Elezioni o democrazia? I sardi davanti al bivio

La sensazione che si ha guardando la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento della Repubblica italiana è che i giochi siano fatti e che tutti i giocatori siano consapevoli di giocare una partita il cui esito è stato già deciso a tavolino. Perfino il solito richiamo antifascista, utilizzato dalle destre liberiste e centraliste (PD e alleati, cosiddetto terzo polo) per strappare last minute voti alle altre destre (Lega, Fdi) appare come uno stanco rituale di cui si cura poco sia l’accusante che l’accusato.

Comune appare la certezza che fondamentalmente, chiunque andrà al governo, dovrà fare i conti con una sovranità ormai palesemente limitata e con una durissima spirale di crisi economica, sociale, politica e ambientale, cioè con quella che un tempo veniva definita “crisi strutturale” o “crisi sistemica”. La gestione della pandemia, i diktat di austerità, le direttrici autoritarie su privatizzazioni e tagli al welfare pretesi dalla UE, la sudditanza integrale alla politica estera statunitense e la rimozione delle questioni fondamentali che riguardano l’agenda sociale dei gruppi subalterni (diritti del lavoro, autodeterminazione dei territori, pace e cooperazione internazionale, smilitarizzazione) accomunano praticamente tutte le forze in campo. A partire da quelle che, a due mesi dalle elezioni, hanno cercato di rifarsi una verginità in tal senso, recuperando alcuni vecchi cavalli di battaglia dei bei tempi andati, come appunto il salario minimo o le solite vuote promesse sul rilancio di scuola e sanità pubblica proposte da Movimento 5 Stelle e PD.

Se la campagna elettorale avesse un senso e se davvero i temi contassero qualcosa, si potrebbe chiedere ai candidati di queste forze perché non hanno realizzato questi obiettivi quando per esempio governavano insieme con il cosiddetto Conte 2 o perché, da sostenitori del Governo Draghi, non hanno mai neppure portato questi temi al vaglio del dibattito parlamentare, appiattendosi invece su un’agenda che andava in direzione esattamente opposta. Ma in campagna elettorale impera una specie di ipnosi collettiva, iniziano a spuntare test on line sugli orientamenti politici e tutti iniziano ad interessarsi ai programmi, alle proposte, per capire chi risulta più affine alla propria sensibilità. Ciò che è stato fino a quel momento, il fatto che la maggior parte dei partiti non abbia mai rispettato né i propri programmi elettorali, né le proprie regole fondamentali e i propri principi, sembra non contare e si è generalmente disposti ad una sorta di condono generalizzato verso figure, strutture e personaggi noti per il proprio trasformismo e per aver cambiato casacca più e più volte.

Le cose non migliorano se proviamo a guardare lo scacchiere politico dal nostro punto di vista, cioè dalla prospettiva della Sardegna e delle sue comunità. Diciamocelo francamente: il panorama politico che i sardi si trovano davanti è desolante. Non esiste alcuna forza che ponga l’agenda Sardegna come centrale o quantomeno rilevante. Dall’arco dei partiti che hanno sostenuto il Conte 1, il Conte 2 e il Governo Draghi non ci si poteva aspettare molto. Si tratta di partiti e forze politiche che hanno sistematicamente calpestato le più basilari istanze sarde, dalla continuità territoriale, alla questione fiscale, dallo spopolamento all’abbandono e al degrado in cui versa il nostro patrimonio archeologico, dalle bonifiche dei territori avvelenati dall’apparato militare-industriale alla drammatica condizione in cui versano le campagne, per non parlare di scuola e sanità. Il vuoto dell’assoluta maggioranza dei partiti che occupano lo scenario politico italo-sardo è inquietante. E non è un caso che si tratti degli stessi soggetti che hanno spinto e promosso la narrazione tossica sull’insularità in Costituzione.

