L’«errore» di Gramsci. L’importante contributo di Calemme per un sardismo critico, multipopolare e a portata di territori

C’è un merito fondamentale nell’opera di Angelo Calemme, La variabile legittima della storia. Per un meridionalismo critico, multipopolare e a portata di territori: quello di rompere definitivamente il velo ideologico che ha coperto, per oltre un secolo e mezzo, la natura reale dello Stato italiano e ritornare a discutere – senza chiedere permessi e tutele – delle diverse «coloniale bianche» o «colonie domestiche» interne allo Stato Italiano e all’Unione Europea.
Con questa recente pubblicazione (27 febbraio 2026) per la Orthotes Editrice, si ritorna a rappresentare finalmente il processo di “state building” italiano per quello che è, ovvero una costruzione politico-economica fondata sulla subordinazione interna, sulla gerarchia territoriale e sulla negazione sistematica delle comunità che hanno pagato il costo dell’Unità e che fino ad oggi non hanno ricevuto niente in cambio.
E lo si fa non solo riprendendo tutti i diversi nodi storici che portarono alla costruzione di un vero e proprio sistema coloniale occultato dalla retorica risorgimentale, nazionalista, fascista e infine unitarista repubblicana, ma andando a scavare in profondità il concetto stesso di “nazione”, mettendo a nudo da una parte quelle tesi che da sinistra sostengono la fine della questione coloniale interna a beneficio di una nuova teoria dell’opposizione centro-periferia «a pelle di leopardo» (Formenti, p. 17), dall’altra rilanciando e aggiornando le tesi del meridionalismo gramsciano e anticoloniale di Nicola Zitara, alla luce della «fallita italianizzazione delle masse sarde, siciliane e napoletane» e con l’obiettivo dichiarato di sviluppare «nuovi nazionalismi (…) capaci al contempo di sintetizzare le questioni economica, delle classi, geografica dei confini, politica dell’organizzazione» (p. 20).
Letto da una prospettiva anticolonialista sarda, il testo di Calemme non è semplicemente un contributo teorico al meridionalismo tradizionale, ma anzi è una vera e propria eresia dei classici del meridionalismo stesso. E non si tratta soltanto di un’anomalia teorica, perché in tutto il testo corre un flusso di energia pratica e politica. La ricerca di Calemme è uno strumento di lotta rivoluzionaria che a dispetto del solido bagaglio teoretico che mette in campo si propone come un manuale di ribellione per tutti i popoli compressi dalla statualità italiana.
Il libro di Calemme è insomma un dispositivo per nominare ciò che per troppo tempo è stato reso indicibile: la Sardegna come colonia, il Mezzogiorno come spazio di accumulazione per il capitale tosco-padano, lo Stato italiano come struttura di dominio.
La truffa dell’unità nazionale
Il primo bersaglio che Calemme demolisce è il “misticismo unitario”. L’idea, cioè, che l’unità d’Italia rappresenti un valore in sé, una conquista morale e storica indiscutibile, un dato naturale. Questa narrazione ha funzionato come una vera e propria violenza epistemica: ha impedito di leggere i rapporti materiali che hanno strutturato l’Italia unita.
Per svelare questo inganno Calemme ricorre al lavoro di Davide Tarizzo “Political Grammars: The Unconscious Foundations of Modern Democracy” e, nello specifico, alla tesi che «il funzionamento della democrazia non si basi esclusivamente su principi consapevoli e razionali, ma trovi le sue radici in grammatiche inconscie che regolano il pensiero, il discorso, l’agire politico» (p. 29).
La «grammatica politica» è un insieme di regole che «strutturano il nostro modo di ascoltare, di pensare, parlare e agire politico, anche se non ne siamo consapevoli, esattamente come la grammatica supporta il linguaggio anche se non la si conosce» (p. 29).
E qui arriva la questione più rilevante, perché tutti gli ordinamenti politici e sociali – esattamente come le grammatiche che supportano i diversi linguaggi – non sono fissi nel tempo. Le «grammatiche» che ne stanno a fondamento «sono continuamente rielaborate attraverso il conflitto, il dissenso e il cambiamento sociale». Quindi anche la «democrazia liberale» e lo «Stato nazione» non si fondano «su diritti universalmente e naturalmente validi, ma al contrario questi diritti, sono il frutto di un processo aperto e continuamente conflittuale, radicato nell’inconscio collettivo e sempre in bilico tra ordine e disordine» (p. 29).
