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A chi serve davvero un linguaggio che non integra?

Il dibattito sull’identità sarda ci ha dato strumenti preziosi per nominare la marginalizzazione culturale dell’isola. Ha restituito parole a una storia che per troppo tempo è stata raccontata da altri. Ma quando il linguaggio della militanza diventa un codice accessibile solo a chi è già dentro, rischia di allontanare proprio chi vorrebbe avvicinarsi. In una comunità segnata da decenni di interruzione nella trasmissione culturale, usare un linguaggio che presuppone strumenti già formati significa ignorare gli effetti stessi di quella rimozione. E allora una domanda scomoda si impone: senza spazi reali di accoglienza, a chi appartiene davvero la sardità? A chi stiamo parlando?

Ho dedicato anni alla cultura sarda da quando ero abbastanza giovane da credere che bastasse un abito tradizionale e un ballu tundu per sentirmi parte di qualcosa. Era un’ingenuità, certo. Ma era anche l’unico accesso che avevo. Non me ne vergogno: era il mio modo di cercare. Col tempo ho capito che la sardità non è qualcosa che si possiede una volta per tutte. È qualcosa che si attraversa. E questa riflessione nasce da lì: non da un sapere compiuto, ma da una ricerca ancora aperta.

filo spinato: immagine Andrea Locci

Il lavoro di chi ha recuperato la storia di marginalizzazione che la Sardegna ha subito per secoli è stato indispensabile. Senza quella ricerca non avremmo le parole per nominare la svalutazione sistematica di tutto ciò che è sardo — della lingua, delle tradizioni, della memoria. Questo va riconosciuto senza ambiguità. Ma c’è un punto che non possiamo ignorare. Quando un linguaggio nato per liberare diventa un codice che solo chi è già dentro sa leggere, smette di aprire porte e diventa una soglia invisibile. E le soglie invisibili, anche quando non sono costruite per escludere, finiscono per tenere fuori proprio chi avrebbe bisogno di entrare. Chi non possiede ancora quel codice non si sente giudicato. Si sente semplicemente fuori posto. E chi si sente fuori posto, prima o poi, smette di bussare.

Ho visto questo meccanismo all’opera nel mondo del folklore sardo, che frequento da decenni. Ho visto persone compiere un percorso reale di crescita culturale — studiare le fonti, mettere in discussione le pratiche, cambiare rotta — trasformarsi col tempo in qualcos’altro. La lucidità conquistata con fatica diventava una posa. Il cantiere della conoscenza, che aveva prodotto cose preziose, sembrava improvvisamente chiuso. Non per ipocrisia. Per un meccanismo più sottile: quando questo nuovo modo di guardare la cultura diventa la nuova normalità, chi quella svolta l’ha vissuta davvero rischia di smettere di interrogarsi. Di trasformare la propria lucidità in autorità. E l’autorità, lentamente, in una nuova soglia.

C’è una contraddizione che dobbiamo avere il coraggio di nominare: non possiamo denunciare la rimozione culturale e allo stesso tempo usare un linguaggio che presuppone strumenti che molti non hanno ancora ricevuto. Le due cose fanno fatica a stare insieme. Cosa significa concretamente questa rimozione? Significa il padre che ha smesso di parlare sardo ai figli perché pensava che sarebbe stato un ostacolo. Significa generazioni cresciute senza strumenti per leggere criticamente la propria cultura — non per pigrizia, ma perché quegli strumenti non venivano trasmessi.

Quella interruzione non è una colpa individuale. È la conseguenza diretta di decenni di marginalizzazione sistematica. È esattamente ciò che la militanza ha avuto il merito di nominare. E allora la domanda è inevitabile: ha senso rispondere a quella rimozione con un linguaggio accessibile solo a chi è già formato?

La Sardegna non si libera escludendo i sardi. La nostra storia non è fatta di purezze. L’identità sarda non è mai stata un monolite: è sempre stata un percorso. E un percorso non può essere custodito da pochi. Deve essere condiviso, attraversato, discusso, messo in circolo. Questo non significa abbassare la guardia critica. Significa capire che la guardia critica, da sola, non basta. Senza accoglienza, anche la critica più raffinata rischia di parlare sempre agli stessi. E l’isolamento culturale, in una comunità già attraversata da decenni di rimozione, non è resistenza. È una forma di resa.

