Identità fra tradizione e modernità

Ha suscitato un grande dibattito il corteo delle tradizioni popolari in occasione dell’inaugurazione a Cagliari dell’America’s Cup. Ho letto analisi interessanti e condivisibili in particolare quella di Federica Marrocu su “S’Indipendente” e il relativo commento del prof. Giuseppe Melis Giordano.
A mio parere, per capire interpretare leggere e valutare quel corteo occorre chiarire fino in fondo il rapporto fra tradizione e modernità e dunque il senso e il significato oggi dell’Identità sarda. Deo la pesso in custa manera
Occorre leggere e interpretare l’Identità – scrive opportunamente Alberto Contu – non con le lenti logore di un’ideologia passatista, ma con un restyling concettuale nuovo e complesso che rifiuta e oltrepassa una improbabile visione museale. Ovvero un’impostazione che riproponga un cliché che la riduce a semplice recupero acritico del passato e delle sue tradizioni o del suo folclore; o a un attributo eterno e immutabile. Provocatoriamente sosterrei anzi che la visione puramente etnografica dell’identità, certifica la morte dell’identità stessa.
Di più: quando ci si interroga sull’identità – scrive magistralmente Bachisio Bandinu in La Maschera, la donna e lo specchio, (Spirali editore, Milano 2004) – vuol dire che si sta sperimentando una condizione di disidentità. Si cerca qualcosa che si è già perduta…Si piange il corpo morto e si tesse il manto luttuoso del ricordo e del rimpianto. Opera il fantasma della madre tradizione. Si arreda lo spazio di monumenti, documentazioni, mappature, rituali, tutti timbrati inesorabilmente al passato, secondo una concezione mussale. Si ricostruiscono i luoghi sacri della malinconia. Ricorrenze, ripetizioni e fantasie di rinascita. E’ un lutto senza elaborazione. Così codici e scritture, riti e narrazioni, usi e costumi non prendono la forma del tempo attuale, La fissazione all’oggetto perduto produce le folclorizzazioni che sono delle rappresentazioni mortuarie.
C’è un enunciato, imperativo e malinconico, davvero sintomatico che ricorre nel discorso sardo: torrare a su connotu, ritornare al conosciuto. Su connotu è visto come uno spazio reale e simbolico di garanzia, ricco di valori è costituito dal patrimonio storico, archeologico, artistico, linguistico e culturale, ma inteso come tesoro da custodire, senza investimento.
Con un aforisma affilato e fulminante, esprime lo stesso pensiero il compositore austriaco Gustav Mahler, scrivendo che “La tradizione deve essere considerata come rigenerazione del fuoco e non come venerazione delle ceneri”.
L’identità non è un dato dunque che si contempla: quando ciò avviene vuol dire che il fenomeno è ormai svanito. E neppure semplicemente si studia o si indaga: questo avviene infatti quando essa viene a mancare o si è trasformata in oggetto estraniante. Pensiamo alle lingue morte che sono sempre oggetto di attenzione alla luce fioca dei tavoli accademici, quando “il morto” è sezionato e classificato. O pensiamo alle lingue, le arti, le tradizioni sempre più materia per i nuovi entomologi.
L’Identità dei sardi è così difficile da definire proprio perché dinamica e variabile, fatta di somme e di accumuli e non di sottrazioni successive. Se procediamo per ortodossia totalizzante, e ci mettiamo a sottrarre e a sottrarre, escludendo e tagliando, per riscoprire l’autentico, possiamo arrivare fino a ricondurre la cultura sarda dentro la sua lingua originaria precedente alla romanizzazione.
L’identità che occorre difendere e rivendicare e far crescere dunque non è quella immobile o primigenia o “autentica”: anche perché l’autoctono puro non esiste. Come non esiste – un “terroir” identitario sicuro e definitivo, come per il vino. Gli uomini –come le piante – hanno certo “radici”, ma insieme viaggiano, cambiano, sono ibridi, multipli, figli di molte generazioni e di molte culture e di infiniti incontri: influenzati dal sangue e dalla storia tanto quanto dal loro libero mutare, abitare, imparare. Non esistono quindi identità blindate o troppo ingombranti.
L’Identità che esiste è invece lo specchio fedele di stratificazioni culturali secolari su un potente sostrato indigeno che fa da coagulo.
Ma non si esprime in un isolato e fermo recupero e cernita di semplici memorie e tradizioni. In genere – ha sostenuto il filosofo americano John Rogers Searle – noi pensiamo alla memoria e dunque all’identità che su questa basiamo, come a un magazzino di frasi e immagini. Dobbiamo invece pensare alla memoria e dunque all’identità come a un meccanismo che genera atti contemporanei, inclusi pensieri e azioni, certo basati anche sulle esperienze del passato, ma nei termini accrescitivi di un confronto nel tempo perché è in quel confronto, in quello scambio intersoggettivo che trova la ragione la capacità di conservare ma anche di progettare e di accogliere e di proporre, di ricevere e di dare. Ciascuno è figlio della propria terra ma anche figlio del mondo intero. Occorre partire dal luogo della differenza per riconoscerci e appartenerci e insieme da quel luogo, dal valore della diversità segnata da una storia dissonante e da arresti anche drammatici ma carica di significati millenari: ripartire, muovere per disegnare nel presente la nostra storia futura, il progetto della nostra terra.