PD, FdI, Lega, M5S e liste correlate sono i diversi volti del partito-Stato, vere e proprie propaggini del sistema di dipendenza e subalternità, le cui guide indiane locali sono selezionate in base alla disponibilità a manipolare le proprie comunità e ad obbedire al Papa straniero di turno. Non ci vuole molto per capire che la bassezza morale e la disarmante ignoranza che compone il personale politico di queste forze non è frutto del caso o della decadenza della società sarda, bensì il frutto di una precisa scelta dei vertici romani, milanesi o genovesi di quei partiti: in colonia si assoldano i peggiori, quelli disposti a servire senza farsi troppi scrupoli, i soggetti che per un avanzamento di carriera o una quota di potere anche marginale sono disposti a vendere persino la propria famiglia.

Non è una disgrazia capitata solo a noi sardi, ma una sorte che condividiamo con tutte le colonie, le popolazioni minorizzate e in generale con i territori che subiscono l’egemonia di centri politici esterni.

Neppure le liste che in teoria mettono in discussione i capisaldi del sistema politico che ha sostenuto il Governo Draghi rappresentano però una possibile opzione a cui dare minimo credito. E il precipitarsi degli eventi che hanno portato alla caduta anticipata del Governo non giustificano affatto l’assoluta mancanza di dialogo tra queste liste e le tante realtà che in Sardegna contrastano la subalternità del nostro popolo e delle nostre comunità rispetto al sistema politico e amministrativo della Repubblica.

È disarmante che le liste candidate come alternative all’arco dei sostenitori di Draghi non abbiano cercato nemmeno di aprire un confronto con chi contrasta l’occupazione militare della Sardegna, con le diverse realtà che fronteggiano il devastante piano di colonizzazione energetica spacciato per “riconversione verde”, la vasta realtà di centri associativi, mutualistici e politici che, con fatica, fronteggia nelle nostre comunità l’abbandono e il degrado e riempiono i vuoti lasciati dalle istituzioni e dai partiti.

Anche chi si presenta sotto la stella del cambiamento e dell’alternativa “popolare” nei migliore dei casi risulta un marziano, calato dall’alto, che chiede il voto in nome di liste senza alcuna storia e radicamento, senza pratica politica di prossimità e – in fin dei conti – senza niente da dire sulla Sardegna e sui dossier più rilevanti che riguardano la nostra terra e il nostro popolo. In queste elezioni la Sardegna semplicemente non esiste, nemmeno tra le persone sarde che si candidano in quelle poche liste che pretendono di essere alternative al sistema. E questo è un fatto incontrovertibile.

A conti fatti, dare un voto a Unione Popolare o Italia sovrana e popolare significherebbe comunque legittimare un modello politico che fa parte del problema e non della soluzione: centralismo, statalismo e nazionalismo italiano, elettoralismo senza pratica e progettualità, scarsa cultura democratica e visione politica basata sulla partecipazione con candidati decisi a porte chiuse e provenienti per la maggior parte dalle dirigenze di partito. 

Davanti a questo scenario non resta che rendersi conto che la rivoluzione a cui dobbiamo lavorare è il ripristino delle basilari pratiche democratiche, a partire dalla riorganizzazione di un minimo sostrato di dissenso che sappia strutturare un discorso di continuità, prossimità e radicamento nelle nostre comunità e ragionando su tempi decisamente più lunghi rispetto alle campagne elettorali. Senza questo lavoro di ricostruzione paziente, senza attività sociali e culturali diffuse e plurali, senza un dibattito franco svolto nei luoghi reali sui temi reali, non sarà possibile affrontare la condizione di grottesca subalternità che subisce il popolo sardo e ad ogni tornata elettorale ci troveremo a dover scegliere se votare qualche alieno che dice di candidarsi per il nostro bene o semplicemente disertare le urne aspettando tempi migliori.  

Ci può venire in aiuto il pensiero di Gramsci che risulta di una attualità sorprendente: «mi sono convinto che anche quando tutto sembra perduto bisogna mettersi tranquillamente all’opera ricominciando dall’inizio».  

Il 26 settembre potrebbe essere un buon inizio per perseguire questo lavoro! 


Fotografia: unsplash.com

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