Il contrasto al coprifuoco e l'occasione persa da chi difende lavoro e autodeterminazione

De Cristiano Sabino


Non è passata inosservata la manifestazione contro il coprifuoco di domenica 10 maggio lanciata dall’associazione sassarese “Sa Domo de Totus”. Ha fatto notizia la decisione della casa del popolo di Sassari di scendere in piazza per denunciare da una parte una misura ritenuta inutile e dall’altra le gravissime mancanze della politica statale e regionale e della tendenza, più o meno generalizzata, di scaricare sulle spalle dei cittadini le responsabilità dei propri fallimenti.
La stampa ha dato ampio risalto ad un presidio di una sessantina di persone che pazientemente hanno preso il loro posto in Piazza Castello, nel capoluogo turritano, e hanno atteso che arrivasse l’ora in cui appunto scatta il coprifuoco, vale a dire le 22 di sera. Le lancette passavano, la polizia politica e i carabinieri osservavano da lontano e nessuno si è mosso fino a quando gli organizzatori non hanno dichiarato sciolta la manifestazione, alle 22:25 circa.

Non è stata la prima manifestazione in Sardegna contro il coprifuoco e non è stata nemmeno la prima violazione del coprifuoco stesso. Perché allora tanta attenzione mediatica e tante polemiche social che – da una parte o dall’altra – sono piovute sugli organizzatori?

Le altre mobilitazioni dichiaratamente contrarie al coprifuoco e convocate in maniera pubblica sono state organizzate o dai partiti della destra italiana (che criticano questa misura in funzione "anti Governo Draghi" per occupare uno spazio politico) o da pseudo comitati la cui genesi è facilmente rintracciabile nella medesima area politica. A Sassari, per esempio, è nato il comitato “Tende in piazza” che ha organizzato per due giorni una mobilitazione per chiedere l’abolizione del coprifuoco, la celerità dei ristori e la riapertura delle attività economiche. Peccato però che al microfono si siano avvicendati esponenti di tutta la classe politica sassarese e sarda, dal PD al M5S alla Lega che, a vario titolo, sono responsabili della situazione disastrosa della sanità e della folle gestione della pandemia sia a livello regionale che statale.

La destra italiana, abbaia dunque alla luna, ma poi dimostra di essere conforme al paradigma economico e politico dello spostamento delle risorse pubbliche verso il privato. La destra in sostanza è perfettamente in linea con chi smantella i settori pubblici strategici come appunto sanità, trasporti, scuola che, più di tutti, hanno dimostrato nel frangente della pandemia tutta la loro fragilità.

La violazione del coprifuoco, in ogni caso, non c’è stata nella manifestazione “Tende in piazza” che avrebbe dovuto mantenere il presidio anche durante la notte. Il comitato ha deciso all’ultimo di rinunciare al braccio di ferro con i diktat dei DPCM, limitandosi a lasciare un paio di persone che presidiassero le tende.

Altro discorso va fatto per altri tipi di manifestazioni che invece il coprifuoco l’hanno violato, ma che non hanno espresso alcuna prospettiva politica, essendo in pratica organizzati da tam tam spontanei di ragazzi stanchi di subire una misura sempre più contestata e intollerabile.
In particolare, mi rifaccio ai casi di Cagliari e Mogoro, dove decine di giovani si sono dati appuntamento in piazza a ridosso delle 22:00 e lo hanno poi violato.

La manifestazione di Sassari assume dunque un valore politico assai significativo perché emerge da un sepolcrale silenzio della sinistra antagonista e dell’indipendentismo su questo tema.

Se, da una parte, la sinistra ha rinunciato a prendere la piazza alla destra, focalizzando la questione sui temi del lavoro e della palese sperequazione territoriale con cui le misure sono state pensate e applicate, l’indipendentismo ha di fatto rinunciato a inserirsi in una crescente tensione tra centralismo autoritario e insofferenza dei settori produttivi sardi che si sono visti globalmente derubricati a “settori non essenziali”.
Sempre più attività si chiedono “chi ha deciso che produrre tappi di bottiglia o latte in polvere a Bergamo è essenziale e affumicare salsicce o fare teatro in Sardegna non lo è?”.
Questa è la domanda che manda in crisi l’ipocrisia di Stato su chiusure a targhe alterne e coprifuoco. Questa è la domanda che si dovrebbe fare in tutte le piazze della nostra isola, coinvolgendo in un crescente movimento di rivendicazione i settori più colpiti della nostra economia.

Il contrasto al coprifuoco e all’ingiustizia centralista con cui lo Stato italiano ha di fatto sacrificato i settori economici più deboli e meno organizzati e i territori economicamente e infrastrutturalmente più fragili, poteva e doveva essere una occasione d’oro per chi pone il lavoro e l’autogoverno al centro della sua agenda politica.

A fine meramente esemplificativo riporto l’esperienza ribelle dell’agriturismo a gestione familiare Monte Entosu di Nulvi, che ha sfidato recentemente la forza pubblica aprendo le porte dell’azienda al pubblica e incassando anche numerose multe.
Siamo andati a trovare i fratelli Manca con il giornalista dell’Unione Sarda Argentino Tellini e sono rimasto colpito dalla linea politica estremamente lucida del discorso di Antonello Manca.
In particolare ho trovato di estremo interesse come il signor Manca individuasse nello Stato italiano il responsabile del disastro economico e sociale in cui versa la Sardegna: «s'istadu italianu nos est bochende» ha detto Antonello mentre ci faceva visitare l’azienda, «nois no amus a serrare prus».

Qui si può ascoltare la sua testimonianza rilasciata all’Unione Sarda e qui il breve video-intervista in sardo che ho anche pubblicato sui miei canali social.

«A sa fine amus a bìdere chie l’at a bìnchere» ha ripetuto più volte Antonello e - ripeto - fa veramente strano che dietro a questo tipo di rivendicazioni non sia emerso il benché minimo supporto delle realtà che difendono (almeno a parole) l’autodeterminazione e il lavoro. Ci sono naturalmente alcune eccezioni, come per esempio le numerose e coraggiose prese di posizione del presidente di Corona de Logu e sindaco di Villanovaforru Maurizio Onnis e ci sono stati, appunto, gli attivisti di Sa Domo de Totus a Sassari.

Che siano i prodomi di una nuova strada che, dalle ceneri di quello che furono movimenti politici coraggiosi e dirompenti, costruisca una nuova proposta politica popolare e democratica fondata sul lavoro e l’autogoverno?



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