Tarquinio Sini e i suoi Contrasti: la vera Sardegna non esiste

Il 17 febbraio 1943, tra le vittime dei bombardamenti americani che distrussero Cagliari, c’era anche Tarquinio Sini, pittore, illustratore, pubblicitario e caricaturista, nato a Sassari nel 1891.
Aveva 52 anni e, come tanti abitanti di Stampace, stava cercando di raggiungere il rifugio antiaereo più vicino, situato presso la cripta di Santa Restituta.
In occasione dell’anniversario di questa ricorrenza, vogliamo ricordare uno degli artisti sardi più moderni, scomparso nel pieno della sua maturità artistica, poco conosciuto, se non addirittura dimenticato,la cui opera, specchio della tensione di un’epoca di trasformazioni e dibattiti, continua ad offrire spunti sempre attuali su temi quali il folklore e la rappresentazione delle identità.
Chi era Tarquinio Sini?
Dopo un breve periodo trascorso a Roma con la famiglia, Sini si trasferì a Cagliari, dove frequentò un corso di disegno all’istituto tecnico; è in questo periodo che iniziò a realizzare le sue prime caricature e vignette satiriche. Nel 1908, queste vennero pubblicate sul foglio satirico “Le donne, i cavalieri, l’arma e gli amori”, due anni dopo espose le sue caricature alla Passeggiata Coperta del Bastione Saint Remy.
Iniziò in seguito un periodo ricco di esperienze e di spostamenti. Sini si iscrisse al Politecnico di Torino, dove visse per qualche anno, collaborando con il giornale umoristico “Il Pasquino”, e lavorando come sceneggiatore e soggettista alla Savoia Film, in un periodo in cui Torino era, in Italia, il centro più importante in ambito cinematografico.
Nel 1914 si trasferì a Parigi, dove lavorò come disegnatore, ma l’ingresso dell’Italia in guerra lo portò a lasciare la Francia per spostarsi a Perugia, dove diventò requisitore di cereali, e riuscì, grazie a questo ruolo, ad evitare l’invio al fronte.
A conflitto terminato lo troviamo a Roma, dove frequentò i futuristi ed espose le sue caricature alla casa d’arte Bragaglia.
Negli anni Venti, Tarquinio Sini rientrò a Cagliari. Nel 1927 espose alla Bottega d’arte Cau la serie dei Contrasti, che si inserisce, a livello tematico, all’interno della polemica letteraria tra Strapaese e Stracittà. Sini indaga, attraverso i suoi disegni e le sue caricature, due mondi apparentemente opposti: la vita paesana con le sue tradizioni, contro la modernità cittadina.
La serie avrà un grande successo, al punto che sarà tradotta in cartoline, prima in bianco e nero e poi a colori.
Segue il trasferimento a Teulada, dopo il matrimonio con Teresa Tanda. L’amore per il paese sulcitano fu trasmesso a Sini dall’amico artista Mario Mossa De Murtas. I due erano accomunati dallo stesso spirito polemico verso ogni forma di rigidità culturale, anche se De Murtas criticava l’estremismo di Sini, “partito in battaglia contro il folklore”.
Durante il soggiorno teuladino, Sini utilizzò un doppio registro artistico, con opere dal tono ironico abituale, e dall’altro con lavori distanti da esso, quasi dei saggi pittorici.
Il dato caricaturale è accentuato, ad esempio attraverso quella che sembra una parodia dell’inflazionato soggetto della donna con anfora, diventato una sorta di indicatore identitario per gli artisti sardi. Sini declina così il tema dei Contrasti, ambientandolo nel contesto sulcitano, vestendo gli uomini con l’abito tradizionale teuladino: personaggi che continuerà a raffigurare anche quando lascerà il piccolo centro per trasferirsi a Milano.
Nel ’39 organizzò e allestì la mostra “Arti Popolari” a Cagliari.
A partire dal 1940 iniziò a lavorare ad una nuova serie di caricature, sempre facenti parte dei Contrasti, in bianco e nero; questa serie non venne mai esposta a causa della prematura scomparsa dell’artista ed andò perduta dopo che una bomba colpì e distrusse il suo studio in Piazza del Carmine.
Tarquinio Sini fu un artista dal sentire contemporaneo, capace di anticipare i tempi. Si fece interprete di una Sardegna tutt’altro che fuori dal tempo e isolata, ma anzi, pienamente capace di incorporare le istanze e rielaborarle.
Scomparso nel pieno della maturità artistica, il suo nome fu a lungo dimenticato dai critici e dagli storici, che hanno liquidato la sua opera come la promessa non mantenuta di un talento inespresso.In realtà il suo contributo risulta attualissimo non solo per la sua capacità di trattare di Sardegna con leggerezza, accantonando la severità che limitava la libertà espressiva dell’arte isolana, ma anche per l’intento di decostruire l’idea stessa che sia mai esistita una “vera Sardegna”.
