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Perché Michele Cossa dei Riformatori, sull’insularità, ha torto? (e sui luoghi comuni di Luciano Piras) – S’Imprenta

S’Imprenta – Rassegna stampa dalla colonia

Come ogni sabato mattina su S’Indipendente

Michele Cossa, del dipartimento insularità Riformatori Sardi, scrive sul sito Centro Studi Sardegna: “Insularità, il tempo delle promesse è finito“. 

Uno sforzo enorme, per cambiare la costituzione, per poi trovarci con niente in mano, qualche dubbio dovrebbe averlo fatto nascere anche ai più incalliti sostenitori della inutile battaglia. 

Cossa scrive che:

“Lo Stato ha deciso di costruire il Ponte sullo Stretto di Messina per unire definitivamente la Sicilia al continente, ma la Sardegna, isola molto più lontana e fragile, resta sospesa in un limbo fatto di promesse non mantenute e soluzioni tampone. 

Scrive ancora che:

Ridurre il problema al costo del volo Cagliari-Roma sarebbe però fuorviante.
L’insularità è molto di più: è l’energia che costa di più, le materie prime che arrivano con ritardo, gli investimenti che si fermano prima di varcare il mare, i giovani che emigrano senza guardarsi indietro. 

Le scelte che non si possono rimandare:
• una continuità territoriale moderna, accessibile e senza penalizzazioni per chi non è residente; 
• una fiscalità di sviluppo che compensi i maggiori costi di trasporto e produzione; 
• una governance energetica autonoma, che consenta alla Regione di decidere come e dove investire; 
• un piano serio su scuola, università e qualità dell’amministrazione, perché senza capitale umano e istituzioni solide non si costruisce futuro.

Il solito elenco dei problemi, senza nessuna soluzione, tranne una: dateci soldi.
Intanto abbiamo perso una montagna di soldi del PNRR, mai come a questo giro ci sono tante risorse a disposizione.

Lasciando perdere le questioni da un punto di vista ideale, per le quali rimandiamo a questo articolo del 2022 (“3 considerazioni sull’inconsistenza dell’insularità in costituzione“), la legge sull’insularità, in fase di approvazione, era stata accuratamente depurata da tutti gli elementi che riguardavano le rivendicazioni economiche, per lasciare sul campo una legge puramente di facciata.

Smontiamo il falso problema dell’insularità

In una puntata di Radar (Videolina) di maggio 2025 il giornalista Nicola Scano ha analizzato alcuni dati della ricerca IARES, confrontando le isole del Mediterraneo.
A leggerli, l’insularità è un problema SOLO per chi governa male.

Tasso di crescita della popolazione
Sicilia e Sardegna hanno il minor tasso di crescita della popolazione negli ultimi 10 anni, Malta, Cipro e Corsica hanno i tassi più alti, di molto superiori all’UE.
Dunque, il basso tasso di crescita della popolazione non dipende dall’insularità, ma questo era facile ipotizzarlo.

Abbandono scolastico
Sull’abbandono scolastico Creta, Corsica e Malta sono sotto o in linea con la media UE, dunque anche l’abbandono scolastico non è correlato al fattore insularità.
La Sardegna raddoppia la cifra UE, le Baleari sono messe molto male.

Tasso di disoccupazione
Malta, Cipro e Corsica sono in linea o sotto la media UE: anche la disoccupazione non dipende dall’essere isola.

Rischio povertà
Ancora Cipro, Malta e Creta hanno i risultati migliori, sotto la media UE sul rischio povertà.

Pil-procapite
Se andiamo al PIL pro-capite, ancora Malta in linea con l’UE, le isole Baleari, Cipro e Corsica leggermente sotto.
Dunque non c’è correlazione nemmeno tra PIL e insularità.

Variazione PIL nell’ultimo decennio
Corsica e Sardegna sono le peggiori. Cipro, Creta e Malta sono quelle con il maggior tasso di crescita.


Conclusioni:
La Sardegna è sotto la media UE in tutti i parametri, mentre altre isole hanno dati superiori, e comunque non esiste una correlazione tra insularità e sottosviluppo.
Dunque, da cosa nasce la bufala dell’insularità quale fattore penalizzante?
I Riformatori hanno creato una battaglia-bandiera inutile, solo per mera propaganda politica, sganciata da qualsiasi dato reale.
Una nota che ci aiuta nella chiave di lettura dei dati: Malta e Cipro sono stati indipendenti!

