Indipendentismo 2024: dallo Speakers’ Corner al “Nome della Cosa”

De Ivan Monni

Il sacrosanto diritto di non voto alle elezioni 2022 del mondo indipendentista è stata una forma di resistenza passiva e, contemporaneamente, il sintomo della debolezza politica in cui si trova.  

A parziale scusante, ci sarebbe da dire che con i tempi troppo brevi di una campagna elettorale lampo, con agosto di mezzo, neppure una coalizione indipendentista forte sarebbe riuscita a raccogliere le firme e a presentare dei candidati alle elezioni. 

Queste debolezze pongono due problemi: 

  • I partiti e movimenti indipendentisti (esistenti o nuovi) non si sono ancora ripresi dalla sconfitta delle “regionali” (o “natzionali”, se vogliamo) del 2019, e non hanno ripreso a collaborare seriamente su iniziative condivise. Non è stata aperta una nuova piattaforma comune per le battaglie comuni, neppure un dialogo pubblico che riallacci le fila tra le sigle. 
  • D’altro canto manca la partecipazione dei singoli indipendentisti, giovani, ex militanti, intellettuali. Senza l’apporto di nuovi militanti, qualsiasi impresa diviene ardua, debole, inconsistente.  
    Parlare dallo Speakers’ Corner di Facebook non è partecipazione. 

È un cane che si morde la coda: i partiti sono deboli e non attraggono; non attraggono e quindi sono deboli.  

Come se ne esce? 

La legge elettorale impone quanto meno l’alleanza elettorale tra le sigle; sembra minestra riscaldata, ma è meglio del salto dalla finestra, unica soluzione possibile ad oggi. 

Per quanto la legge elettorale sia troppo restrittiva, il 5% per una lista, anche composta da più sigle, non dovrebbe essere un’impresa impossibile: se non riuscissimo a raggiungere il 5% nella società, come potremmo pretendere di portare i sardi ad intraprendere un cammino di autodeterminazione verso l’indipendenza? 

In questo senso esiste il rischio che la legge elettorale diventi un alibi per la cattiva o per l’assenza della politica. 

I partiti sono deboli anche perché sono troppo piccoli per poter incidere nella società civile;  una sigla con cento attivisti può programmare e fare massa critica; dieci sigle con dieci attivisti fanno ben poco e quel poco viene circoscritto al locale. 

Questo aspetto indurrebbe a pensare che la conseguenza logica naturale sia la federazione o la fusione tra le organizzazioni, almeno quelle che si somigliano, o che nel tempo si sono divise per scissione. 

Obiettivo numero 1: massa critica 

Il PD sta discutendo sulla sua chiusura (ma non lo farà): è un’opzione valida anche per le attuali organizzazioni indipendentiste?  

No. La distruzione creatrice schumpeteriana parte dall’inverso: nasce qualcosa di nuovo che come un’onda investe e supera il vecchio. Senza il nuovo l’autodistruzione programmata dei vecchi rischia di lasciare solo pulviscolo, rumore ambientale di fondo: lo Speakers’ Corner sui social, a chini tzèrriat de prus. 

C’è poi un’altra costante del mondo indipendentista: come le fatiche di Sisifo, dopo aver speso energia e soldi (pochi a dir la verità e tutti messi di tasca dagli attivisti) si butta tutto e si ricomincia da zero. 

Si riparte dall’invenzione della ruota, nani sulle spalle di nessuno. 

Dal punto di vista del marketing un disastro, la costruzione di un brand è un lavoro lungo e lento che genera risultati non immediati.  

Ad esempio, al di là della gestione Solinas, il Psd’Az è un partito storico, che non definiremmo mai vecchio, che ha avuto alti e bassi, fino quasi a scomparire, ma pronto a riemergere dagli abissi e a trovarsi a guidare la regione. Che poi sgoverni è un altro discorso. Mai il Psd’Az ha voluto cambiare nome, il suo è un “brand”, che ha un valore storico e politico enorme. 

Viviamo in un mondo in cui predominano le “network economies” (economie di rete) per cui le attività o le organizzazioni che non raggiungono una massa critica di utenti, difficilmente riusciranno a decollare. 

Per capire come funzionano le network economies, immaginiamo il software Microsoft Office: nel mondo PC è monopolista, neppure dei software gratuiti sono riusciti a scalfire la leadership. 

Questo perché per questioni pratiche è più efficiente che tutti abbiano lo stesso programma per poter scambiare agevolmente i file e per non trovarsi nella condizione di studiare centinaia di software, ad esempio quando si cambia lavoro e la nuova azienda utilizza un software diverso. 

Questo vale anche per Facebook, nella fascia adulti è monopolista: un gigante come Google ha cercato di contrastarlo (ricordate Google Plus?) ma ha fallito, perché era vuoto, non c’erano contatti, rispetto alle relazioni che si erano formate su Facebook. 

Il primo che supera la massa critica, sfrutta rendimenti crescenti e diventa monopolista. 

