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Piccolo reportage da San Pantaleo, 18 ore nel cuore vuoto della Gallura

A volte si torna nei luoghi senza sapere perché.
A San Pantaleo non ci andavo da trent’anni.
Ci sono ricapitata di nuovo, quasi per caso. E mi sa che non ritornerò presto, solo che questa volta, il motivo mi è chiaro.

San Pantaleo è una Sardegna plastica che non esiste. Un non luogo che non appartiene più a nessuno né al territorio nè alla comunità.

Nelle diciotto ore che ho passato lì, ho incontrato Maria Pasqua. L’ho conosciuta perché passa l’estate a difendere la sua casa, la sua via e la sua vita:
dalle macchine che passano contromano, da quelle che le bloccano l’ingresso del cortile, dal mercato che il giovedì mattina le impedisce perfino di uscire di casa.

Perché Maria Pasqua vive esattamente nella via dove si svolge il famoso mercato di San Pantaleo.

Mi ha detto che per loro l’estate è un incubo.
Non è vita. Chi può, se ne va. Perché la tranquillità non ha prezzo.

Aveva voglia di parlare e sfogarsi. E io ero un’occasione perfetta: un’altra sarda, tutta orecchie e con tanta voglia di sapere.

Mi ha detto prima di tutto “Lu mercatu, scusa sa parolla, ma è una cacata.”

Che gli stalli li prendono i proprietari dei negozi — per lo più continentali —che d’inverno vanno a comprare nell’est asiatico a due lire e rivendono qui a 300 euro il pezzo.

“Tutte cose finte. E manco piacciono ai turisti”, dice.
“I turisti cercano il vero artigianato sardo: cestini, ceramiche, tappeti. Ma non c’è più niente. Una volta era famoso proprio per quello. Ora solo caos.”

Vengono anche in 12.000 a vedere il mercato.

“Un delirio. Noi non riusciamo neanche a uscire di casa. Facciamo la spesa il giorno prima, perché il giovedì non si può fare niente. Non passano nemmeno le ambulanze. Ti devi augurare di non star male, altrimenti muori.”

Maria Pasqua è grande, e di cose ne ha viste.
Ma soprattutto ha visto che cosa significa perdere il proprio paese.

Mi dice che a lei va bene, ormai la sua vita l’ha vissuta. Ma si dispiace per i giovani, soprattutto i suoi nipoti, costretti a emigrare.

Qui non puoi comprare niente — né case, né terra. Prezzi altissimi. Famiglie sfrattate per fare B&B. Un danno economico enorme, tutto in nome di un’economia “che ci ha tagliati fuori”.

Locali e negozi sono tutti dei continentali.
Aprono a giugno e a settembre più della metà sono già chiusi. Anche chi trent’anni fa aveva comprato per fare un turismo tranquillo, oggi vende e se ne va.

“Ci ritroviamo soli in mezzo alla folla”, mi dice.
È la festa patronale. Domenica ci sarà la processione.
Mi chiede se resto almeno per quella. Le dico che no, tre giorni a San Pantaleo non me li posso permettere. Già uno è stato costoso.
Mi dice: “Torna a ottobre, così ci rivediamo.”
Magari sì.

Per tornare al mio alloggio passo di nuovo dalla piazza: bar, tavolini, vestiti lunghissimi in pizzo San Gallo.
E mi ritorna in mente la questione del mercato, dell’artigianato e degli artigiani; sarà che prima di San Pantaleo sono passata per Castelsardo e ho assistito all’orrore di cosa sono diventati i negozi
dell’artigianato sardo, un incubo, non si trova un cestino vero nemmeno volendolo pagare in monete d’oro. Tutto finto, l’arte dell’intreccio non esiste più.

Non è solo una questione di nostalgia. È un’economia cancellata. Un sapere non trasmesso. Un lavoro che nessuno ha voluto proteggere. In nome del turismo hanno fatto sparire ciò che il turismo stesso avrebbe davvero potuto cercare. Qui a San Pantaleo trovi pizzi bianchi lunghissimi prodotti in Asia e pagati quanto un lavoro fatto a mano in Sardegna. Ma l’artigianato e gli artigiani sono in via d’estinzione. Non per mancanza di valore, ma per assenza di politiche, investimenti e rispetto.

