intervista a Danilo Lampis Sardegna chiama Sardegna

Intervista a Danilo Lampis sull’assemblea di Sardegna chiama Sardegna del 6 novembre 2022 a Sant’Anna di Oristano

Domenica 6 novembre 2022, a Sant’Anna di Oristano, si è tenuto il raduno organizzato da Sardegna chiama Sardegna. Sulla base di un’articolata dichiarazione d’intenti e di un’analisi spietata e radicale della situazione sarda attuale, quasi 300 persone, per lo più giovani ma non solo, si sono ritrovate a confrontarsi su diversi temi strategici e prima di tutto a conoscersi e a riallacciare quella “alleanza dei corpi” che i due anni di pandemia e le difficoltà pratiche comuni ultimamente avevano diradato. Ne parliamo con uno degli animatori del percorso di ScS, Danilo Lampis, tra le altre cose amministratore nel suo comune, Ortueri.


De Omar Onnis

Ben trovato, Danilo. Per prima cosa proviamo a chiarire a quale esigenza rispondeva la convocazione dell’assemblea di domenica e se la risposta che avete avuto è risultata incoraggiante.

Anzitutto, è stata una chiamata nata dall’urgenza di dare delle risposte alle molteplici crisi che l’Isola si porta dietro da troppo tempo e che rischiano di segnare dei punti di non ritorno. Viviamo una Sardegna con un’economia dipendente, poco dinamica e produttiva, segnata da svantaggi infrastrutturali, mancati investimenti in innovazione di processo e prodotto, una struttura produttiva sottodimensionata e frammentata su interi settori, un terziario in espansione ma caratterizzato da precarietà (non solo nel settore privato) e lavoro povero. Al di là delle lunghe analisi che si potrebbero fare in merito, tale quadro influenza ampiamente la vita della maggioranza delle persone che vivono quest’Isola, che devono fare i conti con un’offerta di lavoro scarsamente qualificata, lo spettro della disoccupazione, l’avanzare della povertà – in particolar modo ora, con l’aumento dei costi dell’energia e delle merci –, la difficoltà a fare buona impresa, l’aumento delle disuguaglianze di reddito e di genere. Una situazione che, sommandosi alla messa in discussione del diritto alla salute e alla mobilità interna ed esterna, nonché alla sempre più evidente catastrofe demografica, sta producendo un calderone di rabbia, risentimento e sfiducia verso la possibilità che la politica possa servire a cambiare in meglio la vita delle persone. Questa impotenza diffusa è il capolavoro dell’oligarchia politica ed economica che fa del deserto democratico la sua fortuna. Noi vogliamo rovesciare questo sentimento, proponendo un’alternativa coraggiosa ma realistica al tempo stesso che preveda una riconquista sul lungo termine della possibilità di decidere sul presente e di programmare il futuro di questa terra, non delegando più le soluzioni a chi l’ha condotta in questo stato. Anche perché, a differenza loro, noi ogni giorno ne ravvisiamo le incredibili potenzialità che possono essere espresse soltanto con una nuova presa di parola plurale animata realmente dalle forze vive che già si muovono verso una Sardegna più giusta, democratizzata e autodeterminata. La risposta che abbiamo registrato è andata oltre le aspettative, segno della necessità di una proposta di questo tipo. Ma il lavoro è solo all’inizio, perché sono tante le forze che hanno tutto l’interesse a scoraggiare e, perfino, a fermare forzosamente questo percorso.

Benché sui social la convocazione di ScS abbia riscontrato prevalentemente reazioni positive, si sono subito sollevati dubbi e interrogativi: chi c’è dietro o a chi rispondono? si rivolgono solo ai giovani? a cosa mirano? è un nuovo cartello elettorale? Domande lecite, chiaramente. Voi come rispondete?

Rispondiamo con chiarezza: non nasciamo per fare un listino giovanile pronto per essere cooptato da qualche “volpe” della politica sarda che vuole darsi un tocco di rinnovamento. Nasciamo per costruire un inedito percorso di partecipazione diffusa, multilivello e sul lungo periodo, che diventi lo spazio dei bisogni e dei desideri della maggioranza delle persone la cui voce è stata schiacciata da troppo tempo dai grandi blocchi di potere dominanti e dalle diverse élites economiche e finanziarie alle quali rispondono. Che questo possa giungere a un’irruzione sul terreno elettorale è scontato, essendo le istituzioni un luogo dove poter immaginare e condurre politiche utili al miglioramento delle condizioni economiche, sociali, culturali. Ma ci interessa, anzitutto, costruire una grande base di energie e intelligenze che definisca un insieme di progetti trasformativi sul piano socio-economico, culturale e istituzionale, con coerenza, competenza e credibilità: quello che la politica “tradizionale”, sempre più chiusa nei suoi fragili fortini, non riesce a fare. Per realizzare questo, confidiamo molto sul metodo che abbiamo scelto per il 6 novembre e per gli incontri futuri, fondato sulla facilitazione dei processi partecipativi e sulla co-progettazione. Pensiamo sia essenziale per recepire realmente le tante istanze e mettere a sistema le migliori proposte e progettualità finalizzate alla definizione sia di azioni immediate sul piano amministrativo, sociale e culturale, che di possibili politiche sul piano della RAS.