Fonte: vox.com

Questo grafico rappresenta un tipico esempio di operatore (Amazon) che supera la massa critica: nei primi anni la curva è piatta (non ha ancora raggiunto la massa critica) poi improvvisamente la curva si impenna con il tempo, fino a diventare quasi  verticale. 

Amazon ci ha messo più di 10 anni per generare revenue.  Se Amazon avesse mollato i primi anni, oggi non esisterebbe. 

Nel caso partitico, nei sistemi maggioritari abbiamo normalmente un duopolio principale: i terzi incomodi devono scontrarsi con il solito “voto utile”: diventano utili solo se superano la massa critica di voti. 

Nel mondo attuale molti fenomeni possono essere spiegati con le network economies, per cui il concetto di massa critica vale anche per le lingue parlate, per cui superata la massa critica di utenti parlanti diventa “utile”, se non necessario studiarle ed apprenderle? 

In ogni caso (partito o coalizione che sia) il nuovo soggetto si troverebbe di fronte al solito aspetto che riguarda la comunicazione / voto utile: Autodeterminatzione non è stata rigettata dall’elettorato dopo averla presa in considerazione. Semplicemente è stata ignorata, nessuno ne sapeva niente. 
Parlando con la gente, in pochi erano a conoscenza dell’opzione ADN. 

I terzi in corsa alle elezioni non riescono ad emergere, non entrano neppure in campo, non riescono a rompere il silenzio dei media, non toccano palla. 

Il martellante duello destra italiana / sinistra italiana non lascia spazio a terzi incomodi. Appaiono forse come liste civiche, come liste disturbatrici, niente per cui valga la pena anche solo informarsi, figuriamoci prendere in considerazione il voto. 
Lista o coalizione che sia, si troverà a dover rompere il muro dell’irrilevanza. 

Superare il muro dell’irrilevanza politica 

In campagna elettorale, come nel marketing, il Leader, colui che è in vantaggio, comunica in maniera istituzionale, modera i toni, veste già da premier, parla a tutti, evita lo scontro con lo sfidante. 

Lo sfidante (Challenger) cerca in tutti i modi il confronto, alza i toni, sventola bandiere, sfida a duello, cerca il faccia a faccia che rimetta tutto in discussione. 

E i follower, cioè tutti gli altri inseguitori? 

Sono sfidanti che devono alzare il tiro ancora di più per riuscire a bucare il video, essere prima conosciuti e poi presi in considerazione, tirano fuori conigli dal cilindro, colpi da teatro, si devono distinguere a tutti i costi, utilizzano l’arte delle immagini (non il solito logo fac-simile a tutti) usano la guerrilla-marketing: arte, parole entusiasmanti e altisonanti, ma non demagogiche. 

Bisogna farsi prendere in considerazione dai sardi, poi la scelta può essere anche negativa. Ovviamente non significa strillare come forsennati, bisogna mantenere uno stile credibile e affidabile. La scelta del nome è fondamentale, deve essere “parlante” ed indicare da subito gli obiettivi, immediatamente identificabile anche per chi lo legge solo una volta.

Una comunicazione indipendentista si trova di fronte un altro handicap: lo stereotipo da smontare, ancor prima di aver espresso le idee e i programmi: “vi volete chiudere”, “non possiamo rinchiuderci negli ovili”, “di cosa viviamo”, e altri stereotipi a prescindere.  
Difficile smontare gli stereotipi, qualsiasi cosa si dica verrà incasellata in un box già preconfezionato, forse nemmeno ascoltato.  

Infine un cenno sul “chi”. 

Può essere ANS o Corona de Logu a fare questo passaggio? 

Bisogna tener conto di due argomenti: 

  • Il primo è di tipo “geografico”, riguarda lo spazio politico. I partiti e movimenti “partiscono”, si pongono come parziali, interpretano una visione particolare. ANS e Corona de Logu nascono per unire e creare un’area di dialogo che prescinde dalle organizzazioni. 
    Inoltre Corona de Logu si fa struttura dopo le elezioni, sono gli eletti ad entrare nella Corona. Questa è garanzia di imparzialità, terreno di incontro più che di scontro tra parti, per portare lo scontro tra destra/sinistra italiana a centro/periferia.  
  • Il secondo riguarda l’aspetto “temporale”: i progetti elettorali indipendentisti non sono mai andati oltre le elezioni, si sono sciolti definitivamente. ANS e Corona de Logu nascono (spero) per andare oltre il momento elettorale, che è anche garanzia di continuità, struttura costante nella società, non effimera variabile a tempo. 

Infine una nota di colore: tanti sforzi per superare il 5%, e in Austria il goliardico Partito della Birra è arrivato terzo con l’8% dei consensi, probabilmente voto rubato all’astensione e di protesta. Ovviamente non è un’opzione valida, ma è materiale su cui riflettere. 


Fonte: vox.com

Immagine creata con l’AI Dall-e con le parole: “speakers’ corner in cubism”

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