Nessuno ha costruito una filiera vera, nessuno ha protetto il prezzo del lavoro manuale, nessuno ha creato spazi per i giovani artigiani. Salvo alcune eccezioni più all’interno.

E così oggi, nel cuore della Gallura, tra le boutique stagionali che rivendono a caro prezzo abiti importati, non c’è spazio per il vero lavoro locale.

Incontro un signore seduto su una panchina, vestito da banda musicale e il clarinetto in mano. Sta riposando.
Parliamo un po’. Mi dice che mi sono persa la banda — hanno suonato anche De André. Gli dico che ero con Maria Pasqua a chiacchierare, e non me ne sono accorta.
È di Arzachena. Dice che per la banda hanno dovuto chiamare rinforzi dalla Maddalena.
“I giovani non suonano più. Non fanno musica a scuola. Ed è un peccato, perché la musica è matematica e fa bene ai ragazzi.”

Poi vede la mia spilla “Free Palestine”.
Mi dice che anche lui ha la bandiera della Palestina in macchina, ma ha paura che gli rompano il vetro. “Non si sa mai.”

Si chiama Maurizio. Ha ottant’anni.
È addolorato per questo mondo tutto capovolto.
“È successa una sinergia negativa,” dice. “Sono saliti al potere tutti insieme i peggiori politici del mondo.”

È sconcertato che siano stati votati.
E poi aggiunge: “Per questo bisogna far studiare musica ai giovani. Così non votano gente come Trump o la Meloni. Perché la musica crea ragionamenti e argomenta. Ti toglie dalla dimensione del non-pensiero.”

Ci salutiamo così: viva la musica, viva la Palestina.

Giro l’angolo. Dietro la chiesa, finalmente, un “caddozzo”. Qualche gallurese sparso. Niente pizzi. Solo gente che vuole ritrovarsi. È l’unica bancarella della sagra del patrono: il turco medico Pantaleo, poi martirizzato e infine santo.
Peccato, ho già mangiato — in un posto che mi ha “svuotata”. Altrimenti avrei preso volentieri il panino con salsiccione e cipolla.

Ma chi lo sapeva? Era nascosta, questa mini-sagra. A ridosso della chiesa. Quasi per non disturbare i turisti.
Vado a dormire. Stanotte è entrato il maestrale.
Fa freddo.
Torno in piazza per un caffè prima di ripartire.
È pieno di bambini. Non sono andati al mare — continentali e galluresi — un bel mescolo gioioso.
Giocano con la palla, urlano, ridono. È una festa.

Poi arriva il proprietario (o forse manager) di un locale. Gli urla contro: “Disturbate i clienti! Io pago il dehor, ho il diritto di lavorare in santa pace!”
Li caccia malamente. I bambini smettono di giocare. Una madre prova ad opporsi, ma lui è grosso, prepotente. Non la lascia parlare. Se ne vanno.

Non ci sono più le urla, né le risate. Si torna al silenzio muto, i pizzi San Gallo immobili. Desolante.
Avrei voluto parlare anche con qualche turista.
Chiedere se pensano che San Pantaleo rappresenti un paese sardo.
Se pensano che anche a Ossi o a Codrongianos si vada in giro vestiti in pizzo bianco fino ai piedi.
Ma non ho più tempo. Devo tornare a Sassari.

La mia bella Sassari, un po’ malconcia, ma fortunatamente ancora autentica e rotta il tanto da farne parte. Siamo ancora in tempo a decidere che tipo di turismo vogliamo e soprattutto almeno sapere ciò che non vogliamo. Il turismo è cosa buona, se fatto bene, le infrastrutture, il verde, i servizi tutto si può fare, ma a patto che non cancelli le comunità e i luoghi di chi ci lavora e ci abita.


Immagine: tui.co.uk

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