Strapaese e Stracittà
Con la sua opera e la sua verve polemica, Sini si inserisce in una querelle letteraria che conosce in Sardegna una declinazione specifica: quella tra folkloristi e antifolkloristi.
Ma di cosa si tratta?
Nel 1926 nasce in Italia la polemica artistico-letteraria di Strapaese e Stracittà. Due riviste si danno battaglia nell’ambiente culturale: “900” e “Il selvaggio”.
L’oggetto della contesa era la diversa visione del moderno e della tradizione.
In “900” si portava avanti una lotta contro il provincialismo che apriva ad una cultura cosmopolita europea. “Il Selvaggio” esaltava lo spirito del luogo, il genius loci, il paesaggio, e si rivendica la fedeltà ad esso, come elemento fondante dell’identità nazionale.
Per i paesani del Selvaggio, la cultura doveva affidarsi alle sue radici contadine e artigianali.
La polemica era ricca di implicazioni perché Strapaese sembrava allinearsi al ruralismo promosso da Mussolini, promotore della politica ideologica e pratica del fascismo che faceva perno sulla vita contadina, vista come fonte di valori morali quali forza e sacrificio, e base per l’autosufficienza nazionale.
Tale ideologia confluì in opere come la bonifica integrale e la creazione di nuovi centri rurali, contrastando l’urbanizzazione e promuovendo il mito della “terra” e della “romanità” contadina.
Gli strapaesani accusavano gli avversari di esterofilia, grattacieli e “smania modernista”, difendendo una civiltà rurale e fascistissima “all’italiana”. Gli stracittadini replicavano esaltando una “seconda ondata rivoluzionaria” contro il tradimento fascista, ma entrambi facevano da sponda al regime, senza fare un’opposizione reale.
La polemica si esaurì entro il 1929, con “900” che chiuse per divergenze interne, fagocitata dall’evoluzione culturale fascista. In Sardegna trovò un terreno fertile in cui attecchire nella contrapposizione tra folkloristi e antifolkloristi.
Il contesto sardo
Grazia Deledda, Francesco Ciusa, Giuseppe Biasi avevano attirato l’attenzione sulla Sardegna e ne avevano consacrato l’ingresso nell’immaginario europeo.
Fermi restando i loro meriti e l’importanza delle loro opere, essi, figli del loro tempo, contribuirono a consolidare l’immaginario primitivista di matrice ottocentesca sulla Sardegna selvaggia e arcaica.
Una realtà geografica e antropologica si trasformò in una terra del mito, metafora di una condizione esistenziale, quella del primitivo, che proprio la cultura del Novecento aveva recuperato come risposta al disagio creato dalla società industriale; luogo per eccellenza dove situare le angosce dell’umanità di fronte al progresso scientifico.
Tarquinio Sini non intendeva ricalcare i loro passi.
Ad animare il dibattito nell’Isola fu, alla fine degli anni Venti, Il Lunedì dell’Unione, sulle cui pagine si dichiarava di voler “svecchiare” la cultura sarda, e offrire uno spazio a quanti volessero intervenire nella discussione sulla tradizione. Si definivano “oggetti d’esportazione” gli abiti tradizionali sardi.
Il Nobel conferito a Grazia Deledda nel 1927 rinnovò la discussione sul tema del “regionalismo”, che in quell’occasione assunse la forma di un confronto tra Deledda e Sebastiano Satta. Ad avere la peggio, almeno nelle pagine della rivista Mediterranea, fu Grazia Deledda, di cui si criticavano il «fatalismo e regionalismo». Satta, «rivoluzionario con viva fede nei destini progressivi degli isolani», era invece lo scrittore che più di ogni altro era stato capace di legare la tradizione sarda ai tempi nuovi.
La discussione su tradizione e modernità in Sardegna era, come detto prima, influenzata da quella italiana, tra i sostenitori di “Strapaese” e “Stracittà”. Al riguardo, la linea ufficiale salutava con favore il fatto che l’uso del costume sardo tradizionale fosse ormai marginale, segno di arretratezza.
L’arretratezza della Sardegna
L’arretratezza è una caratteristica storicamente attribuita alla Sardegna.
Cosa significa?
Già dal XVIII secolo si radicò l’idea che a causa della parentesi spagnola la Sardegna fosserimasta indietro. Ciò giustificò i vari tentativi di modernizzazione, a partire da quelli settecenteschi, nonché le misure successive approntate per traghettare l’Isola verso la modernità. Intendendo quest’ultima non come un processo evolutivo, ma come rottura con la tradizione. Istanza che ritroviamo anche in ambito artistico.