La vostra piattaforma e il modo in cui avete presentato gli ambiti tematici strategici su cui lavorare hanno un taglio politicamente orientato verso il nuovo ambientalismo (penso al movimento Fridays For Future, per esempio), la riappropriazione dei beni comuni, una visione democratica più radicale, l’autodeterminazione (personale, di gruppo, collettiva) e la giustizia sociale. Fate però anche professione di pragmatismo. C’è spazio in Sardegna per proposte che provino a congiungere prospettive audaci e visionarie con la risoluzione dei problemi concreti che affliggono le nostre comunità? E come fare, nel caso? All’esterno delle istituzioni o anche al loro interno?

In entrambi i luoghi. Le istituzioni sono importanti per affrontare problemi e sfide che vanno oltre le possibilità, quantomeno sul breve termine, dell’iniziativa sociale e culturale. Lo dimostrano tante amministrazioni comunali che, in giro per l’isola, attuano politiche esemplari su diversi piani. Ma al contempo, siamo consapevoli che senza l’iniziativa dei movimenti o delle associazioni, ogni processo di trasformazione risulterebbe passivo e incapace di sedimentarsi. I due terreni, se messi in dialogo proficuo, possono coniugare prospettiva radicale e concretezza: non è più il momento di considerarli separati, se si vuole realmente incidere. Tanti processi sociali e politici in giro per il mondo ci raccontano questo, dopotutto. Lo spazio dunque c’è, ma va praticato con un’idea di politica nuova che scommette sui processi aperti, che si fonda sull’ascolto, che anima le lotte immaginando al contempo strumenti concreti sul piano governativo, dagli Enti Locali alla Regione. Una politica che intende il potere come un verbo che si agisce con gli altri, non come un sostantivo che si agisce sugli altri.

ScS si presenta come plurale. Nella tua introduzione dei lavori, domenica, hai precisato che il vostro non è un discorso ecumenico, indistintamente rivolto a chiunque, e hai puntualizzato che c’è una scelta di campo definita, specie su temi decisivi come i diritti, le priorità strategiche, il metodo decisionale, la base sociale a cui vi rivolgete. Dentro questo spettro di valori e di posizioni politiche rientra anche l’indipendentismo, più o meno organizzato? Che risposte avete avuto – se ne avete avuto – da questo ambito politico? E dai poli politici dominanti?

Sì, rientra indubbiamente una parte consistente del mondo indipendentista che è sensibile ai diritti sociali e civili, e che storicamente ha animato diverse battaglie che sentiamo nostre, come confermato dall’appello. Ci rivolgiamo però ai singoli e alle forze che vogliono aprirsi a un processo di partecipazione ampia, che coinvolge tanti singoli, soggettività sociali e amministrazioni che credono nella necessità di democratizzare integralmente l’Isola e acquisire nuovi poteri per governarla al meglio, definendo un modello di sviluppo realmente endogeno. Ci sono state tante risposte positive, confermate in alcuni casi dalla partecipazione diretta alla giornata del 6 novembre. Stessa cosa vale per altre singole persone – con ruoli istituzionali o meno – provenienti da soggettività politiche della sinistra o del centro-sinistra che, rompendo il silenzio dei propri gruppi dirigenti allergici alle novità e alla partecipazione, hanno riconosciuto la necessità di un’iniziativa come la nostra sul lungo termine ma anche nel presente, a fronte dell’insufficienza di quanto esiste attualmente sul piano dell’opposizione all’interno e fuori dal Consiglio Regionale. Vogliamo essere chiari rispetto ai soggetti organizzati di entrambi i mondi: il nostro è un percorso aperto e, sebbene abbia – come dici anche tu – un profilo politico chiaro, non è alla ricerca di etichette o atti di fede. Non stiamo pensando alle liste elettorali, ma all’articolazione di una grande domanda politica, sociale e culturale di cambiamento, solidamente piantata sui territori e sui problemi quotidiani di chi li abita. Una domanda che deve farsi progetto complessivo, per una Sardegna presente a se stessa, capace di rompere vecchie e nuove subalternità politico-economiche e restituire linfa alle tante facce della nostra identità in una prospettiva sardo-globale, emancipata e in continua evoluzione. Solo con questo sguardo lungo, che non rinuncia alla contingenza ma che non si riduce a essa, crediamo si possa provare a dare una risposta credibile alla storica combinazione inestricabile tra questione sociale e questione sarda, con strumenti, metodi e linguaggi innovativi, in grado di convincere la maggioranza delle persone ad animare una nuova stagione di democrazia e conquiste sociali, civili e culturali.

Prossime tappe?

I tavoli tematici inaugurati il 6 novembre proseguiranno nei prossimi mesi, soprattutto online, per facilitare la partecipazione di chi non può spostarsi o di chi è fuori dalla Sardegna. Accanto a questi, promuoveremo incontri zonali in presenza in giro per l’isola, per ascoltare i bisogni, definire proposte, progettualità e fare rete tra le tante forze che camminano già verso una Sardegna più giusta, sostenibile, generativa di opportunità, democratizzata e autodeterminata. Chiamiamo tutti i singoli, le amministrazioni, le imprese, le forze sociali e politiche a prendere parola insieme a noi, indipendentemente da età ed esperienze pregresse. Per ricevere aggiornamenti sui prossimi appuntamenti territoriali e tematici è possibile registrarsi facilmente sul nostro sito firmando l’appello.


Foto: Sardegna chiama Sardegna

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