Da questo punto di vista salta anche il classico approccio alla “Questione Meridionale” ridotto a problema di arretratezza, di ritardo storico, di deficit culturale ed è da rivedere radicalmente se non si vuole ripiombare in un sistema di antinomie più vicino alle necessità della propaganda che ad un discorso analitico (democrazia v.s. dittatura; sviluppo e modernità v.s arretratezza; mondo libero v.s. regimi; valori occidentali v.s. barbarie; guerra giusta v.s. terrorismo, ecc..).
Inserendosi in questo preciso filone di lettura antimperialista, antisuprematista e decoloniale Calemme lavora a mettere ordine a quello che oggi è un vero e proprio giardino incolto, facendo chiarezza sui processi di accumulazione originaria della Toscopadana ai danni del Sud e delle Isole.
Ma analizzare le cause del sottosviluppo indotto e smascherare l’ideologia dell’arretratezza non è ancora sufficiente, perché sarebbe un lavoro pressoché inutile se non si passasse al livello della consapevolezza politica.
Il fallimento del marxismo italiano e la furbizia del fascismo
Conseguentemente a questa impostazione teorica, uno degli aspetti più coraggiosi del lavoro di Calemme è la critica al marxismo ufficiale italiano. Per decenni, anche le forze che si dichiaravano rivoluzionarie hanno interiorizzato il paradigma unitario, trasformandosi in garanti dell’ordine nazionale e hanno taciuto il fatto, abbastanza eclatante, che «è soltanto nell’Italia centro-settentrionale che possiamo ritrovare i caratteri salienti della società italiana», cioè in quella che Zitara chiama “Toscopadana”» (p. 215).
Non che non ci siano stati attenti lettori delle cause economiche e politiche del sottosviluppo indotto, ma il vizio ideologico (o se si preferisce il suo strabismo politico) riguarda il fatto che si riconosce «la colonizzazione economica e la subordinazione sociale, ma sul piano politico si nega che esista un altro popolo e/o nazione oltre a quello costruito a partire dalla proclamazione dello Stato unitario» (p. 215). Insomma i marxisti a fronte di una accertata realtà coloniale interna allo stato unitario, non hanno tratto le medesime conseguenze delle colonizzazioni esterne. A questo proposito – riprendendo la critica zitariana al «realismo marxista» – Calemme aggredisce teoricamente il «marxismo olimpico» e propone una forma di marxismo conseguente e disinibito da un punto di vista delle grammatiche politiche coloniali. Calemme – sempre riprendendo il discorso di Zitara – chiama questo marxismo anticoloniale «separatismo rivoluzionario».
Ma attenzione, questo separatismo non ha nulla a che fare con le pulsioni neoborboniche o con le posture folkloriche di alcuni movimenti indipendentisti sardi e siciliani, ma è un discorso che si inserisce stabilmente e robustamente nella storia dell’analisi economica di Marx ed Engels ( in particolare sugli scritti sull’Irlanda) e nei paradigmi psicoanalitici di Freud e di Lacan.
Ed è forte di questo bagaglio teorico che Calemme avvia un coraggioso e lucidissimo contraddittorio con Gramsci e con il suo «errore» (il virgolettato è mio).
L’errore di fondo – che Calemme mutuando e aggiornando la critica di Nicola Zitara – è stato quello di non riconoscere la frattura tra “proletariato interno” e “proletariato esterno” alla catena del valore della Toscopadana. Il lavoratore del Nord, integrato nello sviluppo industriale, non condivide la stessa posizione materiale del lavoratore sardo o meridionale. I loro interessi non sono automaticamente convergenti, anzi storicamente piuttosto divergono.
Calemme è consapevole che Gramsci rappresentava la cima della riflessione politica e filosofica di un discorso meridionalista (e aggiungerei io “sardista-popolare”), da cui tutti gli altri dirigenti del socialismo e del comunismo italiano (a partire da Togliatti) erano ben distaccati.