Chiudo con un’intervista di qualche anno fa, ad Alessandrini, amministratore delegato della Nobento, impresa di Alghero nel campo degli infissi:
«Si parla spesso dell’insularità come gap. Io in realtà ho trovato in Sardegna, e ad Alghero in particolare, le condizioni ideali per fare impresa. Per prima cosa ogni sera dallo stabilimento partono 200 infissi. Prendono il largo da Porto Torres e la mattina successiva posso essere presente a Livorno, a Genova, a Civitavecchia. Una cosa che mi dà un vantaggio».

Il folclore contro la modernità e i falsi miti che ci distinguono dai “Continentali”

Fondazione di Sardegna pubblica una ricerca socio-economica e, tra i tanti dati a disposizione, fa colpo la sardità dei sardi. A proposito di “isola e insularità” e “sardi e sardità”, i due concetti non sono così slegati, data la lontananza geografica dell’isola, è fisiologico sentirsi sardi, non per una forte identità regionale italiana, ma per un fisiologico essere sardi: diciamo che, sia l’insularità dell’isola, che la sardità dei sardi godono di ottima “lapalissianità”.

Prima o poi qualcuno dovrà spiegare cosa significhi “Cittadino del mondo”, come se le persone dovessero essere amorfe e tutte uguali, e non facenti parte di un contesto globale in cui le culture si completano come puzzle.

Su questa specificità sentita, la Nuova Sardegna ha il merito di aver aperto un dibattito.

Franciscu Sedda: «La Sardegna è diversa, rispetto al resto del Paese ha una storia di nazione», nella versione cartacea hanno contribuito anche Giuseppe Corongiu (“Siamo un isola-nazione, la diversità è un valore”), Bustianu Cumpostu ( “Sono sardo, non mi sento italiano”) e Omar Onnis (“Oltre il folklore, serve l’autonomia”).

I titolisti della Nuova Sardegna virgolettano una frase non presente nel testo di Omar Onnis, facendolo diventare autonomista, mentre virgolettano parte del testo di Bustianu stravolgendo il senso: titolano “Sono sardo, non mi sento italiano“, ma la frase era “Sono sardo, mi sento sardo ed europeo, non mi sento italiano“, rimarcando la chiusura alla sola sardità, vanificando il messaggio di un indipendentismo aperto di Cumpostu.

Il giornalista Luciano Piras (“Il folclore contro la modernità e i falsi miti che ci distinguono dai “Continentali“) propone un miscuglio incredibile di luoghi comuni e frasi fatte, associandole allo slogan degli indipendentisti: Sardigna no est Italia.
Sono i “dipendentisti” italici a dire che siamo l’isola più bella del mondo, che siamo balentes, che esaltano il folklore.
Gli indipendentisti denunciano il fatto che l’italia ci inquina e ci bombarda, si trova uranio e torio, hanno imposto la petrolchimica e l’industria di Portovesme, ora la speculazione, che trasformerà l’isola in una grande zona industriale energetica; denunciano il fatto che ci siamo fatti cancellare la lingua con entusiasmo, che non lottiamo quanto dovremmo, e denunciano l’adesione remissiva allo stato coloniale;
Infine, a guardare in giro per il mondo, le lotte per l’indipendenza sono in ogni continente, non è l’indipendentismo ad essere anacronistico, semmai, come da più parti si ripete, lo è lo statuto speciale sardo.

Su questo è meglio chiarire un punto.
L’orizzonte indipendentista moderno è stato tracciato, sul filone del sardismo del ‘900, negli anni ’60 e ’70 da Simon Mossa, dentro ad un contesto europeo.
L’indipendentismo moderno attinge dal suo essere aperto e cooperativo in un’Europa dei popoli; Simon Mossa aveva previsto già a suo tempo la deriva oligarchica e burocratica dell’Europa che andava delineandosi.
A proposito, Simon Mossa parlava correttamente nove lingue, che utilizzava per intessere rapporti con le popolazioni oppresse.

A Cossa e a Piras (e a tutti i lettori) va l’invito alla rassegna Fàulas, il festival che smonta I luoghi comuni sulla Sardegna, il 4-5 ottobre ad Oristano: scopriranno che c’è un fronte del mondo autodeterminazione che cerca di smontare proprio quegli stereotipi che Piras denuncia, ma che attribuisce alle persone sbagliate.

Il metano ti dà uno schiaffo

Arriva il metano, ma non è una novità, era previsto già da uno dei decreti Draghi, del 2022 (nel testo si parlava di Snam), Todde è stata protagonista, ed espone nel suo CV l’arrivo del gas in Sardegna (“Ha lavorato alla norma che ha consentito il DPCM Sardegna per l’arrivo del gas regolato in Sardegna“).

