La politica italiana in Sardegna e gli esiti elettorali internazionali

La storia non si ferma. Le vicende umane, per quanto vogliamo incasellarle e codificarle dentro cornici semplificatorie, vanno avanti per conto proprio, seguendo dinamiche interne che hanno molto più a che fare con il funzionamento dei sistemi complessi, con la biologia e con la meccanica quantistica che con le razionalizzazioni astratte. Brasile e Serbia ci lanciano segnali, che è difficile cogliere correttamente, se non usciamo dai nostri spazi di comfort e dalle nostre “bolle” ideologiche e comunicative. E forse hanno qualcosa da dire anche alla Sardegna.

Parto da un episodio aneddotico. Pochi giorni fa, nel corso di un incontro con studentə, in un liceo di Cagliari, una di loro ha fatto un intervento, sostenendo di desiderare di andarsene dalla Sardegna, perché non sente alcun legame profondo con l’isola. A suo parere, sarebbe lo stesso per molte altre persone della sua età.

Non so quantificare questo sentimento. Non credo sia davvero generalizzabile. Ma è comprensibile, soprattutto in un luogo come Cagliari, così profondamente sardo e così profondamente alienato alla terra di cui pure è la capitale.

La nostra gioventù, specialmente quella istruita, cresce dentro un processo di acculturazione che strappa viscere e memorie, smonta ogni possibile legame profondo con la propria storia, la propria comunità, il proprio territorio, per rimodellare menti indebolite e depresse, disorientate.

Gli esiti scolastici del corpo studentesco sardo, sempre stigmatizzati per via della loro scarsa riuscita (secondo i parametri astratti e basati su criteri eteronomi con cui funzionano tali rilevazioni), hanno una causa profonda in questo processo di alienazione cognitiva. Che si somma a tutti i problemi discendenti dalla distruzione della scuola pubblica, dal condizionamento esercitato dalle tecnologie informatiche, dalla disgregazione sociale, dalla mediocrità della classe politica a tutti i livelli.

In più, la generazione giovane in Sardegna è minoritaria. La disastrosa condizione demografica dell’isola è sotto gli occhi di tutti, ma non viene affrontata come un problema epocale, bensì come una specie di difetto congenito della nostra strana genia (come tanti altri), a cui si può rimediare con tentativi velleitari, perlopiù di stampo meramente propagandistico.

Si veda l’ultima idea della presidente Todde circa l’elargizione (una tantum) di qualche denaro pubblico a giovani  collocati fuori dalla Sardegna che intendessero ritornarvi e magari mettere su casa in qualche centro minore.

È una proposta ridicola e persino offensiva. Offensiva per la generazione giovane, che spesso è costretta a emigrare contro voglia e a non ritornare per mancanza di condizioni di vita dignitose, e per l’intelligenza delle persone sarde nel loro insieme.

Come dimostrano tutti gli atti e le scelte di questa ennesima, terribile compagine di governo regionale, la politica oligarchica sarda non ha la più vaga idea della realtà su cui esercita la sua amministrazione. Però ha la postura paternalistica di chi la sa più lunga di tutti ed è costretta ad avere a che fare con una popolazione minorata e ignorante.

La visita della segretaria del PD Schlein, in occasione della Festa dell’Unità a Pirri, pochi giorni or sono, ha dimostrato quanto poco possiamo aspettarci dalla politica podataria sarda e dai suoi mandanti oltremarini. Schlein ha fatto sfoggio della solita postura da “buona padrona bianca” in un possedimento coloniale. Ha tirato in ballo l’insularità, arma comunicativa e propagandistica a buon mercato, per giunta concepita appunto in Sardegna (grazie Riformatori sardi!). Ha sciorinato una retorica insopportabile, senza alcuna attinenza con le questioni strutturali e strategiche aperte, esaltando, in modo involontariamente auto-satirico, il “buon governo” della giunta Todde.

E tuttavia, il nostro ceto medio istruito, nella sua preponderante frazione “progressista” (o sedicente tale), è ancora talmente alienato da sentirsi rappresentato da tanta pochezza, senza nemmeno rendersi conto del disastro che, con questa adesione fideistica, contribuisce a perpetuare.

Nel pamphlet programmatico rivoluzionario intitolato L’Achille della sarda liberazione (1796), il gruppo dirigente del partito “novatore” sosteneva che, quando chi regge le sorti dello stato viene meno ai suoi doveri verso il popolo (loro scrivevano la “Nazione”), il popolo deve avere in sé la forza coattiva per imporsi. Si concludeva – minacciosamente, verso la monarchia sabauda – che la Nazione sarda ha (aveva) in sé tale forza coattiva e l’avrebbe fatta valere.

Allora le cose andarono male, come sappiamo. La rivoluzione sarda fu sconfitta (come alla fine anche quella francese, del resto). Però quei passaggi dell’Achille non possono non costringerci a una riflessione.

Vediamo che in altre porzioni del pianeta, anche laddove le condizioni appaiono difficili o le previsioni sono contrarie, a volte capitano subitanei rovesciamenti della situazione politica. Certo, non si tratta mai davvero di esiti improvvisi e senza un pregresso. Le svolte di questo tipo si appoggiano sempre su movimenti sociali e culturali profondi, che quasi sempre sfuggono alle cronache.