Ma per Calemme questo non bastò e della lacuna del marxismo italiano a proposito del pieno riconoscimento politico dei subalterni sardi, siciliani e napoletani ne approfittò a piene mani il fascismo: «chi sembra essere consapevole della doppia natura del proletariato in generale e di quello meridionale italiano in particolare, a differenza di marxisti-leninisti come Gramsci, è innanzitutto Benito Mussolini il quale, a dire di Lowenthal, ha il merito di riuscire ad organizzare l’inorganizzabile, ciò che per sua stessa natura rimane sempre ai margini, indecidibile, sommerso, completamente altro o esterno a qualsiasi completa identificazione» (p. 174).
Certo, il “matrimonio” tra fascismo e proletariato esterno meridionale dura poco, perché ben presto, con la svolta a destra e la stretta corporativa dell’economia italiana, la «capacità del fascismo di organizzare il lumpenproletariato meridionale viene meno». Ben presto i proletariati sardi, siciliani e meridionali si renderanno conto che la «Rivoluzione fascista non avrebbe apportato alcuna riforma agraria e nessuna inversione di tendenza nelle politiche di sviluppo per il Sud, in termini di ridistribuzione della ricchezza nazionale e di industrializzazione meridionale». Questa nuova cogente delusione diede «nuova linfa all’ideologia socialista, gettando le basi per una nuova guerra civile, ispirata ad una rinascita comunista del Mezzogiorno» (p. 175).
Gramsci ci era arrivato vicino perché aveva riconosciuto il carattere coloniale prima della Sardegna e poi dell’intero Mezzogiorno, ma per Calemme non ne aveva tratte le dovute conseguenze politiche:
«Lo stesso Gramsci, se si fosse rivolto direttamente al lumpenproletariato delle campagne meridionali, facendo coincidere la causa generale del marxismo italiano organizzato con la lotta particolare delle masse rurali meridionali, ora, probabilmente, scriveremmo della storia delle repubbliche socialiste e soviettiste italiane piuttosto che di quella di Salò» (p. 168)
L’errore (o meglio l’inconseguenza) di Gramsci e la successiva completa rimozione da parte dei quadri del PCI ha prodotto un disastro politico: il proletariato esterno è stato privato di rappresentanza, mentre il Partito Comunista si è progressivamente trasformato in un soggetto neorisorgimentale, impegnato a difendere l’unità dello Stato più che a rovesciarne le contraddizioni, di fatto ricalcando le vecchie posizioni del Partito Socialista Italiano che Gramsci stesso criticava aspramente perché incapace di comprendere le ragioni dei braccianti meridionali, a partire dal movimento popolare rivoluzionario dei Fasci Siciliani.
Il “nos sumus” come rottura politica
Come già accennato uno dei contributi più originali di Calemme sta forse nell’introduzione e nella declinazione delle categorie psicopolitiche di Davide Tarizzo. La nozione di “grammatica politica” permette di comprendere perché la questione nazionale non possa essere ridotta a una variabile economica. Inoltre con questo studio Calemme rimette fortemente al centro il tema dell’«identificazione politica» dei soggetti sardo, siciliano e meridionale. Senza porre la questione politica di questi soggetti e quindi senza lavorare ad uno sbocco politico delle rispettive questioni, ogni disegno progressista, democratico, perfino rivoluzionario è votato al fallimento.
Il discorso che fa Calemme a questo proposito è cristallino:
«il fallimento del patto costituzionale dello Stato repubblicano risiede non soltanto nello strapotere concesso alle borghesie del capitalismo toscopadano, ma anche nell’incapacità dimostrata dai maggiori partiti politici nazionali, primo tra tutti il PCI, di comprendere fino in fondo lo scambio ineguale fondamentale su cui si è sempre retta l’unità e l’indivisibilità dello Stato italiano, lo sviluppo asimmetrico dell’Italia unitaria ai danni del Mezzogiorno, e per cui la Questione meridionale continua, senza soluzioni di continuità, dopo più di un secolo e mezzo, a costringere il lumpenproletariato del Sud a dover scegliere tra sottoccupazione, emigrazione e criminalità» (p. 183).
Qualunque prospettiva politica che non tenga conto della questione dei soggetti subalterni interni allo Stato italiano e che non riparta da una chiara strategia per una loro identificazione politica rivoluzionaria resta tutt’al più un vuoto discorso retorico sulla bellezza della “Costituzione più bella del mondo” che può andare bene per la propaganda di associazioni come ANPI e ARCI o per qualche monologo televisivo profumatamente pagato di Benigni, ma non per comprendere la palude in cui è sprofondata la sinistra.
