Albergo Savoia di Simone Azzu, romanzo corale dedicato a chi non sa restare

È uscito il 22 luglio edito dalla casa editrice nuorese Il Maestrale, “Albergo Savoia”, romanzo d’esordio di Simone Azzu, classe ‘94, sassarese.
Regista, performer e compositore, ha scritto, diretto e interpretato Petter: Prigioniero Politico (2024) con cui si è aggiudicato la XXIII del Premio Cervi, e Il Pubblico Bene (2024), che ha portato in tournée in Italia e all’estero.
Albergo Savoia è un libro che non sembra scritto da un esordiente. Fa emergere una pratica di scrittura lucida, a tratti dura, che non assolve e non consola, e per questo è profondamente politica.
In questo romanzo emergono grandi temi: l’andare, il tornare, la perdita, la solitudine declinati in storie piccole. Tuttavia è proprio a coloro che non sanno restare che il libro è dedicato. Azzu conduce chi legge attraverso quella che potremmo definire una psicologia dell’insularità, tra l’attesa, la partenza e un attaccamento ai luoghi, viscerale e irrisolto.
È un romanzo corale di storie ed esistenze organizzate in una cartografia corrispondente a una specifica geografia sociale: uno spazio verticale, un corso che taglia in due una città, e al contempo divide gerarchicamente il mondo in due.
Simone Azzu costruisce un manifesto sociale. Fin dal Prologo, ci viene presentata una “lunga strada, in salita” dove il decoro e il potere aumentano con l’altitudine: in alto troviamo l’Albergo Savoia e le élite al potere, mentre in basso, nei vicoli stretti, si rifugiano gli “uomini smarriti” del Bar Delfino.
L’ampio spettro di registri linguistici mai indulge sull’estetica fine a se stessa. Piuttosto affonda nell’ambivalenza dei sentimenti, nella carnalità del desiderio che accomuna tutti.
C’è molto del teatro nella commistione tra drammaturgia e narrativa; nell’impostazione che replica lo schema della tragedia greca.
È un romanzo che non rassicura: la narrazione si fa luogo di un’elaborazione che non risolve, ma mette duramente di fronte all’accettazione di ciò che i greci chiamavano “fato”. La tensione dell’irresolutezza esistenziale sfocia in una catarsi della persistenza: la società non implode fino alla morte perché si intestardisce, si ostina a resistere entro i confini che abita.
“Albergo Savoia” costringe a specchiarsi (e non è un riflesso lusinghiero) in una comunità che non può fare a meno di attaccarsi alle uniche cose che ha: il corpo, lo spazio, il tempo.
Quelle narrate in Albergo Savoia sono storie piccolissime, capaci di far esplodere l’universale come fraintesi fuochi d’artificio.
C’è molto della Sardegna e del colonialismo in questo romanzo, anche se non sono mai nominati esplicitamente; ci sono la questione di classe, lo smarrimento e la solitudine come condizione individuale che si fa collettiva e diventa sociale.
Le vicende sono segnate dalla crisi industriale, simboleggiata dalla chiusura degli stabilimenti di Fiume Pio, un’industria giusta, necessaria alla nazione, ai colonizzati, ai figli. A emergere è una visione del mondo cinica e rapace.
Mentre nei piani alti dell’albergo Savoia, si consumano tradimenti e corruzione, il Bar Delfino contiene il declino di chi è stato “lasciato indietro” da una modernità che infrange sistematicamente ogni sua promessa.
L’omologazione del consumo maschera il divario reale di potere e crea l’illusione di una falsa democrazia dei consumi.
I ricchi arrivano persino ad appropriarsi dei “giochi dei poveri” (i fuochi d’artificio e le bombe carta lanciate dagli ultras dello stadio), come se fossero uno spettacolo allestito per il loro intrattenimento. La classe operaia sembra aver smarrito i propri strumenti di lotta e
sopravvive alla durezza dell’esistenza conservando un’ostinata umanità. Che dà luogo più a una comunione della marginalità in cui trovano spazio gesti di mutuo soccorso, che ad una solidarietà di classe ideologica.
Albergo Savoia contiene storie profondamente umane di persone che non comunicano tra loro, che mentono, si illudono, perdono; vicende in cui chiunque può rintracciare le proprie miserie, contandole una a una.
Simone Azzu ha scritto un romanzo popolato di anime perse e verissime che, nonostante tutto, nonostante se stesse, esistono. Resistono.
E alla fine, ma solo alla fine, dà una carezza.
Immagine: edizionimaestrale.it