Nel caso del Brasile, il presidente Lula era dato per sicuro sconfitto sia prima del primo turno elettorale, sia dopo, guardandone il risultato favorevole al rivale Bolsonaro jr. Alla fine invece ha prevalso.

Non che il governo di Lula e del suo PT si sia distinto per risultati clamorosamente positivi. Molte critiche, specie da sinistra, si potrebbero fare alla sua azione. Ma la sua vittoria ha comunque scongiurato la svolta antidemocratica e oscurantista in progetto, sostenuta per altro dall’amministrazione Trump. Non un esito da poco, che ha effetti sull’intero sub-continente e oltre.

In Serbia una mobilitazione giovanile lunga tre anni ha alla fine ottenuto il risultato abbastanza clamoroso di metter fine alla parabola di Aleksandar Vučić. Un po’ come successo in Ungheria con Orban.

Sono già iniziate le contromosse propagandistiche dell’internazionale nera e rossobruna, secondo le quali si tratterebbe di un esito eterodiretto. Le felicitazioni dei vertici dell’UE non aiutano, in questa disputa retorica, vista la loro impopolarità. Ma attribuire la vittoria del partito degli studenti a manovre esterne è la solita ingenerosa interpretazione che disconosce la soggettività politica di gruppi e movimenti popolari in paesi non occidentali (o non strettamente occidentali), solo perché non combaciano in tutto e per tutto con i nostri schemi ideologici obsoleti e perché disarticolano la sclerotica cornice campista con cui molta sinistra europea (e soprattutto italiana, quindi anche sarda) legge le vicende internazionali.

La lezione che si può trarre da queste vicende è indiretta. In Sardegna abbiamo un po’ la passione per prendere storie altrui e provare ad applicarle alla nostra realtà. Ovviamente, non funziona.

Tuttavia ci sono degli elementi che possono risultare interessanti anche per noi.

Per esempio, in Brasile Lula è riuscito a ricalibrare la sua offerta politica in modo più aderente con i bisogni e i problemi reali delle persone, specie quelle di estrazione popolare o di aree marginali. È riuscito a mobilitare fasce sociali spesso escluse, per varie ragioni, dall’esercizio del voto. E ha rovesciato un esito che sembrava ormai scritto.

In Serbia un vasto movimento popolare, magari non maggioritario nella sua composizione iniziale e nella sua rappresentatività sociale, è riuscito a costruire una piattaforma politica in cui altre fasce di popolazione potessero riconoscersi, fino a diventare maggioranza nel paese.

In Sardegna sappiamo che l’oligarchia podataria dominante si è blindata nel suo Palazzo tramite una legge elettorale scandalosamente restrittiva, tramite un’azione clientelare pervasiva e l’occupazione di tutti i gangli dell’amministrazione pubblica. Con complicità decisive nelle organizzazioni di categoria (padronali e sindacali) e nelle università. L’ottundimento auto-colonizzato del ceto medio istruito fa il resto.

In una tale situazione, con una generazione giovane minoritaria nella società sarda, il dominio un po’ dappertutto di una gerontocrazia egoista e bulimica e un’emigrazione – di nuovo, soprattutto giovanile – di proporzioni patologiche, è difficile ipotizzare una svolta drastica a breve termine.

Tanto più che l’attuale amministrazione regionale guidata da Alessandra Todde sta accelerando i tempi per la riforma dello Statuto di autonomia da concordare col governo italiano, senza alcun coinvolgimento dell’opinione pubblica e dell’elettorato dell’isola. Iniziativa per altro già preceduta dai lavori, pressoché segreti e riservati, sulla nuova normativa statutaria. Circostanza che costituisce un enorme pericolo per le speranze che la Sardegna conquisti finalmente una piena e compiuta democrazia.

Che non potrà non articolarsi concretamente e giuridicamente in un processo di autodeterminazione. Esito però quanto mai minaccioso sia per la congerie di personaggi mediocri e ignoranti al potere nell’isola, sia per i governi italiani (di qualsiasi colore). Come tale, suscettibile di essere contrastato in tutti i modi, leciti e non. Nondimeno, un obiettivo da perseguire con tutte le forze disponibili.

Sarà possibile anche in Sardegna costituire un fronte democratico, basato su forze reali e su una solida base sociale, per scardinare l’attuale assetto coloniale? Io penso di sì, almeno astrattamente. Nel senso che poi bisogna fare i conti con i soggetti effettivamente presenti nello scenario politico e sociale e con le derive personalistiche e i calcoli di bottega che ne contraddistinguono da troppo tempo l’azione.

Un maggiore coinvolgimento delle fasce giovanili e della stessa diaspora sarda potrebbero risultare dirompenti. Così come il recupero di almeno una parte dell’astensionismo elettorale ormai consolidato. Ma per riuscire in quest’impresa occorrono una credibilità e una capacità di lettura delle dinamiche reali (a parte i mezzi economici e le abilità comunicative) che per ora non si vedono. Ma non è detto che non emergano comunque, quando i tempi e le circostanze saranno maturi. 


Immagine: TG Rai Sardegna

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