I popoli non lottano solo per ridistribuire risorse, ma si muovono per affermare un’esistenza collettiva, per riconoscersi ed essere riconosciuti. Il “nos sumus” – il noi siamo – è il punto di rottura con l’individualismo neoliberale e con l’anonimato imposto dalle strutture statali e sovranazionali dello Stato Unitario italiano e del processo di integrazione europea.
Per i sardi (ma nel discorso di Calemme anche per i siciliani e i meridionali) questo significa riconoscersi come soggetto storico. Non come minoranza folklorica, non come regione amministrativa, ma come popoli con pieno diritto all’autodeterminazione.
Il nemico interno: la «lumpenborghesia»
Ogni processo coloniale si regge su una mediazione interna. Calemme, riprendendo Zitara, chiama questa classe “lumpenborghesia”: un ceto politico e intellettuale che vive della gestione del sottosviluppo e che in Sardegna conosciamo benissimo.
La finalità della “lumbenborghesia” è doppia: mediare gli interessi del «blocco sindacale-industriale» del Centro-Nord e impedire ogni processo di soggettivazione politica dei “lumpenproletariati” meridionali e isolani.
Perdonerete la citazione un po’ lunga ma serve a comprendere il ragionamento nella sua complessità meglio di qualunque mia possibile sintesi:
«Il mantenimento del tenore di vita della piccola borghesia meridionale ha comportato lo sperpero per decenni di capitali che invece avrebbero potuto essere investiti nell’ammodernamento del sistema agricolo e nell’avviamento di un tessuto industriale leggero. Questo sperpero di capitali, insieme alla funzione ideologica che gli intellettuali hanno avuto e continuano a svolgere, spesso in combutta con l’economia illegale, ha costituito la struttura a tenaglia con cui il dominio indiretto del Centro-Nord sul Meridione ha perdurato. La piccola borghesia, non producendo alcunché, non è di fatto interessata alla promozione di uno sviluppo industriale nel Mezzogiorno, ma solo al mantenimento parassitario dei propri privilegi» (p. 188)
In Sardegna questa lumpenborghesia ha i volti di praticamente tutta la classe dirigente politica e intellettuale. È la classe dirigente che accetta le servitù militari, che svende il territorio alle multinazionali energetiche, che gestisce fondi europei senza produrre sviluppo reale. È una classe che non ha interesse a cambiare lo stato delle cose, perché la sua stessa esistenza dipende dalla subordinazione.
Merito indiscutibile di Calemme è aver finalmente chiarito la funzione di questa casta di mediatori e professionisti del sottosviluppo indotto.
Separartismo rivoluzionario e socialismo di mercato: un orizzonte necessario
La conclusione di Calemme è netta: davanti agli ormai inequivocabili «fenomeni della distruzione della cultura contadina, dello spopolamento delle campagne e delle città meridionali» che stanno «dissanguando nuovamente il Sud Italia a vantaggio dei Nord Italia, Europa, America» (p. 187) non esistono riforme possibili dentro lo Stato italiano e dentro l’Unione Europea. Anzi, il riformismo del PCI che poi ha condotto il movimento operaio e contadino sulla via del non ritorno dell’accettazione incondizionata del paradigma neoliberale e perfino dell’ideologia suprematista e guerrafondaia delle elites neocons, nasce proprio dal peccato originario di non aver abbracciato e accolto le spinte anticoloniali interne allo Stato. Il divario tra Nord progredito e Meridione e Isole ridotte scientificamente ad una “grande disgregazione sociale” (per citare Gramsci) non è un difetto del sistema, ma la sua condizione di funzionamento. Ignorare questo dato strutturale ha significato imboccare una china che alla fine ha portato alla liquidazione di tutto il patrimonio socialista e comunista.
Ma sbagliano anche quelle posizioni neo-meridionaliste e indipendentiste che puntano sulle borghesie autoctone perché «in seguito al persistere del sistema subcoloniale, la classe dirigente della lumpenborghesia meridionale, ormai a maggioranza impiegatizia e quindi a carattere parassitario, si disinteressa completamente della questione della produzione economica meridionale» (p. 187).
