie e ciclabili per la realizzazione di infrastrutture lineari.
– revamping e repowering, esclusivamente senza incremento di altezza e occupazione di suolo rispetto allo stato di fatto
Ora, mi consta che il fotovoltaico sia una fonte rinnovabile, dunque occorre capire perché Marco Bella scrive di «comitati antirinnovabili».
I comitati non sono contrari all’eolico, ma a quei mostri di oltre centinaia di metri. Diverso è il minieolico nelle zone industriali.
E l’idroelettrico? È una rinnovabile che produce costantemente, giorno e notte, ma la politica ha totalmente dimenticato di tracciarne le linee di sviluppo.
Il punto, tuttavia, è l’approccio coloniale che pervade tutto l’articolo, per la verità non è l’unico simile che proviene dal fronte italiano, e lo stesso Beppe Grillo, un tempo pro comitati, ha ospitato diversi articoli di questo tipo.
Innanzitutto, se guardiamo alle quote, la Sardegna produce già circa 4.100 GWh/anno da rinnovabili (dati Terna) a fronte dei consumi di circa 7.600 GWh/anno.
Dunque siamo ad una quota del 54% circa, una cifra non da poco, per un territorio accusato di bloccare la transizione.


Il fatto è che esportiamo il 40% di energia verso l’Italia, attraverso i cavi presenti nel nord Sardegna, SA.PE.I e SA.CO.I, nelle varie versioni e potenziamenti.
Precisando che è bene che chiudano le centrali a carbone, ricordiamo che il grosso della CO2 proviene dalla Saras/Sarlux, ma nessuno si sogna di parlare di chiusura, perché forniamo energia a mezza Europa.
Inoltre arriverà il metano, portato su richiesta delle aziende energivore, come Eurallumina, che minacciò la chiusura di una linea, e quattro giorni dopo fu approvato il decreto energia, che prevedeva il metano in Sardegna.
Ma quella che per Bella è una semplice protesta nimby, per i sardi è una rinnovata Questione Sarda, che comprende altre questioni:
Esiste quindi una Questione coloniale, in cui il Sud, la Sicilia e la Sardegna devono produrre per il nord.
L’approccio coloniale è dichiarato dalle stesse parole di Giacomo Donnini, Direttore Grandi Progetti e Sviluppo Internazionale Terna in un’intervista alla testata industriaitaliana.it, a proposito del Tyrrhenian Link:
«Le aree di approdo dell’opera non sono casuali: sono luoghi dove c’è molta disponibilità di sole e vento. L’energia delle fonti rinnovabili è per sua natura intermittente e pertanto dobbiamo prevedere un’importante capacità di trasporto: una rete che consenta di prelevarla dove viene prodotta e di portarla dove viene consumata, sostanzialmente quindi da Sud verso Nord, dove si concentra la maggior parte dei consumi civili e industriali».
Esiste una Questione che riguarda l’aspetto redistributivo, in cui alcune ricche aziende ottengono dei contributi, mentre alla popolazione non resta che ripagare i debiti del PNRR in bolletta. Mentre per la petrolchimica o per altre industrie energetiche occorrono grossi capitali, grossi investimenti, grossi impianti localizzati in determinate aree, le rinnovabili sono modulabili in dimensioni più piccole, con effetti diversi sulla distribuzione dei benefici economici e territoriali.
I comitati hanno fin da subito proposto anche questa soluzione, i tecnici, alla ricerca della mera efficienza, sono indifferenti alle questioni sociali e redistributive.
La proposta dei comitati è stata quella di incentivare le comunità energetiche, in cui produttori e consumatori sono gli stessi attori della comunità.
Esiste anche una Questione democratica, cioè chi detiene i poteri decisionali nei rapporti tra centro e periferia? I 6.2 GW sono imposti da un decreto italiano, non da una libera scelta sarda.
È il tema caro alla parte indipendentista dei comitati. Le comunità possono scegliere sul destino del loro territorio?
Questo aspetto è stato ugualmente determinante nel creare consapevolezza dell’esistenza di un problema centro-periferia, per cui vanno rivisti urgentemente i rapporti con l’Italia.
Esiste una Questione paesaggistica, ampiamente dibattuta, per cui i luoghi storici della memoria vengono messi in crisi.
La questione estetica è altresì importante per un territorio che per anni ha scelto di sviluppare il turismo, che tenta di allungare la stagione, e che cerca in qualche modo di valorizzare il patrimonio storico-archeologico.
2.500 Domus de Janas, Menhir, Dolmen, Allée couverte, oltre 7.000 Nuraghes censiti, Tombe dei Giganti, Pozzi Sacri, luoghi di culto preistorici non ancora definiti e dalla simbologia sconosciuta; costruzioni puniche, romane, le chiesette “romaniche”, i castelli medioevali, le torri spagnole sulle coste e tante altre evidenze, quali cimiteri, vecchi edifici.
Per dare un’idea quantitativa, vediamo dalla mappa creata da Nurnet che l’evidenza della densità (una delle più alte al mondo) è lampante:

Eh no, l’estintore non è alto 200 metri, e non ruota, la metafora è fuori luogo.
E su questo, le parole della Sovrintendenza per il PNRR sintetizzano benissimo la questione, secondo la quale la Sardegna subirà una
«sostituzione del patrimonio culturale e del paesaggio con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno regionale previsto».
Infine, la Questione speculativa vera e propria, cioè l’acquisto di terre a prezzi agricoli (quando non si parla di espropri) per un utilizzo industriale.
Tra fotovoltaico, eolico, cabine primarie, Tyrrhenian Link, Sardinian Link, cablaggi vari, batterie BESS, metanodotto, stiamo assistendo al più grande furto di terra nella storia sarda.
Detto in altri termini, il land grabbing, ma anche “sea grabbing”, pone diverse questioni importanti. Ogni azienda agricola che chiude è un patrimonio di know-how che sparisce.
In ottica coloniale questo passaggio è fondamentale: come si può essere sovrani senza la proprietà della terra?
Ma c’è un problema ancora più grave: i proprietari che NON sono sotto esproprio, ma sono confinanti con i terreni in cui verranno realizzate le opere, avranno una perdita secca nel valore dei loro terreni o abitazioni. Dentro al nuovo distretto industriale elettrico di Selargius, al centro del coacervo di stazioni, batterie BESS, cabine primarie e cablaggi vari, vivono regolarmente delle persone, hanno comprato casa con un regolare mutuo.
Saranno costrette ad ammalarsi (vedasi lo studio Asquer commissionato dal Comune di Selargius) o a cambiare abitazione, e NON essendo sotto esproprio, ma confinanti, non riceveranno un centesimo. Siccome il valore della casa o del terreno avrà subìto un deprezzamento tendente al 100% (nessuno lo comprerà) saranno costrette a comprare una nuova casa con nuovo mutuo.
Anche senza citare i problemi della “siccità energetica” avvenuta in Germania nel 2024 (e sì, l’eolico può non soffiare in inverno), della sovrapproduzione primaverile per cui si chiede ai privati di spegnere gli impianti, anche senza citare i problemi di stoccaggio interstagionale, occorre capire che sono tutte questioni squisitamente politiche: cosa rimarrà ai sardi di tutta questa transizione? Nulla di nulla, avranno una perdita secca da più parti.
La tecnocrazia non può prevalere sulla Politica. Dovevano prima porsi degli obiettivi economico-sociali, poi creare un piano industriale, infine quello energetico. Niente di tutto questo è stato fatto.
L’approccio coloniale è confermato dalla miriade di articoli che si stanno moltiplicando contro la Sardegna, ben orchestrati e tutti con gli stessi argomenti. Nessuno però va a vedere i dati per capire che già il 54% della quota dei nostri consumi proviene da rinnovabili.
Andai anni fa ad un Vaffa Day a Cagliari. Faccio mio quel messaggio e lo rivolgo a tutti i media coloniali italiani, incluso il blog di Grillo, che continuano con questa prassi paternalista-coloniale.

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