Is Urigus: il nostro futuro non è un rifiuto

Si è tenuta nella mattinata di ieri, 25 agosto, nelle campagne di Is Urigus, frazione di San Giovannu Suérgiu, nei pressi della cava in località “Su Girì de sa Murta”, la manifestazione per dire no al progetto di costruzione di una discarica di rifiuti speciali. Decine di cittadini, molti dei quali riuniti in associazioni provenienti da San Giovanni Suèrgiu e dai centri del circondario, sono partiti in corteo dal centro di Is Urigus per ritrovarsi di fronte alla cava dismessa, che Ekosarda vorrebbe ora acquisire e trasformare, cambiandone la destinazione d’uso, in un nuovo impianto di smaltimento di rifiuti speciali.
Nonostante nel progetto si parli di “rifiuti speciali non pericolosi”, dati i trascorsi del territorio, la preoccupazione dei cittadini è grande. La cava si trova a 1,8 km dal centro abitato di Is Urigus e poco più di 2 km dalla frazione di Is Gannaus, appartenente al comune di Carbonia; la strada che porta alla cava è disseminata di abitazioni. Si tratta di una zona frequentata dalla gente del posto, sia per la sua vocazione agricola (comprende infatti numerosi terreni privati), sia perché luogo ideale per passeggiate ed attività all’aperto, come sottolineato da numerosi cittadini.
“Non vogliamo che lo sviluppo del nostro paese e del territorio del Sulcis Iglesiente sia legato a questo tipo di progetti, che non portano occupazione ma soltanto danni all’ambiente e alla salute dei cittadini”. La sindaca di San Giovanni Suérgiu, Elvira Usai, ha ricordato inoltre che gli abitanti di San Giovanni Suèrgiu si opposero, decenni fa, anche alla concessione per la costruzione della cava, che ha notevolmente danneggiato quella parte di campagna. Con lei erano presenti anche gli amministratori di vari comuni del Sulcis, tra cui il sindaco di Giba, di Masainas, l’assessore ai lavori pubblici e all’ambiente del comune di Carbonia, e don Antonio Mura, responsabile della Pastorale per il Sociale e il Lavoro della diocesi di Iglesias, a prova del fatto che la battaglia non riguarda soltanto il comune direttamente interessato dal progetto, ma tutti i centri del Sulcis Iglesiente, regione storicamente massacrata da iniziative scellerate che hanno condannato il territorio a tassi di inquinamento altissimi: si pensi agli scarti di lavorazione delle miniere, a quelli delle industrie di Portovesme, il cui impatto è stato e continua ad essere il più significativo, sino ad arrivare ai materiali tossici che si disperdono nell’ambiente durante le esercitazioni militari all’interno del Poligono Militare di Teulada.
Già negli scorsi mesi il Comune di San Giovanni Suèrgiu si era impegnato nella realizzazione di una raccolta firme a cui è stata affiancata ora una petizione online, che ha raccolto più di duemila firme in pochissimi giorni. Il piano è attualmente in attesa del Provvedimento Amministrativo Unico Regionale e, come annunciato dalla sindaca Elvira Usai, nel mese di settembre si terrà un’inchiesta pubblica, momento garantito dalla legge regionale in cui i cittadini e il Comune ribadiranno le proprie obiezioni alla società che ha presentato il progetto. Intanto, il Consiglio comunale di San Giovanni Suèrgiu continua a dichiararsi unanimemente contrario.
Quello che emerge da questa giornata di protesta sono innanzitutto l’unità di intenti e la fermezza della cittadinanza sulcitana, spesso considerata passiva o accomodante in quanto prima vittima del ricatto occupazionale attuato nei suoi confronti sin dall’apertura dei grandi siti minerari. “Nel Sulcis è così, ci prendono per la fame”, ha detto un ex lavoratore delle industrie di Portovesme presente alla manifestazione. E se si guarda all’ultimo secolo di storia del Sulcis Iglesiente, questa affermazione appare verissima. Promesse di occupazione, di benessere e di modernità che sono diventate garanzia di povertà, di sfruttamento e di malattie. Dalla fondazione di Carbonia, quando migliaia di persone lasciarono i propri paesi per andare a lavorare nelle gallerie delle nuove miniere, in condizioni spesso disumane, per poi finire disoccupati e malati di silicosi qualche decennio più tardi, all’apertura delle industrie di Portovesme, vero e proprio trauma per il territorio, che ha trasformato il tessuto economico e sociale di un’intera regione e di cui tutto Sulcis Iglesiente continua a pagare le conseguenze sui fronti della disoccupazione, del disastro ambientale e della salute umana.
I cittadini del Sulcis Iglesiente e le loro amministrazioni sono d’accordo sul fatto che serva un nuovo modello di sviluppo, non più basato sul ricatto occupazionale, secondo una visione che predilige i progetti che mirano al becero sfruttamento del territorio e della popolazione o che vede nelle industrie tossiche l’unica fonte di vita della comunità, i cui rifiuti si pretende poi di smaltire nelle campagne, dietro i terreni coltivati da generazioni, accanto alle case di chi lì ha scelto di abitare. Vi è grande unanimità sulla necessità di adottare un modello lungimirante, ecosostenibile, che non sacrifichi il diritto alla salute e la difesa dell’ambiente in nome dell’occupazione a tutti i costi, come è stato sino ad ora. Serve innanzitutto un modello basato sull’autodeterminazione, ovvero sul principio per cui deve essere la popolazione locale a decidere per il proprio territorio, come e quando utilizzare le risorse locali, a chi affidare i grandi progetti e in che termini, senza ingerenze e soprattutto imposizioni esterne.
Il progetto della discarica di Is Urigus è l’ennesima prova del fatto che all’interno degli schemi coloniali a cui la Sardegna è soggetta, in cui il profitto di pochi viene prima dei diritti delle comunità, il volere di queste non è una priorità. La lotta degli abitanti di Is Urigus continua, e con essa riparte anche quella del Sulcis-Iglesiente, per dire basta ai veleni, basta alla miseria, basta alla subalternità. I sulcitani non sono più disposti ad essere la discarica di nessuno.