L’identità non è immutabile come un blocco di cemento ma un elemento dinamico. Ogni identità è dinamica, cioè variabile, ci ricorda anche il vecchio Emanuele Kant. E, soprattutto non è definitiva ma è da rielaborare continuamente. Da ricostruire in progress, secondo la logica del bricolage, nella dimensione di un grande blob – scrive ancora Alberto Contu – che crea inedite adiacenze tra segni e simboli delle vecchie certezze e nuovi elementi mobili dai confini elastici. La purezza infatti è l’unico ingrediente che non dovrebbe mai entrare nella composizione del concetto di identità. Hitler che era nostalgico di quella famosa purezza della razza, perpetò il più grande genocidio della storia. Essere identici significa essere unici: l’individuo è unico ma nello stesso tempo somiglia agli altri individui. La nostra diversità sta in questa unicità. Sappiamo da tempo che una identità chiusa e inaridita, perde il suo profumo e la sua anima. Un’identità è qualcosa che dà e riceve. In essa nulla è cristallizzato, definitivo. L’identità insomma è una casa aperta, che si ingrandisce e si arricchisce ogni giorno.
In quest’ottica – utilizzo ancora l’affilata e pregnante prosa di Bandinu – la tradizione non è un luogo, è il traditur come procedere del tempo. L’elaborazione del passato trova il suo punto di progettazione come investimento nell’impresa del dire e del fare…Il passato non è svelamento magico di un tesoro e neppure contenuto sostanziale di cui appropriarsi. E’ il percorso narrativo del farsi del linguaggio…Non si tratta di fare un cammino a ritroso per abitare la vecchia casa, è piuttosto un percorso prospettico che avvia un modo nuovo del dire e del fare. Il passato come rielaborazione per cogliere la specificità del tempo attuale.
L’identità dunque non è un dato rassicurante e permanente ma è quella che diventa fatto nuovo, che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo, lottando contro il tempo della dimenticanza e della smemoratezza.
L’identità dunque si vive, nel segno della contaminazione, del contatto e della creolizzazione e, insieme,dell’appartenenza. L’identità è quella che si trasforma in questione operativa: che diventa progetto e l’appartenenza diventa storia, caricandosi di vita, suscitando conflitti, impegnandosi con le lotte a trasformare il presente e costruire il futuro.
I veri e importanti elementi di identità che la tradizione ci consegna si perdono se non vengono investiti nell’oggi e nel diverso da noi: in qualcosa che con un termine ambiguo si chiama «il moderno». Anche se è vero che il moderno non ha portato il paradiso in Sardegna, tra industrializzazioni fallite, riforme agrarie nemmeno partite o comunque abortite, globalizzazioni solo patite, spaventose culture dei consumi, devastazioni mediatiche, scolarità degradate… Però hic Rhodus, hic salta: questi sono i problemi che è necessario affrontare, non solo in Sardegna, anche se sulla Sardegna hanno un impatto specifico.
Ma per affrontarli sono inadeguate le logiche de su connottu. L’identità va resa vera e reinventata giorno per giorno, come la vita: sa vida est naschimentu. E il popolo sardo è tutt’altro che compatto (come in genere il popolo italiano): si tratta di rimetterlo faticosamente insieme, con una ricerca collettiva di senso, che batta ogni paese e ogni campagna ma vada ben al di là dei confini dell’isola.
Se prevale questa convinzione, se vince il fantasma – l’ingombrante sovrastruttura – la Sardegna è tagliata fuori dal mondo, dalla realtà; e anche da se stessa: perché conoscersi e vivere significa confrontarsi con gli altri.
A mo’ di conclusione
E invece cosa succede in Sardegna? Cosa succede ai sardi e alla loro smemoratezza culturale? Forse che anche per noi sardi non vale la frase del poeta e scrittore preromantico tedesco Edward Young “Nati originali come accade che moriamo copie”?
“Ohi ohi ohi cosa siamo diventati – fa dire Salvatore Niffoi a Bachis, il protagonista del romanzo “La sesta ora” – né antichi né moderni, né altri né noi stessi!
Quel fuggire rimanendo incatenati, quel restare col prurito di Ulisse nel culo, era tutto uno stillicidio di sangue che si versava nel limbo del non tempo, altrove e lui non se ne chiamava fuori, anzi: si torturava e s’interrogava, su quel rapporto magico e maledetto che aveva con la sua gente, la sua terra. Un cane randagio era. Un cane randagio che non stava bene da nessuna parte, che non si sentiva a casa né in acqua, né in cielo, né in terra. Che cosa aveva fatto per cambiare le cose ad Ularzai? Niente! E se avesse passato i suoi giorni a tribolare per il suo paese, sarebbe cambiato qualcosa? Di sicuro niente! Forse, quella terra malinconica, i suoi figli li voleva proprio così: che non facessero niente, che capissero fin da piccoli l’inutilità del fare, che tanto è tutto inutile…”.
O no?
Foto: Sardegna notizie 24