Per questo la prospettiva deve essere quella della rottura netta e radicale con i meccanismi del domino coloniale e neocoloniale. La prospettiva che indica Calemme nei capitoli conclusivi è quella della costruzione di Stati sovrani capaci di proteggere il lavoro, il territorio, le risorse attraverso una prima fase di socialismo di mercato e di protezionismo che permetta al Sud e alle isole di fare ripartire l’economia e l’intero progetto sociale, sul modello dell’ALBA latino-americana.
Già, ma da dove iniziare? Calemme sembra convergere sull’insegnamento che ha fornito la recente battaglia contro le colonizzazione energetica dell’isola. Non è infatti tanto l’elemento economico o giuridico che ha mobilitato energie vastissime del popolo sardo (210.729 firme raccolte dai comitati della Rete Pratobello 24 a sostegno dell’omonima proposta di legge di iniziativa popolare), bensì la difesa del territorio e dei beni archeologici, paesaggistici, comunitari in esso contenuti: «Davanti la possibilità degli impianti eolici la lotta in difesa del territorio è, dunque, sin da subito una battaglia dalla valenza collettiva, sociale, per la difesa di una soggettività politica territorializzata» (p. 204).
Alcuni stakeholders della colonizzazione energetica (perfino di natalità sarda) hanno sempre ridicolizzato questa forte sensibilità popolare a difesa di territorio, paesaggio e beni comunitari, ma Calemme coglie il senso della scintilla emotiva e psicologica profonda che ha acceso la mobilitazione: «Quelli archeologici acquisiscono il ruolo di veri spazi collettivi che, come oggetti piccoli a rinviano a una determinata grammatica politica» (p. 204).
È come se davanti alla minaccia di una massiccia e visibile invasione, i sardi si siano svegliati dal torpore e abbiano realizzato che una minaccia esistenziale stava per travolgerli.
E non è un caso che la resistenza alla colonizzazione energetica non sia nata dal sistema dei partiti politici, sia di destra che di sinistra, ma neppure delle residuali e sempre più autoreferenziali forze indipendentiste. Questo perché i partiti (ormai non fa più neppure eccezione la cosiddetta sinistra indipendentista) non insistono mai sulla necessità del rovesciamento radicale del sistema semicoloniale ma si limitano ad operazioni di piccolo cabotaggio elettorale o ad attività di lobbying per guadagnare il favore di uno pseudo antagonismo sradicato, cosmopolita, subalterno alle mode d’oltreoceano.
L’esperienza della Rete Pratobello e della straordinaria lotta popolare ha dimostrato il ruolo vitale che assume il legame tra cultura e territorio: «in Sardegna il conflitto territoriale è al contempo sociale e politico» (p. 206). Mentre il popolo sardo riattivava la sua “capacità grammaticale” di comprendere la necessità di alzarsi in piedi e riconquistare la sua sovranità energetica, l’intero sistema di mediazione coloniale, anche e soprattutto quello verniciato da progressismo e da ambientalismo, gridava allo scandalo ed abbaiava alla luna contro gli “amici dei petrolieri” e i “comitati che non vogliono la transizione energetica perché guardano al proprio ombelico e non alla salvezza del clima”.
Da fine osservatore qual è Calemme rimette le cose a posto anche su questo punto: «Ovviamente il problema non è nel concetto stesso di transizione energetica, ma nell’uso predatorio che di essa ne fa lo Stato italiano, il quale con ciò non solo estrae ricchezza dalla Sardegna, ma la subordina economicamente, la disintegra socialmente e la spoliticizza» (p. 206).
Ma tutto questo non basta. Quali soggetti e quali forze saranno capaci di passare all’incasso e trasformare la riattivazione della grammatica rivoluzionaria dei sardi in forza politica rivoluzionaria?
Anche su questo Calemme ci parla con franchezza:
«È ormai chiaro che in Italia soltanto i lavoratori esterni alla produzione sviluppata toscopadana ed europea sono rivoluzionari. Questi non hanno più nulla da perdere e tutto da guadagnare» (p. 221)
La semina della coscienze e della lotta nazionale
Per troppo tempo il discorso sulla Sardegna è rimasto intrappolato nella lamentazione. Denuncia senza progetto, analisi senza soggetto. Il lavoro di Calemme ci costringe a fare un passo ulteriore, cioè a riconoscere che la questione sarda è una questione puramente politica, non amministrativa.