Al ritorno di Tarquinio Sini in Sardegna, alla fine del 1925, molto era cambiato: la grandiosa fase artistica del primo Novecento aveva lasciato i suoi frutti, con lo sviluppo di un ambito culturale folto e aggiornato. Da una parte vi erano i sostenitori di un’arte sarda fondata sulla rielaborazione dei motivi decorativi tradizionali desunti dalla cultura popolare, e dall’altra i sostenitori della necessità di aprirsi istanze moderne dei movimenti artistici contemporanei.
I Contrasti
Alla fine degli anni Venti, Sini diede vita ad una serie di opere che diverrà un vero e proprio filone espressivo, che ebbe un enorme successo.
Presentati nel 1927 alla Bottega d’Arte Cau, i Contrasti sono 25 piccole tempere, in cui l’artista raffigurò per mezzo di una sapiente – e talvolta pungente – ironia, situazioni e personaggi tratti dalla quotidianità, portavoci dei paradossi che caratterizzavano la società sarda rurale, con, da una parte il legame e l’arroccamento più forte alla tradizione, dall’altra, l’esigenza dirompente di quella modernità tanto promessa dai tempi.
Società sarda rurale che da questa modernità appariva quasi minacciata, sicuramente superata dagli stili di vita cittadini.
I Contrasti sono evidenziati chiaramente nelle rappresentazioni dei soggetti e non solo: dal vestiario ai mezzi di trasporto, le acconciature e le posture, gli atteggiamenti; una vera e propria contrapposizione visiva tra passato e futuro, in cui donne vestite all’ultima moda con tagli di capelli modernissimi guidano automobili in contesti rurali popolate da figure dalle sembianze differenti, vestite in costume, mentre si spostano su cavalli o asini, e guardano con sorpresa o con divertito sospetto i cittadini moderni.
Gli elementi che emergono tramite i vari personaggi segnano l’opposizione tra i luoghi comuni e il reale sentire della parte di società sarda che si sentiva distante dall’immaginario definito dai romanzi di Grazia Deledda.
Si tratta di una messa in scena degli stereotipi sulla Sardegna quasi esasperata, ma solo apparente, come svelano i volti e gli occhi delle donne vestite in costume, dallo sguardo ammiccante e incorniciato da sopracciglia definite all’ultima tendenza.
Possiamo dire con certezza che Sini fu un apripista. Fu infatti uno dei primi artisti, se non il primo, a trattare la sardità in maniera meno seriosa, senza quell’aura di austera severità e di arcaica sacralità che gli scrittori e i pittori della generazione precedente avevano in qualche modo scolpito nella pietra, e che, se ci pensiamo, ancora oggi impregna gran parte della cultura isolana e influenza molto lo sguardo con cui la si osserva, sia dall’esterno che dall’interno, comportando tutta una serie di criticità che vanno oltre il punto di vista della rappresentazione.
Che cosa ci lascia Tarquinio Sini?
Sini visse poco, morendo nel pieno della sua maturità artistica, ma sarebbe errato pensare che il fatto che la sua vita e la sua carriera siano state stroncate così presto, significhi che il suo percorso non sia stato portato a termine.
Tarquinio Sini lascia un’eredità enorme, non fatta, appunto, solo di opere.
Sini ci insegna e ci fa vedere che è possibile, a volte, stare nel mezzo delle cose, accettare due aspetti della stessa realtà, senza che per forza questi due entrino in conflitto.
La modernità non deve essere anti-tradizione, come la tradizione non deve per forza significare il rigetto dei processi di evoluzione delle cose, sempre se impostati su delle giuste basi.
Sini smaschera a suo modo, a colpi di caricature e di ironia, attraverso rappresentazioni esilaranti, al limite del surreale, l’inganno rappresentato, suo malgrado, dal concetto di sardità costruito nei primi del Novecento, se non prima: una Sardegna arcaica, misteriosa, primitiva, all’origine di molte narrazioni che vedono in una presunta superiorità dei sardi un motivo per far valere la propria autodeterminazione, narrazione che, non c’è neanche bisogno di ricordarlo, è altamente problematica.
Oltre a delle bellissime immagini, che rappresentano un unicum nella storia dell’arte sarda, Tarquinio Sini ci ha lasciato, probabilmente senza saperlo, anche una sorta di ammonimento, che oggi appare più attuale che mai: che possiamo essere sardi come ci pare, vestiti in costume o no, se parliamo il sardo a casa o no, se scegliamo di andarcene o di restare.
Ci insegna che non c’è un modo giusto o vero per essere sardi, e che la Sardegna vera non è che un’invenzione fatta di stereotipi.
Immagine : Tarquinio Sini, Muttetus, ante 1927, tempera su carta, Ilisso Edizioni















