Le scuole sarde ricorrono a espedienti per non farsi chiudere?

La scuola non è un tema amato dalla politica e dai mezzi di comunicazione. Questi ultimi se ne occupano, con un certo fastidio, solo quando c’è qualche notizia che può suscitare reazioni irriflesse, di pancia. In Sardegna se ne parla quasi esclusivamente a proposito dei pessimi risultati del corpo studentesco isolano. Da ultimo, in relazione agli esiti dei test INVALSI. Gli organi di informazione hanno prontamente rilanciato, senza alcuna contestualizzazione, senza alcun approfondimento, l’informazione secondo cui la popolazione studentesca sarda ha dato i risultati peggiori dell’intero stato italiano in questo specifica prova.
Ora, in proposito andrebbe precisato cosa siano i test INVALSI, quale ne sia (o ne fosse) lo scopo e come funzionano. Senza dimenticare che questa forma di valutazione, per quanto possa sembrare strano, è da sempre appaltata ai privati, non è dunque una procedura e una modalità che fa capo al ministero competente e alle sue diramazioni locali. Del resto, approfittando della pandemia di covid-19, molte funzionalità della didattica e dell’archiviazione di dati, anche sensibili, le piattaforme informatiche (specie Google) hanno messo le mani sulla scuola, estraendone informazioni e profilazioni che non dovrebbero MAI essere a disposizione di esterni, tanto meno se è impossibile controllarne le pratiche e gli scopi. A parte questo problema generale (rigorosamente rimosso), bisogna sapere anche che l’INVALSI nasce come test per misurare la qualità dell’insegnamento, non le capacità soggettive dei discenti.
Fatte queste doverose precisazioni, anche questo risultato negativo va ascritto alla più generale, cronica crisi della scuola italiana in Sardegna. Una crisi che attiene a tutti gli aspetti dell’istruzione, tanto quelli didattici e pedagogici, quanto quelli infrastrutturali e logistici, fino a quelli più strettamente professionali e sindacali. Tutte le magagne della scuola pubblica italiana, in Sardegna sembrano accentuarsi per qualche sorta di maledizione, o per qualche tara congenita della nostra esotica genia (una delle tante).
Manca, drammaticamente, sia una presa d’atto del problema da parte della politica e della società civile, sia qualsiasi volontà di intervento strategico. Sono cose segnalate da tempo. Tanto riguardo i fattori pratici, come l’obsolescenza delle strutture, le carenze nei trasporti, la riduzione dei plessi, quanto riguardo la rimozione totale della questione culturale e linguistica.
Ma si può aggiungere qualcosa. Riguardo ai pessimi esiti registrati da alunni e alunne in Sardegna, fonti interne all’ambito scolastico segnalano un fattore poco considerato. Proprio a causa dell’organizzazione scolastica isolana, totalmente alla mercé delle decisioni ministeriali e dei tagli imposti dai vari governi centrali, la scuola sarda è in una condizione di perenne precarietà e in un certo senso sotto ricatto. La deficitaria demografia isolana costringe a fare salti mortali per mettere assieme un numero sufficiente di discenti affinché non vengano chiusi d’imperio plessi più o meno periferici e a volte interi istituti. A quanto pare, per ovviare almeno in parte a questa deriva – a cui la politica sarda si guarda bene dal tentare di rimediare, pur nella vigenza di specifiche competenze statutarie in materia – in molti istituti si calcolano come regolarmente iscritti ragazze e ragazzi pluri-respinti, ripetenti di lungo corso, che con la scuola hanno ormai poco a che fare. Si tratta di presenze evanescenti, che gonfiano di anno in anno il numero dei bocciati, contribuendo alle pessime classifiche isolane. Evanescenti, ma con un peso contabile non trascurabile, nella kafkiana burocrazia scolastica.
L’assurdo di questa cosa, se fosse verificata e risultasse prassi diffusa e sistematica, non è tanto l’imbroglio in sé, ma il fatto che la scuola sarda sia costretta a ricorrere a tali espedienti per non vedersi ulteriormente ridimensionata, con tutte le conseguenze del caso.
Fa ancora più specie che l’assessorato regionale competente non si dia alcun pensiero di tutto questo, così come le varie maggioranze (in realtà sempre le stesse) che da decenni occupano le istituzioni sarde. Non è nemmeno escluso che qualcuno, nei vari uffici, ne sappia qualcosa, ma faccia finta di niente. Sarebbe lecito attendersi dei chiarimenti dai vari organi competenti.
Sarebbe anche lecito attendersi da parte della politica un impegno chiaro, ponderato e ben pianificato, col coinvolgimento di tutte le parti interessate, sull’intera questione scolastica. Ma su questo temo che dovremo aspettare un ricambio politico radicale, prima di poterne parlare seriamente.
Immagine: repubblica.it