Quando un movimento culturale, dopo anni di lavoro serio e necessario, riesce a coinvolgere solo una piccola cerchia — sempre le stesse persone, negli stessi ambienti, con lo stesso linguaggio — forse non è solo rigore. È anche un segnale d’allarme. Una cultura che non riesce ad allargarsi non si sta consolidando. Si sta restringendo. E una cultura che si restringe ha già perso la sua battaglia più importante: quella della trasmissione.

Serve qualcosa di concreto. Non un manifesto, non un altro spazio di dibattito tra chi già sa. Serve uno spazio dove chi arriva tardi non debba sentirsi fuori posto. Dove fare domande non sia un atto di coraggio. Dove l’errore non sia una colpa, ma un passaggio necessario. Uno spazio del genere richiede una scelta precisa da parte di chi quella consapevolezza l’ha già costruita: mettere le proprie competenze al servizio di chi è ancora in cammino, invece di usarle per segnare distanze. Tornare indietro — non per rinunciare a ciò che sappiamo, ma per non dimenticare come ci si sentiva quando non lo sapevamo ancora.

Là fuori c’è Andrea di trent’anni fa, con il suo abito tradizionale e il suo ballu tundu, che cerca qualcosa che ancora non sa nominare. C’è Efisio, che vuole capire da dove viene ma non sa da dove cominciare. C’è Bainzu, che parla italiano perché suo padre ha deciso così, e se lo porta dentro come una colpa che non ha commesso. C’è Azzurra, che non si sente a casa da nessuna parte. C’è Sofia, che scopre la Sardegna a quarant’anni e si vergogna di non averlo fatto prima.
Non stanno aspettando la perfezione. 
Stanno solo aspettando una porta aperta.


Immagini: Pixabay, Andrea Locci

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Un commento

  1. Giustu, Andria, tenes deunudotu arresone! No depeus ibertare sa perfetzione ca intanti podeus èssere seguros chi nosi che aus a mòrrere totus mancari cun prus de unu difetu e pecu e pruschetotu ca sinuncas no iaus a fàere abberu nudha!
    Sa perfetzione dha lassaus a candho che aus passau cussa genna chi naraus “morte” e su chi contat est chi andheus , cammineus fache a su méngius, a su giustu, a su bonu. Is Sardos narant una régula: “Camminandho camminandho si agiustat su càrrigu.”
    Po una cosa chi mi pertocat a propósitu de limba sarda (totu su sardu, su sardu de totu is Sardos!) in cantos cursos de limba sarda apo fatu apo nau sèmpere ca sa prima e prus importante “régula” est a iscrìere su chi e comente unu ischit fàere po nàrrere su chi tenet de nàrrere: is Sardos aus iscritu totus comente aus imparau in italianu ca noso no aus mai tentu iscola de limba sarda (custa, nau in italianu, bandita, punita, osteggiata, scoraggiata, svilita) e avilios noso; de prus, un’iscola antididàtica assurda, ingiusta, infame nosi at imparau a tìmere a iscrìere! E si is Sardos no iant iscritu comente ant pótziu o ischìpiu fàere no iaus a tènnere s’errichesa e patrimóniu mannu de literadura in sardu, de totu su sardu, de is mutetus e mutos a is poemas, de is cummédias a is contos, de is romanzos a is milas e milas de garas poéticas in campidanesus e in logudoresu e fintzes opéras de genia iscientifica de su Setighentos a oe e deghinas de catechismos, prédicas e tradutziones de òperas mannas de àtera limba (no solu italiana).
    Ma s’iscritura no est sa limba e po cussu, e puru ca aus cumpréndhiu chi su sardu no est italianu, dhu’est sèmpere sa chistione e pregonta: Comente s’iscriet su sardu? (e totu su sardu, giai no est mancu s’italianu «dall’Alpe alla Sicilia», si totu italianu est in s’Istivale!!!)
    Giusta sa pregonta, ma podeus nàrrere chi a iscrìere in sardu ( totu su sardu!!!) est meda meda prus facile de iscrìere s’italianu si no a imparu de papagallos.
    Ma dhue at materiale cantu ndhe boleus po imparare a iscrìere bene: su chi mancat est s’iscola de limba sarda e de fàere in is iscolas. Seus chentza guvernu de is Sardos.
    Ma comente podeus depeus foedhare, iscrìere e lìgere, e si is Sardos seus bonos e abbistos a imparare s’inglesu e àteras limbas no at a èssere chi seus tontos po imparare sa limba nosta!
    Sa chistione chi as postu tue a dónnia modu est giusta e generale.

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