La storia della Keller: sanzioni a Teheran, licenziamenti a Villacidro

Ormai da mesi viviamo in modo diretto, sulla nostra pelle, la conseguenza dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran, con la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz e la crescita del prezzo del carburante che, a cascata, si ripercuote sui prezzi di numerosi beni di consumo e di prima necessità.

Non è la prima volta che in Sardegna tocchiamo con mano le conseguenze della guerra al paese dell’Asia Occidentale che, seppur precedentemente portata avanti principalmente in forma di guerra economica, va avanti da decenni.

È interessante, esplicativo e forse non abbastanza conosciuto, il caso della Keller di Villacidro, azienda al cui fallimento, e alla perdita di centinaia di posti di lavoro nel paese del Medio Campidano, contribuirono in modo decisivo le sanzioni economiche comminate all’Iran nel 2007.

La Keller di Villacidro e la commessa Iraniana

La Keller Meccanica viene fondata nei primi anni ’80. Si tratta di una azienda specializzata nella produzione e manuntenziuone di qualcosa che in Sardegna sarebbe di grande aiuto per la tanto agognata infrastrutturazione dell’isola: vagoni e carrozze ferroviarie. Vive un primo periodo di grande crescita, che la portano ad ottenere importanti commesse dalle Ferrovie dello Stato, con un numero di occupati variabile che oscilla seguendo le fortune dell’azienda, ma sempre comunque superiore alle duecento unità.

Negli anni novanta vive un primo periodo turbolento, con cambi di proprietà, e il rischio di un fallimento che viene scongiurato dal commissariamento dell’azienda che porta a un successivo periodo di maggiore stabilità.

I fantasmi del passato e l’andamento altalenante dell’azienda sembrano svanire definitivamente quando, nel 2007, l’azienda riceve una commessa dal valore di ben 120 milioni di euro dell’Iran per la fornitura di materiale ferroviario. L’ordine avrebbe garantito lavoro per anni, e il futuro dell’azienda sembrava finalmente al sicuro.

Le sanzioni e la cassa integrazione

L’orizzonte roseo che si prospettava per l’azienda, si fa grigio tuttavia molto rapidamente. A alcune migliaia di chilometri di distanza, stava accadendo infatti qualcosa di estremamente pericoloso per il mondo: l’Iran era in procinto di sviluppare l’arma atomica. Tuttoggi, a distanta di alcuni decenni, la possibilità che l’Iran si possa dotare a breve di una arma atomica, nonostante più volte smentita, rimane una delle principali ragioni che vengono portate dai presidenti statunitense e israeliano per dare una giustificazione alle aggressioni militari. Un mantra, insomma, che va avanti da tempo.

Per mettere un freno al pericolo imminente, la soluzione era quella che viene spesso riproposta, in un mondo fino ad oggi dominato dal dollaro, come pressione politica nei confronti dei paesi non allineati ai voleri statunitensi: le sanzioni economiche.

Dopo un grande lavoro di persuasione da parte degli Stati Uniti sui membri del consiglio di sicurezza dell’ONU che erano riluttanti rispetto alla possibilità di votare una tale misura, una serie di risoluzioni emanate tra il 2006 e il 2007 impongono e successivamente inaspriscono sanzioni econimiche all’Iran. I paesi europei recepiscono le sanzioni.

Le sanzioni non impedivano di commerciare materiale ferroviario con il paese sanzionato. Almeno non direttamente. Tuttavia, la realizzazione del contratto presupponeva numerose transazioni finanziarie che, nel momento in cui il paese asiatico-occidentale venne escluso dai canari bancari internazionali, non potevano essere eseguite. Dopo alcuni anni durante i quali si cercò di trovare una via d’uscita da questa situazione, nel 2010 in contratto viene cancellato per l’impossibilità della sua attuazione. La Keller entra così in una gravissima crisi e quello stesso anno oltre 280 lavoratori vengono posti in cassa integrazione.

Il colpo di grazia

L’azienda già morente, che soppravvive con la cassa integrazione, riceve il colpo di grazia pochi anni dopo, nel 2014. Dopo essere stata rilevata da un gruppo di imprenditori indiani, firma un contratto con una società egiziana per la costruzione di carrozze, ma il contratto viene cancellato pochi mesi dopo, così come viene cancellata unilateralmente – per presunti ritardi nelle consegne – una consistente commessa da parte di Trenitalia per la costruzione di elettrotreni e la ristrutturazione di carrozze.

Nell’agosto dello stesso anno, gli oltre 280 lavoratori in cassa integrazone ricevono lettere di licenziamento di massa, e a novembre il Tribunale di Cagliari dichiara il fallimento della Keller Elettromeccanica, sancendo la fine definitiva della parabola di una azienda che – al di là dei benefici in termini di posti di lavoro in se – avrebbe potuto dare un contributo, endogeno, allo sviluppo infrastrutturale dell’isola.

Autonomia economica e strategica

Le vicende della Keller, qua riportate in modo sintetico, darebbero spazio a numerose riflessioni sul piano economico e politico. Ci mostrano, sicuramente, che le conseguenze dell’essere inseriti in un sistema mondo a dominio statunitense possono arrivare dove meno ce lo aspettiamo.

Seppur in esorabile decadenza, il paese a stelle e strisce può ancora, prepotentemente, stabilire in tutto il mondo chi, con chi e cosa si possa commerciare o meno. E può chiudere i rubinetti a chi non sottostà alla sua agenda politica.

Al giorno d’oggi, in una isola che pare un deserto dal punto di vista industriale, l’ampliamento di una fabbrica che produce le bombe con cui viene portato avanti lo sterminio del popolo palestinese, è considerata da alcuni una manna dal cielo, da difendere.

Ma l’isola potrebbe – e dovrebbe – avere uno sviluppo industriale differente, uno sviluppo industriale pacifico. La Keller – è di settembre la notzia della sua riapertura, ma è ancora presto per capire se non sia solo un annuncio propagandistico – ne è stata, per alcuni anni, una dimostrazione.

Affinché questo possa accadere, però, sono necessari due presupposti: in primis averlo, un piano di sviluppo industriale, avere un’idea di ciò che e come l’isola dovrebbe produrre e gettare a mare l’idea naif e pericolosa, che crea ulteriore dipendenza – che la Sardegna possa vivere – e vivere bene – di turismo o di solo settore primario.

In secondo luogo è imprescindibile avere una autonomia politca, economica e strategica, in cui la Sardegna possa decidere autonomamente – tanto dall’Italia di cui è periferia e terra di sfruttamento, quanto da attori più importanti ai quali è assoggettata la stessa Italia – cosa produrre, come e con chi commerciare: la sua condizione geografica al quale viene spesso attribuita il suo sottosviluppo non è altro che uno specchietto per le alloddole per mascherare responsabilità e scelte politiche.

In quest’ottica non possiamo che augurarci che il declino statunitense prosegua, e che sia superato da un mondo multipolare in cui gli stati, e tra loro una Sardegna indipendente, abbiamo la facoltà di stabilire autonomamente le proprie strategie geopolitiche e commerciali. Fino a che questo non avverrà, possiamo quanto meno immaginarlo, questo futuro, e lavorare affinché i cambiamenti che ci si prospettano davanti non ci trovino impreparati.


Immagine: ilsole24ore.com

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