CPR 2026

La Sardegna, considerata terra di accoglienza per i turisti, preferibilmente ricchi e generosi, nei mesi estivi, diventa in realtà colonia penale per tutto l’anno. Infatti, mentre viene candidata ob torto collo a ospitare nuove ondate di “ospiti” del 41 bis nelle sue carceri, e si suggerisce l’apertura di nuovi centri detti di accoglienza ma in realtà di detenzione per immigrati, la condizione degli “ospiti” del centro di Macomer è sempre più disperata.
Nei giorni scorsi è stato diramato dall’assemblea NO CPR, che da tempo segue con enormi difficoltà le vicende interne al centro, troppo spesso invisibili all’esterno, un comunicato stampa in cui si denunciavano le gravissime condizioni dei migranti che vivono nella struttura. “in uno dei blocchi del CPR di Macomer è stato appiccato un incendio. Non è raro che la disperazione degli internati dentro i CPR li porti a gesti estremi come il tentativo di bruciare le celle – scrivono i volontari del comitato – Alla vista dell’incendio si è scatenata la protesta degli internati di un altro blocco. La protesta è stata sedata con violenza dalle Forze dell’Ordine presenti sul posto. Sappiamo che ci sono internati feriti che hanno dovuto ricorrere alle cure del Pronto Soccorso di Nuoro. Sappiamo che gli internati del blocco incendiato sono stati picchiati e tenuti al freddo per ore. Alcuni di loro hanno iniziato uno sciopero della fame.”
Dei fatti si è parlato poco nei media isolani, ma la situazione non è ritornata alla, seppur già drammatica, “normalità”. Ricordiamo che lo scopo dei CPR non è solo rimpatriare i migranti, e neppure far scontare pene a persone colpevoli di reati, ma a quanto pare è negare la loro dignità umana, punirli in quanto clandestini disperati e privi di qualunque tutela. I primi a saperlo sono i migranti stessi ed è per questo che vivono l’internamento con dolore, ma anche con enorme rabbia.
Alcune testimonianze raccolte all’interno parlano di cibo scadente, di impossibilità di comunicazione in quanto non presenti tutti i mediatori linguistici necessari, di difficoltà di accesso ai servizi medico-sanitari e di supporto psicologico. Non si svolgono attività educative o ricreative per cui il tempo diventa infinito e le attese insopportabili. Si è parlato di “medicalizzazione” del disagio, ovvero di utilizzo eccessivo di sedativi per contenere le gravi condizioni psicologiche.
Tempo fa S’indipendente ne aveva scritto, raccontando il percorso delle varie gestioni e le ispezioni, rare, che si sono succedute, ma dopo il recente evento incendiario sarebbe urgente un nuovo controllo del centro per verificare le condizioni non solo igienico sanitarie, ma soprattutto quelle umane delle persone (ricordiamolo: sono persone), anche a fronte delle ultime proposte repressive del governo che puntano a isolare e punire chi ha la “colpa” di non avere documenti o permessi di soggiorno e deve aspettare in un luogo, che a volte è peggio di un carcere, le lungaggini burocratiche che devono verificare se hanno o meno diritto a essere accolti.
Con l’unico tempo consolatorio concesso loro, così dicono le testimonianze raccolte, di 20 minuti al giorno di videochiamata con la propria famiglia di origine. L’assemblea NO CPR Macomer si sta impegnando nella raccolta vestiti, nella ricerca di avvocati o psicologi volontari, nelle richieste di contatti e aiuti all’interno del Centro, e soprattutto nella diffusione di informazioni organizzando incontri territoriali, ma ogni azione spesso si scontra con muri burocratici e presumibilmente anche politici, soprattutto vista la campagna di criminalizzazione dei migranti messa in campo dal governo e le misure sempre più repressive all’ordine del giorno.
Immagine: meltingpot.org















