L’inaccettabile due di picche del popolo sardo

Cosa accade quando si rovescia il desiderio di appartenere nel rapporto tra cultura dominante e cultura minoritaria? 

Cosa succede quando una persona italiana disconosce l’italianità di una persona sarda e quest’ultima non fa una piega, rivendicando invece la propria sardità?

Il 17 ottobre scorso sono stata a una conferenza del Prof. Michele Cortelazzo, organizzata dal Circolo Culturale Sardo Eleonora d’Arborea di Padova. Il professore ci ha parlato della tesi di laurea di uno studente della prima metà del Novecento e futuro poeta, Andrea Zanzotto, su “L’arte di Grazia Deledda”. Non si sa perché Zanzotto (o il suo relatore Prof. Natale Busetto) avesse scelto questo argomento; infatti, non si occupò più di Deledda dopo la tesi del 1942 ed era piuttosto atipico, al tempo, che per la prova finale ci si occupasse di autori contemporanei: Grazia Deledda era morta solo sei anni prima.

Zanzotto si dimostrò consapevole della difficoltà di incasellare Deledda nelle correnti letterarie italiane del Decadentismo e del Verismo, definendola “di passaggio”. Tuttavia, riconosceva all’opera della scrittrice “una forma d’arte tutta sua” caratterizzata da profondità di sentimenti della sua “anima sarda” in grado di “superare il regionalismo”. Lo studente manteneva lo sguardo dell’epoca del centro verso la periferia: Deledda era diventata famosa prima in Europa che in Italia (al fascismo non stava molto simpatica) epperò, spiega lo studente, avrebbe dovuto lavorare per arrivare allo standard francese o per migliorare il suo simbolismo.

Alla fine della conferenza ho condiviso con le altre persone partecipanti un mio pensiero, piuttosto banale per chi ha già letto qualcosa sul postcolonialismo, ma che è sempre bene richiamare alla mente: l’arte delle periferie, delle minoranze viene sempre guardata dall’alto in basso da parte della cultura dominante. Magari gli appartenenti alla cultura dominante ne comprendono la portata e capiscono che non può essere ficcata a forza nei propri standard, ma ci si aspetta comunque che ci sia un miglioramento che consiste nell’avvicinamento allo standard o, anche, che questa percepita primitività artistica sia fisiologica, quindi immutabile e tutto sommato accettabile proprio per la sua spontaneità, spesso collegata a un’onirica dimensione di rapporto idilliaco tra l’umanità e la natura e all’immaginario colonialista del paradiso da conquistare. 

Durante il momento conviviale, mi si è avvicinata una signora veneta attorno alla sessantina, la quale mi ha domandato, retoricamente, se noi sardi fossimo convinti che il resto d’Italia ci odi. Io le ho risposto che non era quello il senso del mio discorso, ma piuttosto quello di evidenziare lo sguardo del centro sulle periferie. Lei ha ribattuto dicendo che “loro” non sapevano nulla della Sardegna finché non è arrivato il turismo e che, comunque, “noi sardi” quando veniamo al nord tendiamo a stare fra conterranei, mentre siamo tutti italiani.

Ho quindi spiegato alla signora che la maggior parte delle persone sarde non si sente italiana o si sente prima sarda che italiana e che ci sono delle dinamiche di colonialismo interno che tuttora esistono, per le quali continuiamo a essere una periferia. La stessa ha recepito molto male questa dichiarazione di non italianità; infatti, mi ha ricordato che l’Italia è stata riunita e, quindi, che cosa avrebbero dovuto dire i veneti e le altre Regioni?

Le ho risposto che i veneti dicano pure quello che compete loro, mentre io parlo delle persone sarde e che l’Italia non è stata calata dal divino, che non preesisteva, ma è stata creata per scelte politiche. Dopodiché sono passata a spiegarle quali risorse l’Italia si sia presa dalla Sardegna in virtù dell’unificazione. La signora si è irrigidita, ha dichiarato che non le piaceva “il tono” quando ho specificato di essere indipendentista e di non identificarmi come italiana, ma come sarda italianizzata. Dopodiché se n’è andata via disperdendosi tra la gente, mentre ancora stavo parlando.

Una delle dinamiche che apprezzo di più per mettere in crisi il colonialismo interno italiano è quella del rovesciamento del bisogno di appartenenza. Normalmente chi guarda le culture minoritarie con la lente (anche inconscia) del colonialismo, e di conseguenza della discriminazione e del razzismo, si aspetta intanto che queste vogliano fare parte della cultura della maggioranza, cioè quella riconosciuta come civile e perciò la migliore possibile, in secondo luogo che gli appartenenti alla cultura minoritaria sappiano di essere da meno e quindi accettino di buon grado sia un trattamento paternalistico che possa consentire loro di migliorare e, nei casi più gravi, le generalizzazioni che vengono spacciate come “dati di fatto”.

Le persone sarde generalmente si offendono se le persone italiane (come spesso accade quando ci spostiamo in continente) mettono in dubbio la loro italianità. Perché noi stessi abbiamo interiorizzato l’auspicio di appartenere alla cultura dominante e comunemente l’associamo alla civiltà e alla modernità. Ma cosa succede quando una persona italiana disconosce l’italianità di una persona sarda (siete chiusi e state sempre fra di voi) e la persona sarda non fa una piega, rivendicando la propria sardità?

La persona italiana viene spinta fuori dalla propria comfort zone, resta spaesata, perlopiù si offende. Il fatto che la persona della cultura minoritaria se ne freghi sonoramente di appartenere alla cultura dominante, le fa mettere in dubbio che quella maggioritaria sia poi così desiderabile e, infine, si sente insultata: se non vuoi essere come me, allora ti credi migliore di me. Ed è normale che pensi così, perché d’altronde è la disuguaglianza insegnata dalla prospettiva colonialista. A questo punto non si è più i protagonisti privilegiati di una gerarchia, ma delle persone accanto ad altre con identità e storia diverse, che hanno valore in sé stesse, e su cui non si esercita più alcun controllo.

Il bisogno di appartenere è rovesciato. La minoranza non ha più bisogno di appartenere alla maggioranza per riconoscere il proprio valore. La minoranza smette di chiedere di essere ammessa; la maggioranza scopre di aver bisogno che l’ammissione continui a essere desiderata. La maggioranza non può più dare per scontato che la minoranza abbia bisogno di appartenerle e, soprattutto, viene messa davanti al proprio bisogno di “possederla” per validare la gerarchia.

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