Rispolvero le sue dichiarazioni fatte nel 2024, a fronte di un fatto nuovo. Disse che “il decreto le è passato davanti”, e che lei in quel momento “rappresentava le industrie energivore”.
Questo si chiama lobbying, e si è palesato nuovamente la settimana scorsa, quando Eurallumina ha minacciato lo stop alla produzione se il decreto non fosse stato approvato.
Pochissimi giorni dopo il governo italico scattò sull’attenti e approvò il dcpm.
Era l’Eurallumina che rappresentava?

Perché le aziende energivore dovevano essere rappresentate?
Non sono solo state ascoltate e sentite, ma proprio rappresentate. Da una viceministra.

Come è stato possibile che per anni ci abbiano venduto l’idea di “transizione green”, quando in realtà, dal 2022, era programmato il passaggio dal carbone al metano?
Le bugie in giacca e cravatta risultano sempre molto credibili, agli occhi della popolazione.
C’è sempre da capire se realmente il carbone chiuderà o rimarrà dormiente.

Scriveva Paola Mantova in un articolo di giugno 2025 su Recommon che

“Di fronte agli azionisti, infatti Snam ha chiaramente ammesso di non aver mai realizzato una propria stima sulla domanda di gas in Sardegna. Si è limitata a citare vecchi e ormai obsoleti studi della società Ricerca sul sistema energetico (Rse, controllata indirettamente dal ministero dell’Economia), che già nel 2022 indicavano di preferire l’elettrificazione dell’isola piuttosto che l’utilizzo del gas.
Snam si defila ma in ogni caso incassa i guadagni e nessuno è in grado di stabilire a che cosa serviranno i nuovi investimenti sul gas.”

Oggi abbiamo questa risposta: serve all’industria di Portovesme.

D’altro canto, Gilberto Pichetto Fratin, ospite de “L’Italia in Diretta”, Rai Radio 1, sostiene che “Le centrali a carbone restano accese perché l’Italia non può rischiare di rimanere al buio”. Le centrali di Civitavecchia e Brindisi non cesseranno la loro attività nel termine previsto, ovvero tra poco più di tre mesi, per una questione di sicurezza degli approvvigionamenti.

Intanto inizia il passaggio del cavo sottomarino Sicilia-Sardegna, parte la posa del Tyrrhenian Link. Alcuni cittadini delle campagne di Quartu S.Elena, zona Autonomia, ci hanno segnalato che per i lavori del cavo sono stati tranciati i cavi della rete Internet.

Sardegna chiama Sardegna a congresso 

Chi ha partecipato parla di energia positiva e buone vibrazioni emerse dai discorsi, bene anche l’abbassamento dell’età degli attivisti. La sensazione è quella di un movimento pulito. Segnalo tuttavia che concentrandosi con troppa enfasi sul momento elettorale, finiscono per posizionarsi in modo pendente tra sistema e antisistema, cioè tra due posizioni inconciliabili. Il rischio maggiore è quello di drenare consensi e aspettative nella lotta, per poi canalizzarli e normalizzarli. Ci aspettiamo il flusso opposto.

Alcune domande a Sardegna chiama sardegna sul documento programmatico. 

La prima è che manca il digitale, in una società in cui l’AI sostituirà pezzi di mondi di lavoro, non possiamo trascurare questo aspetto.
L’aumento di produttività garantirà un aumento del PIL e una minor richiesta di personale, ma le macchine non pagano contributi pensionistici. Dunque, si deve andare oltre le 8 ore di lavoro, passare a 6, poi a 4, per lavorare tutti, fino al reddito universale, quando le macchine produrranno tutto quanto. In generale, tutto il mondo dell’autodeterminazione è sempre molto incentrato solamente su agricoltura e pastorizia (che vanno comunque sostenute strategicamente, anche per sostenere i territori interni), in una società fortemente urbanizzata.

La seconda è che meritoriamente ScS propone un’assemblea costituente popolare, da sostenere, ma rimane vuota di contenuti, manca cioè il tipo di riforma. Una proposta di massima è necessaria come base per la discussione, per capire quali rapporti con l’italia e l’Europa.
In ogni caso, bonu traballu all’associazione ScS

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L’articolo non è nuovo, è di fatto quello da cui è nata l’idea di questa rubrica. Lo ripubblichiamo per ricordare a Piras in quale quotidiano scrive.


Immagine: unica.it

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