Il primo passo è la decostruzione della scuola coloniale, dove «la prima cosa che i giovani meridionali imparano (…) è infatti stare al proprio posto e non oltrepassare i limiti del lavoratore subordinato, dell’imborghesito riconoscente, del criminale redento, dell’emigrante naturalizzato» (p. 221).
Il secondo è la denuncia dell’elettoralismo fine a se stesso che «disserta filosoficamente su una rivoluzione che segretamente ci si auspica non giunga mai, per non dover mettere alla prova le proprie vuote parole d’ordine e con ciò smascherare la propria ipocrisia, meglio ancora, la propria viltà, nel momento decisivo della conquista del potere» (p. 221)
Il terzo è una incessante pratica di acculturazione nazionale. Non si tratta di chiedere più risorse, ma di rivendicare potere. Non si tratta di ottenere riconoscimenti simbolici, ma di costruire sovranità. E tutto questo passa da un concetto che Calemme non chiama così, ma che a mio avviso potrebbe essere riassunto con la categoria di “semina della coscienza e lotta nazionale”.
In uno dei passaggi più vibranti della sua ricerca Calemme ci invita a fare una cosa lunga, faticosa, priva di risultati immediati, ma necessaria se si vorranno ottenere risultati, vale a dire «umanizzare i proletari esterni»:
«Più i meridiani ritorneranno a capire la loro storia, più diventeranno vigili e virtuosi, consapevoli che tutto dipende dalla loro iniziativa, che la loro salvezza è conseguente alla loro compattezza, la quale a sua volta riflette la diffusa conoscenza dei propri interessi e il riconoscimento dei propri nemici. In tutti i Paesi sottosviluppati l’esperienza delle lotte sociali ha dimostrato che l’importante non è che un manipolo di gerarchi detenga oligarchicamente il proprio potere e decida per il popolo, ma che l’insieme del popolo, anche a rischio di un più lento processo, comprenda e decida del suo destino. Il tempo impiegato a spiegare, il tempo speso a umanizzare i proletari esterni, sarà riguadagnato nell’esecuzione politicizzata, partigiana, di un programma sociale, sviluppato da un partito politico rivoluzionario» (p. 223)
Il quarto è la liquidazione definitiva di ogni illusione europeista, comunitaria che pure tanto si è radicata nei movimenti indipendentisti europei (basti pensare alle incredibili aspettative dei catalani verso l’Unione Europea nei drammatici giorni in cui la Spagna neofranchista utilizzò la violenza politica di piazza e poi gli arresti e la costrizione all’esilio verso i dirigenti del referendum per l’indipendenza del 1 ottobre 2017):
«Questa filosofia dei fondi europei e delle riforme strutturali non ha altra aspirazione che sostituire lo Stato nazionale italiano con un insieme di istituzioni oligarchiche e sovranazionali europee, per spingere piccoli capitalisti ad impegnarsi in attività perdenti a livello continentale e continuare a tenerli incatenati al sistema dell’indebitamento indotto.» (p. 228)
Il quinto e più importante è avere il coraggio di liquidare il «vacuo internazionalismo proletario» e alzare la bandiera del protezionismo e del socialismo di mercato:
Il primo obiettivo della lotta di classe da raggiungere in un Sud Italia separato sarà allora quello di proteggere uno sviluppo equilibrato delle proprie formazioni sociali con delle frontiere nazionali funzionali alla valorizzazione delle risorse indigene» (p. 225).
Invito i marxisti olimpici e gli sciovisti di sinistra nativi sardi, siciliani o meridionali che rabbrividiranno leggendo il seguente passaggio a farsi un esame di coscienza e a chiedersi se hanno mai davvero cercato di capire i problemi strutturali della propria terra o se finora hanno vissuto di pane e ideologia da centri sociali del Nord-Est:
«la prima cosa che il Meridione dovrà fare è farsi Stato funzionale a uno sviluppo dei liberi produttori a portata di territori, attraverso opere di interesse strategico, votate in prima istanza allo sviluppo di settori economici come quelli primario e terziario, capaci per loro stessa natura di immediatamente garantire la piena, stabile e diffusa, occupazione, l’autosufficienza economica e l’accaparramento dei primi surplus produttivi.» (p. 228).
Questa proposta che Calemme definisce «teoria concreta di cose concrete» condurrà i popoli compressi dal colonialismo statale e comunitario ad un riscatto lento, faticoso, non privo di sacrifici, ma crescente le cui caratteristiche consisteranno nell’«incremento demografico, innovazione scientifico-tecnica dell’agricoltura, funzione fiscale delle campagne, incoraggiamento iniziale delle manifatture, opere pubbliche, sviluppo dei servizi e avanzamento culturale della società» le quali «gradualmente muteranno il carattere prevalentemente agricolo dell’economia meridionale, la quale sin dall’inizio corrisponderà al bisogno fondamentale non negoziabile, di stabilire il passaggio ad un modello moderno di sviluppo, capace di diminuire drasticamente la dipendenza dei meridionali dagli scambi ineguali con i mercati esteri» (pp. 231, 233).
I punti strategici di questo programma ricordano da vicino non solo i meccanismi della già citata ALBA bolivariana, ma anche la NEP leniniana e le zone economiche speciali cinesi e sono finalizzati all’«allargamento generale della base sociale della ricchezza, all’istruzione scientificotecnica di massa, alla rigenerazione morale ed ecologica della classe dei produttori e al riconoscimento a tutti i sardi, siciliani e napoletani dell’inalienabile diritto al lavoro.» (p. 233)
La “variabile legittima della storia” infatti non ha nulla a che fare con l’ideologia progressista o di sinistra a cui siamo assuefatti da decenni di degenerazione togliattiana e berlingueriana (e loro epigoni via via sempre più scadenti), ma rappresenta esattamente l’opposto, ovvero la capacità di un popolo di dire “noi siamo” e di agire di conseguenza.
Per i sardi, il tempo della neutralità è finito. O si accetta di restare colonia, oppure si intraprende la strada – difficile ma necessaria – della liberazione. E Calemme ci ha fornito più di uno strumento su cui riflettere!
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Dopo le recensioni di Marco Pondrelli su Marx21, presumo di Francesco Piccioni su Contropiano, di Antonio Maria Arouet su L’interferenza, oggi il carissimo e acuto Cristiano Sabino, mio collaboratore in OttolinaTv, firma una nuova recensione del mio volume “La variabile legittima della storia. Per un meridionalismo critico, multipopolare e a portata di territori” (Orthotes 2026), per la testata sarda S’Indipendente.
Non è una recensione come le altre, ma il frutto di un rigorosissimo studio del volume. Con sensibilità sardista e gramsciana Cristiano coglie le più importanti innovazioni interpretative che apporto negli studi sulla dipendenza, per lo sviluppo di teorie e pratiche politiche di emancipazione sociale nei contesti semicoloniali dello Stato unitario (Sardegna, Sicilia e Italia mediterranea).
Inoltre, altra ragione che rende questa recensione speciale è l’opportunità che essa mi offre e cioè quella di dialogare con quella parte della nazione sarda che più di altre negli ultimi anni ha dimostrato di essere la più avanzata punta di diamante dei movimenti di emancipazione dei popoli mediterranei.
Con l’augurio di contribuire anche con questa recensione a decolonizzare nelle idee e nelle azioni non solo i sardi, ma anche i siciliani e i meridionali, voglio nel frattempo ringraziare ancora Cristiano e tutta la redazione di S’Indipendente e invito i lettori a condividerla a loro volta con i propri contatti!
P.S. Il volume oggetto della recensione è disponibile immediatamente all’acquisto in tutte le librerie e distributori online.
Interessante meda!
Connoschia su lìbberu de Zitara dae su tempus de su Circolo Città-Campagna (primos annos ’70) de Antonello Satta e Eliseo Spiga bonànima:
«la prima cosa che il Meridione dovrà fare è farsi Stato funzionale a uno sviluppo dei liberi produttori a portata di territori, attraverso opere di interesse strategico, votate in prima istanza allo sviluppo di settori economici come quelli primario e terziario, capaci per loro stessa natura di immediatamente garantire la piena, stabile e diffusa, occupazione, l’autosufficienza economica e l’accaparramento dei primi surplus produttivi.» (p. 228): GIUSTU!
Si resessimus a cumprèndhere ite lampu bi faghent sos Sardos in sos partidos (???) italianos de destra, centru, manca, dainantı, daisegus, suta e de subra, prus de afariedhos personales e azudu a sa dipendhéntzia ispetendhe sos miràculos de s’azudu de sos ladros de Pisa! Sos partidos italianos sunt s’istocada de su divisionismu de sos Sardos!